FARE

Susanna Magnelli


Ho scelto di entrare in contatto con la periferia attraverso le vite vissute degli abitanti, per me una nuova prospettiva che non contemplasse il buono o cattivo gusto, ma le ragioni di un universo insediativo.
‘Rispondere alle nuove esigenze abitative senza liquidarle come irrilevanti’: questo era il punto di vista col quale Chiara Merlini otto anni fa dava qui il suo contributo sui ‘territori unifamiliari’ e col quale concordo pienamente (C. Merlini, Territori unifamiliari in ‘Disegnare città nuove’, Metamorfosi n. 38, 1998, pagg. 66-69).
È così che la percezione delle persone diventa importante per chi progetta, e non è un trascurabile, inevitabile evento scontato, ma fonte inesauribile di sensi diversi, di attribuzioni e figurazioni.

La casa unifamiliare, con la porta per terra, come paesaggio residenziale originario
1. I primi disegni dei bambini, per quanto ‘pilotati’, mostrano la casa unifamiliare come modello indiscusso dell’idea di casa (fig.1).
2. Per gli adulti che ho incontrato la casa unifamiliare rappresenta qualcosa di simile all’abito, al vestito del proprio nucleo familiare: l’involucro appena oltre ai propri indumenti.
3. L’aspettativa della casa unifamiliare è molto forte. Per la propria collocazione futura molte persone non pensano ad un contesto complicato come la città, ma concentrano direttamente l’aspettativa all’abitazione ideale: monofamiliare (fig. 2).
Può darsi che tutto ciò sia frutto di colonizzazione culturale, ma rimane il fatto che la nostra popolazione era legata al sogno di un pezzo di terra e al ‘posto al sole’: affrancata ormai dal sospetto d’esser contadina, la gente ritrova anche un po’ la memoria delle generazioni passate.

Concretizzazione della villetta
Le motivazioni di una villetta: sia per riprodurre nuove versioni del vecchio e comodo uscio e bottega (fig. 3), sia per avere un giardino intorno a casa, per abitare una zona verde, occorre uscire di città.
Spesso occorre poi ridurre i costi: il luogo sarà eccentrico per definizione di rendita, non urbano. La villetta è l’edificio che consegue a questi e ad altri numerosi bisogni, desideri ed esigenze.
Il modello cui s’ispira la villetta è la villa unifamiliare isolata, che diviene nel tempo l’approdo dei più fortunati abitanti di villette.
La villetta si declina poi in una infinita serie di variazioni, per tutti i gusti e tutte le tasche: il favore che ha incontrato ed incontra deriva anche dalla sua flessibilità, addirittura dall’indeterminatezza stessa del tipo che ciascuno immagina già direttamente a sua somiglianza.
Poi cambierà l’accorpamento delle unità residenziali, la qualità dei materiali e delle tecnologie utilizzate, a volte a scapito dell’isolamento indispensabile all’immagine della villetta. La villetta è un’idea, non una tipologia edilizia.
La tendenza espansiva dell’edificio emerge in molti racconti come dato costitutivo. La trasmissione di una parte di casa ai figli quando saranno grandi, l’avere vicini o addirittura in casa gli anziani genitori: la flessibilità e l’espansività della villetta sono essenziali. La tavernetta e la mansarda sono le più comuni espansioni della villetta: promettono
uno spazio maggiore di un appartamento, oppure una possibile valorizzazione del bene (fig. 4).
La tavernetta è facile da realizzare, già prevista spesso dal costruttore come garage; trapela inoltre, soprattutto nei volti dei più anziani, la soddisfazione aggiuntiva dell’abuso veniale, sul quale peraltro le amministrazioni possono anche chiudere benignamente un occhio. La tavernetta poi diventa il centro vissuto della casa, lì nelle fondamenta, seminterrata: e questo non c’è interpretazione economica che possa spiegarlo (fig. 5).

Come viene usato lo spazio della villetta
La tendenza alla crescita produce espansioni in verticale: nessuno nomina le scale, il luogo più transitato ed ignorato dell’edificio.
La casa islamica presenta tipi simili, ma le scale hanno per perno un pozzo fisico e metafisico di luce, d’aria, centro di tutta la socialità domestica. Invece in villetta, questa trova spesso sede nelle profondità circoscritte della tavernetta.
La verticalità della distribuzione è vissuta come separazione da un contesto culturale che vede e pensa in orizzontale: le scale saranno usurate, ma non creano mai ambienti vissuti; ogni piano è immaginato a sé (fig. 6). Al suo interno poi i giovani hanno un universo privato che coincide con la camera – le scarpe da ginnastica sempre nel mezzo – o con la mansarda; fanno le scale in continuazione per andare a mangiare; poi vanno per strada con gli skates, le bici, o in motorino.
La camera da letto sembra poco interessante invece per gli adulti, rimane confinata alla notte. Il piano terra è spesso per gli estranei ammessi in casa (cucina, tinello, soggiorno, bagno): ci vuole, ma non viene usato. È raro che qualcuno ci collochi opportunamente lo studio.
La villetta poi ha uno stretto rapporto con l’hobby: i suoi spazi deputati sono il giardino e la rimessa dietro la tavernetta, ma l’intera villetta diventa hobby, lavoro oltre il lavoro per il proprio piacere, per la manutenzione, l’abbellimento. Tendenzialmente assorbe tutto il tempo libero della sua popolazione.

Qualche conclusione
Insomma il modo di viverla tende a produrre una casa verticale, sommatoria di ambienti singoli, anche se è l’orizzontale del giardino a connotarla. Si presenta come casa arcipelago, nella quale ognuno ha il suo posto, nella quale i bisogni individuali e domestici tendono a riprodursi in modo centripeto come un pozzo senza fine.
Si manifesta così il lato oscuro della villetta, un condominio moltiplicato a varie scale (fig. 7): già la villetta lo costituisce al suo interno, poi l’aggregato di villette coperto dallo stesso tetto, poi l’insieme che affaccia sulla stessa strada, poi l’intera lottizzazione. Qualchevolta tutto ciò significa anche aiuto tra vicini, ma generalmente produce una pletora di regolamenti e vincoli, normative di una coinvivenza senza altri scopi comuni, di un’aggregazione senza società, fonte di continui dissidi o dispositivi per evitarli.
Così i vantaggi principali della villetta – la flessibilità e l’isolamento – si rovesciano nella rigidità del non consentito e nella contiguità problematica.
Poi spesso mancano i servizi, l’autobus fa poche corse, i negozi previsti non ce la fanno a decollare, i luoghi della socialità sono impediti dalle proteste degli abitanti disturbati. Manca perfino la parrocchia.
Il condominio è comunque – nel bene e nel male – un universo centripeto, la villetta è un universo centripeto, la camera, il giardino, la tavernetta sono universi centripeti. Periferia, insomma, come universo centripeto.

Questi universi centripeti, per singoli individui e singole aggregazioni di individui, sono possibili solo in una civiltà totalmente urbanizzata.
Ma non c’è reciprocità e la ripetizione all’infinito dei modelli individuali non produce una società, come non la producono i regolamenti.
È questo il contesto al quale gli abitanti si trovano implicitamente a cercare soluzione. Quasi impossibile.

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