| Tratto da: Tende e tessuti N°28 Speciale Tende da Sole |
Opinion leader L'architettura e il controllo climatico naturale |
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| Intervista a... A colloquio con Massimiliano Fuksas, a proposito della nuova università panafricana di Abuja, in Nigeria Testo Leonardo Servadio "Tra i progetti presentati al concorso, il mio era
quello che rifiutava la verticalizzazione oggi tanto di moda”. Massimiliano
Fuksas ha vinto lo scorso anno il maggiore concorso internazionale mai
organizzato dal Riba, il Royal Institute of British Architects, per la
costruzione della nuova università di Abuja, la capitale nigeriana.
Tra gli altri invitati al concorso, Allies & Morrison, Rem Koolhaas
e Rafael Vinoly. L’Istituto Africano di Scienza e Tecnologia è
stato lanciato dalla Fondazione Nelson Mandela, sudafricana, di concerto
con la Banca Mondiale, organismo delle Nazioni Unite.
Ho cercato invece di attenermi alla tradizione africana.
Lo considero forse il più importante tra i progetti da me concepiti,
non tanto per le dimensioni, che sono notevoli (l’area è
di 233 acri e vi si costruiranno 250 mila metri quadrati di edifici destinati
a ospitare docenti e studenti, aule universitarie, biblioteca, rettorato
e uffici amministrativi, un centro sportivo), quanto per il senso sociale
e politico dell’intervento. Sarà un’università
panafricana, destinata a permettere a scienziati, docenti, tecnologi,
giuristi, economisti che da questo continente sono emigrati nelle università
e nei centri di ricerca del mondo occidentale, di tornare qui e aiutare
a far crescere la nuova élite del sapere continentale: un’élite
che faccia nascere l’Africa del futuro. Per questo al centro di
tutto il complesso, nella piazza principale, ho voluto porre una lastra
dilavata da un velo d’acqua che reca incisa
In basso, schizzo dell’area e tavola di progetto.
Ma perché allora rivolgersi a tecnologie
tradizionali? «Non precisamente, gli edifici saranno in
cemento: mi sarebbe piaciuto ricorrere alle edificazioni tradizionali
locali, ma ormai la manodopera ha acquisito le tecnologie costruttive
occidentali. Tuttavia nel progetto tengo conto della cultura locale: gli
edifici sono bassi, il masterplan si adagia sul terreno seguendone le
particolarità, il corso d’acqua resterà intatto, l’asse
principale del complesso si rivolge alla montagna sacra della popolazione
autoctona, gli Asokoro. Non si progredisce abbandonando la tradizione,
ma edificando in continuità con essa. Io apprezzo la cultura africana:
da anni, ben prima che diventasse di moda e fosse
E questo per gli edifici che cosa vuol dire?
E poi i frangisole, le schermature…
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