ARCHITETTURA

ARCHITETTURA COME PROFEZIA

Un Santuario imponente, quello di Nossa Senhora da Conceição Aparecida a San Paolo in Brasile, secondo per dimensioni solo a San Pietro. Costruito ai nostri giorni, consacrato nel 1980 da Giovanni Paolo II: come fosse poche ore fa, se si misura il tempo secondo la scala millenaria che è propria della Chiesa.Ha la cupola, ha grandi arcate, la pianta a croce greca, l’ampio sagrato abbracciato sui lati da colonnati ad ansa… Uno stile dall’impronta storicistica: una chiesa ben riconoscibile, che può far discutere per il suo astrarsi dal confronto con la produzione architettonica corrente. Ma qui si parla un’altra lingua: non quella della cultura progettuale, bensì quella della devozione popolare, che muove milioni di persone rinnovando il miracolo della fede in America Latina.
Ce ne parlò S.Em. Card. Raymundo Damasceno Assis, Arcivescovo di Aparecida, nell’occasione del “Family Day” svoltosi a Milano a fine maggio 2012; in quell’occasione emerse che per completare l’intradosso dell’immensa cupola è stato chiamato un mosaicista italiano. Non è un particolare tecnico. Un santuario come quello di Nossa Senhora è un immenso organismo di lode la cui presenza si dilata nel mondo: l’impegno di artigiani italiani per un’opera musiva che ne farà splendere l’invaso è ragione di orgoglio per noi.
Ma è anche espressione di una collaborazione internazionale che fa parte della tradizione delle grandi chiese. Si pensi al Duomo di Milano, per il quale vennero scultori da tutta Europa. E il paragone non si ferma qui: le centinaia di statue che si ergono sulle sue guglie sono un canto di fede elevato da tutti coloro che vi hanno lavorato; dal basso non si vedono con chiarezza, ma si sa che ci sono. Sono un po’ la metafora della fede. Sarà così anche per il mosaico sulla cupola dell’Aparecida la cui base è a 60 metri di altezza.
Se ne vedrà il disegno, non si identificheranno i particolari né tanto meno le singole tessere disposte con somma perizia così da dar vita alla superficie dorata e variamente colorata. L’artigiano rende preziosa l’opera, rifinisce i dettagli, fa parlare i muri. Ci vuole maggiore cura anche per le chiese nuove: non basta la forma generale, non basta la “macroarchitettura”, ci vuole anche attenzione per le cose minute. Quando si dice “sostenibilità” ci si riferisce di solito al consumo energetico. Se ne parlerà al convegno organizzato da CHIESA OGGI architettura e comunicazione per l’ 8 febbraio 2013 a Parma in collaborazione con il Salone della Sostenibilità, insieme con tutto il resto che concorre a ”fare” chiesa: l’aspetto simbolico, le nuove tecnologie usate con somma attenzione al fine di migliorare gli ambienti senza rinunciare al loro significato… Sostenibilità è un termine ormai onnicomprensivo, che nella polisemia acquisita può perdere significato. Nella chiesa invece deve ritrovare la propria ragione fondante, a partire dal senso dell’edificio, che non è funzionale, ma denso di significato.
Per tutto questo la chiesa svolge un ruolo insostituibile nel panorama costruito, di cui è profezia progettuale, germoglio fondativo. Chi dubiti che sia ancor oggi così, come sempre lo fu nel passato, osservi la chiesa di Pampulha, progettata da Oscar Niemeyer nella prima metà degli anni ‘40. Doveva essere un architetto comunista a far nascere uno degli esempi più densi di senso per la chiesa contemporanea! Il suo disegno non perde nulla della sua contemporaneità: avrebbe potuto essere progettata oggi, o domani, come lo fu settant’anni or sono. La sua forma elegante, essenziale ed eloquente, è stata ripresa, imitata, riscoperta da tanti. Un architetto colto e sensibile, di fronte al tema della chiesa, a prescindere dal suo orientamento ideologico, sa trovare l’espressione del sublime. Perché è l’architettura della chiesa quel che sostiene la città.
Quella di Niemeyer è una lezione che chiunque dovrebbe apprezzare: semplicità e complessità convergono, rispetto per il genius loci e creatività si integrano. Sono qualità cui ogni progettista dovrebbe attingere, sia che inventi il nuovo, sia che conservi l’antico. Il Santuario di Aparecida e la chiesa di Pampulha esprimono due approcci diversi, forse diametralmente opposti: entrambi sublimi. Entrambi frutto di vera cura e vero amore: in fondo è questo quel che più conta nel progettare.Usa il link pro: aggiungi la stringa chiave per approfondimenti: es: http://pro.dibaio.com/ghirelli-tizianoPassato il primo periodo di emergenza, dopo che il terremoto nel maggio 2012 colpì la pianura emiliana e le zone vicine fino a Mantova, Rovigo e oltre, ora si organizza la ricostruzione. Molte chiese, soprattutto nelle diocesi di Bologna e Ferrara, sono in gran parte da recuperare, poiché hanno subito crolli cospicui, in particolare delle coperture, e a volte importanti danni alle strutture.
Una risoluzione unanime è emersa nei molti incontri svoltisi tra i responsabili diocesani dei territori coinvolti: si ripristineranno le chiese così com’erano prima del terremoto. Anzitutto nelle strutture e nelle coperture – quindi, quando mai sarà possibile, negli apparati ornamentali e artistici.
Ovunque emerge con chiarezza che le comunità si sono sentite ferite: i danni subiti dai luoghi di culto portano una minaccia all’identità delle persone. Di tutti: fedeli e non, praticanti e non praticanti.
Anche in queste nostre terre, dove sono stati molto diffusi gli atteggiamenti a-religiosi, se non addirittura antireligiosi, tutti sono accomunati dal desiderio di ritrovare i luoghi storici. Perché per tutti, anche se totalmente estranei alla Chiesa, le chiese sono rivestite di una dimensione simbolica che è aspetto costitutivo della totalità della società. La chiesa-edificio è simbolo della comunità che continua a vivere pur nella sofferenza, dopo la catastrofe.
Certo per il fedele la chiesa è ben più di questo: non “monumento”, ma vivo luogo di culto dove il rapporto con l’altro nella benedizione amorevole del Signore si rinnova a prescindere dagli aspetti storico-artistici dell’edificio.
Ma questi hanno inevitabilmente un loro peso: portano con sé la memoria, e in fondo questa allarga il senso della comunione anche alle generazioni che nel passato qui si sono succedute.
Per tutto questo, anche là dove oggi non è possibile celebrare e si rende necessario usare strutture provvisorie, si preferisce non rinunciare all’edificio storico, e attenderne il ripristino: per anni se necessario.
Magari per averlo restituito migliore: più sicuro di prima, meglio dotato di strumenti tecnologici adatti al risparmio energetico. Ma dev’essere quell’edificio che ha un posto nel cuore e nella memoria di tutti.

Mons. Tiziano Ghirelli

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