ARCHITETTURA FARE

Schizzando razzi di fuoco

Dal romanzo di Virgilio Brocchi "Il posto nel mondo"

Servizio fotografico di: Francesco Morgana presso il laboratorio San Pietro a Lipomo (CO)

…La fiamma brillava nella fucina, le incudini lucevano come fossero contente di trovarsi al pulito; le grandi e le piccole ruote declinavano lungo la parete come i congegni d’un orologio gigantesco; mazze e martelli, lime e tenaglie e ramponi s’allineavano ai loro posti, intorno ai ceppi, tendendo il manico alla mano del lavoratore…

…Mica è un fabbro come noi: il ferro sotto il suo martello diventa pasta; lui lo piega col fiato, ne fa cancellate, balaustre, candelabri, lampade, alari, nastri e fiori come un orefice…

…E picchiò il primo colpo. Paolaccio calò la mazzata, schizzando intorno razzi di fuoco. Con una gran forza bruta e precisa la mazza scendeva rombando dietro lo squillo chiaro del martello che indicava il luogo dove essa doveva piombare. Guidato da una mano sicura, il ferro rutilante si inclinava sul corno conico dell’incudine, si voltava sulla lingua, si stendeva piatto sul piano, si allungava, si assottigliava, si scanalava, prendeva forma, plasmato dal picchio mordente del martello e dal tonfo del maglio, nello squillare di due note alterne, argentina l’una, l’altra cupa e rombante, che si
facevano sempre più rapide, incalzandosi in un ritmo che diventava precipitoso…

…Al di là dell’atrio si protendeva l’officina ampia come una chiesa: in fondo un’arcata sostenuta da tre pilastri proteggeva le forge; dinanzi ad esse squillavano le incudini, sopraffatte di tratto in tratto dal brutale rimbombo del maglio meccanico. Su due lati, sotto le grandi finestre, quanto era lunga l’officina, si stendevano i panconi da lavoro; e di passo in passo, ciascuno dinanzi alla sua morsa, i garzoni limavano, scalpellavano, misuravano, sbalzavano le lamiere fragorose; e nessuno parlava; solo l’officina parlava col mordere delle lime, con lo scrosciare delle piastre di ferro, con lo stridere della sega meccanica, con lo sfriggere del tornio, col soffiare del ventilatore sulle fucine mugghianti, col tintinnare delle incudini, coi brevi rapidi tonfi del maglio meccanico che picchiava col suo tremendo pugno snodato sul massello incandescente. In mezzo alla grande sala posava sui cavalletti una cancellata poderosa: lunghissimi steli di
gladiolo, fioriti splendidamente al di sopra della spranga alta arcuata, erano annodati alla base da sontuosi grovigli di nastro, intrecciati con tanto vigore che la loro stessa leggiadria sembrava un attributo di forza nella massiccia architettura dei cancelli destinati a sbarrare incrollabilmente, tra pilastri di basalto, l’atrio d’un miliardario americano.

Virgilio Brocchi
(Orvini, Rieti 1876- Nervi 1961)

Scrittore italiano. Fu autore di numerossimi romanzi inprontati ad un facile moralismo borghese: Isola narrativa (ciclo di quattro romanzi, 1911-20), Mitì (1917), Il figliul duomo (cicli di quattro romanzi, 1920-38), La gran voce (1940). Gagliarda (1947), Un posto nel mondo 1947, Il laccio (1954).

Ciascun operaio e ciascun garzone e ogni macchina lavorava al compimento al compimento della formidabile cancellata distesa sui cavalletti: il capo officina, con l’occhio ai cartoni, disegnava sul massello spalmato di gesso il lavoro che gli artieri dovevano eseguire con fuoco e scalpello; i manovali arrotondavano le borchie; gli apprendisti affondavano a colpi di mazza nella pasta rovente del ferro la tacca incisa dallo strangolatolo, e i fabbri traevano dalla fiamma la spranga rossa d’un sol pezzo, la martellavano sull’incudine, la piegavano con la morsa, la torcevano col tordiglione per fiorirla d’un gladiolo vivo come il fuoco…
…Egli batteva in quei giorni le vipere che dovevano attorcersi coi nastri alla base della cancellata; e alcune s’attorcigliavano, altre si rizzavano sulla coda quasi scattando con la testina erta…

…Rituffava la verghetta già affusolata tra i carboni che sfavillavano al deciso calcare del suo piede sul ventilatore; la traeva incandescente dalla fucina, l’addentava con morsa e tordiglione, la piegava, la torceva, la drizzava; nera e
fredda la immergeva di nuovo tra le fiamme; la posava arroventata sulla piana; col martello, a piccoli picchi che parevano carezze, pareggiava la base del serpe ravvolto sulla coda, gli dava la voluta, gli ergeva la testina furiosa che scattava
a ferire.

“Non è cattiva abbastanza!” diceva il babbo. E insieme riprendevano la vipera con tenaglia e tordiglione: l’uno teneva, l’altro torceva per darle la piega della veemenza micidiale. E quando, ancora infocata, la serpe ritta sulla coda pareva scagliarsi sibilante, il signor Stefano rideva esclamando: “Bravo, Pietruccio! Che fabbro diventerai!”….

Talvolta diceva: “Non c’è arte più bella! Qui c’è tutto: la forza, la delicatezza, la difficoltà da vincere, il pericolo da superare. Col ferro tu fai tutto: l’architettura, la scultura, e anche la pittura. Guarda che colore ha il ferro! Guardalo
bene adesso che ci batte il sole: c’è il viola, c’è il verde, c’è il rosso, c’è il brillare dell’argento, il caldo dell’oro, nel bruno c’è la traccia del fuoco, il riflesso della fiamma di carbone; lo morderesti per la felicità. E’ forte, è buono; s’accontenta di tutto, non ha paura di nulla; anche la ruggine lo fa più bello.Non bisogna maltrattarlo con colpi violenti, e ne fai quel
che vuoi; è come una ragazzina: basta che sia infiammato, basta che gli vada dietro con le buone, gli fai fare quello che vuoi tu!” E se udiva sull’incudine un martellare scomposto, si volgeva adirato per ammonire l’apprendista: “Non picchiare a quel modo! Non bisogna trattare il ferro con brutalità; meriteresti che tirasse fuori un braccio e ti prendesse a scapaccioni. Ah, Pietruccio! Non c’è mestiere più bello, a volergli bene.”

E Pietruccio in quelle ore di bontà sentiva che avrebbe adorato il suo mestiere, se il babbo avesse sempre lavorato accanto a lui con quel fervore, parlando con tanta dolcezza.

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