FARE

Tra conservazione e rinnovamento

Le chiese non sono musei. Gli stessi musei di arte sacra “non sono depositi di reperti inanimati, ma perenni vivai, nei quali si tramandano nel tempo il genio e la spiritualità della comunità dei credenti” (Giovanni Paolo II, 25 settembre 1997). Questo pensa la Chiesa, che è ritenuta la più grande “agenzia” produttrice di beni culturali del mondo. Dato tale primato è opportuno indagare nell’ambito stesso della Chiesa sul “perché” e sul “come” si sono prodotti tali mezzi.

Rev. Prof. Carlo Chenis

Il fine di tale indagine è una saggia contestualizzazione dei beni culturali ecclesiastici, anche nel confronto con i pubblici poteri. Il “perché” va ricercato nella stessa missione ecclesiale. La Chiesa, che si proclama “esperta in umanità”, ha il dovere di “annunciare il vangelo a tutte le genti”. Dunque deve poterlo comunicare con un linguaggio comprensibile. L’ar te, in seno al cristianesimo, è stata abitualmente ritenuta “bellezza che salva”, ovvero che purifica, sublima, eleva.Tutti possono comprenderla per la sua universalità di linguaggio; tutti possono fruirne, poiché i luoghi di culto sono nella maggior parte “pubblici”; tutti possono essere aiutati a varcare attraverso le arti l’angusto recinto del finito indirizzando cuore e mente verso il divino. Il “come” lo si ricava dagli strumenti per tradurre in pratica catechesi, liturgia, cultura, carità. La Chiesa ha infatti elaborato beni culturali per ottemperare alle proprie finalità. Dal momento però che le culture s’evolvono, la liturgia si rinnova, i gusti cambiano, gli stili mutano, la Chiesa – al pari delle collettività – sente il dovere di procedere ad interventi di aggiornamento. Il divenire stesso della storia impone processi di trasformazione, da cui conseguono nuovi equilibri ideologici e nuovi mezzi espressivi. Questo non significa disconoscere il valore della memoria storica e l’importanza di opere imperiture, comporta piuttosto il superamento di sistemi incongrui alle esigenze del momento. Del resto, nessuno si stupisce che in un’abitazione civile – pur di interesse storico-artistico – gli allestimenti interni, gli utensili culinari e, persino, i servizi igienici si siano rinnovati varie volte nel corso dell’esistenza dell’edificio. La grandezza stessa dell’arte italiana, dove con sommi esempi si celebra l’adagio latino “varietas delectat”, è dovuta ai geniali mutamenti di stili e di costumanze che hanno originato un diario stupendo di stratificazioni. In esse l’artistico ha trovato più ragioni di sopravvivenza, lo storico è stato documentato e molte cose vennero affidate all’oblio. Inevitabili errori e deprecabili oscurantismi non hanno impedito al nostro territorio di diventare un unico e grande museo, che ci auguriamo possa continuare ad essere abitabile. Se ci fossero state ab imis fundamentis determinate ideologie di tutela, saremmo ora ad abitare e custodire – pur con somma attenzione -caverne o capanne neolitiche, poiché non sarebbe stato legittimo sostituirle con altri manufatti. Michelangelo, invece, ha avuto il coraggio di distruggere se stesso; il Bramante ha forse distrutto qualche capolavoro di troppo; entrambi però hanno dato risultati degni di attenzione e di memoria. Gli stili sono poi in regime di continuità e di contaminazione: nel romanico si è inserito il gotico, il rinascimento si è evoluto nella maniera, il barocco ha superfetato gli stili precedenti, il neoclassico si è aggiunto al barocco, ecc. Nel contesto poi dell’arte cristiana – diversamente da reperti artistici di civiltà scomparse, quale può essere una piramide egizia o una tomba etrusca – le opere destinate al culto appartengono ad una civiltà tuttora esistente, così che il loro valore storico-artistico è ordinato, seppure non esclusivamente, al bene dei fedeli. Questi devono con esse poter esprimere la loro fede. L’”autenticità” di un’opera è allora garantita dal rispetto delle varie componenti storiche, artistiche, culturali, religiose, tenendo conto del divenire storico. Non si può pertanto ipotizzare un’”autenticità assoluta”, cioè sciolta dal contesto, ma si deve porre un’”autenticità relativa”, ovvero relazionata ai molteplici fattori che compongono ogni realtà contingente nel suo divenire. Tali fattori vanno ordinati gerarchicamente, senza trascurarne alcuno. Per questo ogni necessario adeguamento deve tenere conto delle attuali esigenze liturgico-culturali e, parimenti, deve rispettare la memoria storico-artistica. Per i beni storico-artistici desueti, il luogo della memoria è il museo che va posto in continuità con il territorio, poiché si tratta di un’agenzia formativa assai importante. Quelli in uso occorre continuare a svilupparli e quindi trasformarli. Modificare uno strumento culturale – mobile o immobile – non è un’operazione scandalosa. Nessun ostracismo dunque agli adeguamenti liturgici, se fatti cum grano salis, pur rimanendo sempre nel campo dell’opinabile. Inoltre il concetto di “reversibilità” va ampliato in modo da dare duttilità ai processi adeguativi e ai ricoveri museali. Ci sono insigni cattedrali le cui fabbricerie hanno approvato nei secoli vaste trasformazioni, senza scadere nella paccottiglia. Gli altari sono stati spostati, i pulpiti hanno cambiato luogo, i battisteri hanno errato qua e là. Difficile dire se in questo pellegrinaggio stazionale di manufatti vi è stata una tappa migliore o peggiore di un’altra. Certo, si deve sostenere che ognuna delle performance corrispondeva al gusto del momento, come interpretato dalla committenza, e alle esigenze rituali, come volute dalla liturgia. I più illuminati hanno poi conservato con cura bozzetti, disegni, carteggi e manufatti obsoleti, dando origine a stupende raccolte affiancate a cattedrali, monasteri e chiese. Oggi l’attenzione anche istituzionale è rivolta ai beni e alle attività culturali, non più dunque al manufatto in sé, ma al suo valore sociale. Di conseguenza il valore sociale dei manufatti rituali è dato dalla loro idoneità liturgica. Una chiesa usufruita da una comunità di credenti, che ne continua i vitali processi di trasformazione e di conservazione, è bene culturale intrinsecamente più valido di un sacro edificio ridotto a padiglione plurivalente. Del resto, tutela e sicurezza sono maggiormente garantite, laddove esiste ancora una collettività in grado di “abitare” il monumento. È infatti risaputo che il senso di appartenenza ad una struttura è fondato sulla possibilità di partecipazione ed è siglato dai processi di “personalizzazione” della medesima. Saggiamente un noto rappresentante politico dei beni culturali ha di recente affermato che il Governo non ha il compito di dirigere o di assistere, bensì di evidenziare quanto si va producendo culturalmente. Dunque nel campo dell’arte sacra va maggiormente evidenziata la vitalità di quanto ordinato al culto.Vitalità che si esprime tanto nel rispetto della memoria, quanto nell’adeguamento all’attualità. Da una parte la coscienza di una storia bimillennaria, dall’altra quella di una storia che continua.

Rev. Prof. Carlo Chenis, Segretario Pontificia Commissione per i Beni Culturali della Chiesa

 

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