PENSARE

Stratificazioni eco-logiche

Viviamo in un epoca caratterizzata dalla giustapposizione degli elementi e dei piani semantici, epoca di rapidissime mutazioni che giocano con l’esistente, rimodellandone confini e sensi.
In architettura il tema della stratificazione diventa centrale rispetto alla ricerca di nuove forme progettuali in grado di esprimere ‘lo spirito del tempo’.
Il concetto di stratificazione applicato all’architettura ci permette di operare su più livelli, di sovrapporre i segni concentrando i significati.
La stratificazione ci offre la possibilità di creare spazi pubblici connotati da una forte complessità spaziale e funzionale, di reificare ‘una città dentro la città’.
Paesaggi naturali o antropizzati, reinterpretati, immaginati, modellati, sovrapposti, che esprimono una complessità percettiva intensa e condivisa. La stratificazione è sovrapposizione: di ordini, di layers, di epoche, di significati, di espressioni, di elementi che interagiscono in uno stesso spazio, in un tempo anche molto dilatato.
La stratificazione è intesa come sistema multiplo di relazioni e di avvenimenti (strati di attività, strati di reti infrastrutturali), che generano una complessità spaziale; la sovrapposizione di differenti ordini produce tensioni, spazi contraddittori, mutevoli, che sono percepiti e vissuti in modi nuovi ed inattesi.
Nel processo di stratificazione vi è un’alta probabilità di generare uno spazio in-between, uno spazio residuale capace di produrre inedite configurazioni, spazio tra le cose, abitabile, spazio di residui, avanzi, vuoti, spazio intermedio, luogo dell’inaspettato, aperto a nuove aree di conoscenza.
Alcuni architetti contemporanei sperimentano in un arco temporale accorciato la sovrapposizione di più sistemi, di differenti livelli di materie e di figurazioni. Quest’operazione dà come risultato spazi e situazioni di carattere e dimensione diversi, caratterizzati da situazioni di reciprocità, conflitto o di indifferenza … (B. Tschumi)
Di seguito esporrò tre casi studio che affrontano il tema della stratificazione in aree di frontiera, aree di confine tra città e acqua, tra paesaggio e infrastruttura, tra spazi delimitati e spazi infiniti, che assumono nuovi significati ed esprimono nuove potenzialità.
Tali spazi, spesso marginali, degradati, poco conosciuti, indefiniti, non progettati, diventano occasioni di riflessione e di ricerca per nuove strategie progettuali capaci di superare l’originaria esclusione, promuovendo nuovi spazi di incontro e nuove centralità.

Centro Servizi polivalente
al molo San Cataldo nel porto di Taranto

Il recupero del molo S. Cataldo come waterfront, ha l’obiettivo di creare una connessione tra la città di Taranto ed il suo porto. Il Centro servizi polivalente è un edificio che si integra con la struttura del molo, ponendosi come nuova ‘porta della città’ sul mare. Il concept del progetto si fonda sull’idea di un’architettura che nasce dal suolo e si conforma come un grande invaso la cui ampiezza permette l’articolazione dell’edificio in due corpi di fabbrica. Questi corpi creano un ‘paesaggio’ nuovo, dinamico e percorribile; slittano e si sviluppano con un andamento sinuoso e organico, articolati attorno ad uno spazio aperto attrezzato, un giardino mediterraneo, un hortus conclusus.
L’insieme assume una forma fluida, un volume-percorso che protendendosi verso il mare coinvolge la parte terminale del molo con la statua di S. Cataldo, punto emergente del luogo, inglobandola in un nuovo basamento a gradoni.
L’integrazione tra natura ed architettura caratterizza gli edifici con la presenza costante della vegetazione negli spazi aperti, nei patii e nelle terrazze. Passeggiate belvedere, percorsi in quota e volumi che, come cannocchiali, inquadrano il paesaggio circostante facendo sì che il nuovo Centro servizi polivalente diventi un nuovo polo attrattivo per la città di Taranto e per l’intera area mediterranea.La Funicolare e le stazioni nel parco Nazionale del Vesuvio
Nella progettazione della ferrovia del Parco Nazionale del Vesuvio si è scelto di favorire il processo di rinaturalizzazione, assimilando il tratto di ferrovia dismesso alle reti culturali e ambientali presenti sul territorio e proponendo, attraverso un lento incedere degli interventi, un percorso di riflessione.
In questa prospettiva, il parco non esaurisce la sua funzione di introduzione ad attività museali, ricettive, ricreative e di servizio, ma diventa porta di accesso alla conoscenza dei beni ambientali e culturali del luogo. La risalita meccanica verso il Vesuvio diventa, dunque, un’infrastruttura che guarda all’ambiente, un artificio che si coniuga con la natura, un luogo di educazione ambientale, di conoscenza della memoria storica dei siti ed anche un luogo di sperimentazione e innovazione, grazie alla disseminazione, lungo il percorso, di interventi di artisti contemporanei.
Il percorso ferrato diventa flusso energetico, magma, fluido che scorrendo trasforma la semplice percorrenza in esperienza percettiva ricca e stimolante. Funzioni diverse si sovrappongono e si mescolano nell’intento di offrire possibilità diversificate in termini di tempo e di interessi.
Percorso natura, percorso vita, aree sosta per il pic-nic, land art, osservatori panoramici, percorsi didattici ed informativi sulla storia e la natura del territorio e dell’ambiente circostante, campeggi, maneggi: queste le possibili attrezzature che, come aree di esondazione, occupano e ‘animano’ l’intera area.
Dell’intervento di rinaturalizzazione, sono parte integrante la valorizzazione del polo scientifico-museale dell’Osservatorio Vesuviano, il restauro e la rifunzionalizzazione dell’edificio storico dell’Officina Cook, le nuove aree di parcheggio, ma soprattutto la realizzazione delle due nuove stazioni: ‘Due Vulcani’, caratterizzata dalla posizione peculiare all’interno dell’’Atrio del Cavallo’ e ‘Cook’ presso l’ex centrale elettrica della ferrovia. Nuovi e importanti ‘Poli di fruizione del Parco’, dove funzione ricettiva ed espositiva entrano organicamente a far parte della rete paesaggistica, e nodi di connessione fra le diverse modalità di fruizione: l’interscambio con i veicoli provenienti dall’esterno e con le navette interne, l’accesso agli itinerari sentieristici, gli approfondimenti tematici sulla natura e le risorse del territorio, le informazioni e i servizi di accoglienza ai viaggiatori. L’area è caratterizzata dalla successione di paesaggi naturali ed antropizzati particolarmente diversificati e l’architettura delle stazioni e delle fermate è pensata per generare un percorso narrativo ed emozionale, in grado di creare
nuove relazioni morfologiche, ecologiche e funzionali.

Centro di produzione per cinema digitale a Mola di Bari
Il progetto per il centro di produzione per cinema digitale si struttura come tentativo di conseguire un duplice risultato: costruire un complesso che, attraverso la riqualificazione di alcuni edifici preesistenti, sia in grado di assolvere a funzioni tipologicamente molto avanzate e ottenere, al contempo, un’immagine architettonica capace di promuovere il centro e renderlo un riferimento per la produzione digitale internazionale.
Nel progetto si è tenuto conto sia del preesistente ex macello che del sito.
Parti architettoniche di un unico progetto, nel rispetto dell’architettura già esistente, coniugano architettura e natura in un sistema di segni e tessiture dando origine ad un complesso che, evocando la presenza del bellissimo castello angioino, si organizza come una sorta di ‘anti-polo’.
L’immagine realizzata trova eco nella memoria della fortezza angioina e viene radicata al suolo conl’aggiunta di importanti ‘azioni’ compositive, come l’introduzione dell’acqua all’interno dell’area tramite alcune ‘incisioni’ nella linea di costa.
Una di queste incisioni lascia fluire il mare tra gli edifici con il preciso intento di ‘misurare’ la distanza tra questi, ed isolare il teatro di posa che, galleggiando su di uno specchio d’acqua, emerge come una torre dagli spalti vegetali di una nuova fortezza.

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