FARE

Teologia dell’espressione

Teologia dell’espressione

Abbiamo proposto due temi al teologo Pierangelo Sequeri, docente alla Facoltà teologica dell’Italia settentrionale. Lo spazio della chiesa è eloquente in quanto assetto liturgico, oppure per la sua conformazione artistica o poetica? Se la chiesa edificio implica anche un certo grado di comunicatività, l’aspetto artistico viene prima o dopo quello liturgico? Pubblichiamo la riflessione che ne è scaturita.

Sono due aspetti strettamente collegati, che al tempo stesso non si ricoprono semplicemente, quasi assorbendosi l’uno nell’altro. Anzitutto, la stessa liturgia può essere anche giustificazione per gli eccessi di estetismo, nei quali la finalità della chiesa, da ultimo, risulta più rimossa che esaltata. Da sola, in ogni cosa, la liturgia non è la cifra
che esaurisce l’essenza religiosa della chiesa. La liturgia, come evento globalmente “eucaristico”, costitutivo e consuntivo dell’atto di fede della Chiesa, non è semplicemente la Chiesa. La comunità cristiana si concepisce come qualcosa che è assai più che una comunità di culto. E anche l’edificio-chiesa è per la comunità cristiana, lungo tutto il suo essere e il suo vivere, in vista del più globale e compiuto “culto spirituale” di cui essa vive. In secondo luogo c’è la ragione strutturale della liturgia, proprio quella che fa la sua differenza specifica e definisce la sua indubbia centralità nella vita della Chiesa. Neppure l’atto cultuale della celebrazione e della preghiera può essere risolto nel mero
fare liturgico. La liturgia istituisce certamente un tempo e uno spazio sospesi rispetto alle attività quotidiane: sia dal punto di vista umano generale, sia dal punto di vista ecclesiale e specifico. La sospensione è in vista di una concentrazione intorno all’essenziale che chiede di essere custodita nel tempo e nello spazio. Evocarne la differenza simbolica, perpetuarne la durata, consacrarne lo spazio sono precisamente le funzioni che chiamano in causa l’importanza di una cura affatto speciale del gesto architettonico e artistico. Detto questo, la qualità estetica dell’edificio-chiesa marca una differenza simbolica importante, al di là dell’esserci e del fare, perché ciò che comunica e ciò che custodisce precede e segue gli stessi atti della comunità: non si riduce ad essi, non è meramente funzionale ad essi, non parla soltanto entro i loro confini e il loro gergo.

"L’edificio sopravvive all’assemblea e
consente a un’altra assemblea
di ripercorrere la stessa liturgia. In questa
prospettiva mi sembra che anche l’impegno
estetico del costruire e del decorare, trovino persino più spazio di
investimento creativo"
Firenze, San Miniato al Monte, vista interna della navata (XI-XII secolo).

La Chiesa non celebra anzitutto e semplicemente se stessa. Diversamente il gesto liturgico diventerebbe, di nuovo, autoreferenziale, esclusivo e conclusivo in se stesso. Dunque, separato dalla sua origine, dal suo senso, dalla sua destinazione: ossia l’azione e la presenza del Signore. La concezione di un gesto liturgico autosufficiente e autoriferito, che si genera quando la liturgia stessa diventa un assoluto a se stante, induce anche analoga deriva del gesto costruttivo e decorativo. Essi diventano vuoti di memorie di antica origine, spogli di prospettive che aprono a lungo termine la manifestazione della fede confessante. A quel punto, edificio e gesto “non incorporano” più il mistero vissuto e celebrato, memoria e trascendenza di lunga gittata, che ci superano da ogni lato; finiscono per segnalare e attrezzare soltanto – e congiunturalmente – l’appuntamento di un’assemblea e le performances di un happening. Si consumano nella contemporaneità, si alleggeriscono sino alla contiguità come l’effimero, il generico, l’estrosa e indecifrabile marcatura dello spazio: terrestre, aereo, urbano e paesaggistico. La liturgia non è il riunirsi dell’assemblea che comincia e finisce ogni volta, come se tutto ricominciasse da capo, dal nulla. Si pensi anche solo alla permanenza dell’eucaristia. Ma poi anche all’ostensione della Parola, alla presenza stabile dell’altare, ai segni della comunione cattolica universale, alle cione bibliche (se ci sono ancora), alla memoria della comunità antica e della tradizione locale. Il senso speciale di questi fatti sarebbe cancellato, se ciò che è essenziale della liturgia si risolvesse nel suo "fare" e la forma dello spazio fosse quella di un asettico contenitore, sostanzialmente funzionale a quello.A parte quel che si potrebbe dire sul fatto che oggi le chiese si identificano come "aule", secondo una logica che porterebbe a guardare a quel che vi si svolge solo come un radunarsi, con l’aggiunta di qualche “segno” simbolico. Quindi, paradossalmente, bisogna piuttosto insistere ancor più profondamente sul registro della permanenza e della trascendenza. Su quel che c’è prima e che resta anche dopo. Anche a chiesa “vuota”; anche guardando da fuori. O lo si scrive nella pietra, o vola via, dopo ogni raduno. Ecco perché vedo male gli eccessi di liturgismo, secondo i quali gli arredi dello spazio sacro
sono una variabile funzionale. Come anche gli eccessi di astrazione o di decorazione, dove la forza del segno è affidata all’astratta geometria autoreferenziale del segno architettonico, o alla individualistica incisività del segno artistico. Senza “vita di chiesa”, né “storia di chiesa”.

Chiesa Christus Hoffnung der Welt,Vienna. Progetto Heinz Tesar. Interno dell’aula (anno 2000).

Nell’edificio e nell’architettura della chiesa, la permanenza e la trascendenza devono essere solidamente incorporate. Perché qui si trasmette la memoria della storia sacra che giustifica il radunarci, e che lo precede e che dura dopo il raduno. E invoca di essere rappresentata anche da volti, da richiami a fatti, dalla memoria. E’ permanenza anche di affetti, emozioni, incanti che non governiamo noi con l’emozione del momento. L’emozione dell’incontro di Elia con Dio è autentica. Se tralasciamo questo, si instaura il dubbio e allora l’efficacia del segno si perde. Ecco che l’edificio si attesta per avvertire di questa efficacia della trascendenza e della permanenza. Sopravvive all’assemblea data e così consente a un’altra assemblea di ripetere il gesto – a qualsiasi assemblea segua nel tempo – e di ripercorrere la stessa liturgia. Anzi, di orientare nella medesima direzione molti e sempre nuovi percorsi di vita. In questa prospettiva, non liturgistica, non funzionalistica, mi sembra che anche l’impegno estetico del costruire e del decorare, trovino persino più spazio di investimento creativo e di superamento dell’effimero. Hanno la responsabilità di un insediamento del sacro e di una forma ecclesiale di lunga durata e di vasta comunicazione. Non sono monumento a se stante. Ma neppure supporto funzionale di piccoli eventi assembleari. Non allestiscono spazi espositivi e tempi di raduno, custodiscono la felicità e la bellezza di simboli che legano al medesimo incanto i moti delle generazioni, storie che riconciliano, che hanno lasciato il segno per chi deve transitare ancora. Ospiti anche improbabili, ignoti gli uni agli altri, imparano una famigliarità con l’ekklesia, già fascinosamente agghindata per la loro venuta, che li fa sentire – da subito – non estranei alla grande storia che il genio religioso e artistico ha opportunamente incorporato. Il luogo li persuade affettuosamente e splendidamente che, nel solco di quella storia di vite vissute e di rivelazioni inaudite, essi sono come già attesi e custoditi.

Prof. Don Pierangelo Sequeri

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