FARE

Santa semplicità, poesia dei monti


Realizzata da Peter Zumthor e Annalisa Zumthor-Cuorad, la cappella è nota nel mondo. Interamente in legno, rivestito esternamente a scandole, offre un’esperienza di spazio assoluto, simile a quella delle terme di Vals, opera successiva di Zumthor, anch’essa esempio di architettura montana di pregio, capace di unire tradizione e modernità.

Spazio apparentemente domestico nella sua forma che richiama l’architettura rurale. Distanza dal quotidiano cammino nel salire la scaletta che apre all’aula interna. Dilatazione dello spazio per una attenta posizione delle pareti perimetrali oltre le pilastrate di sostegno del tetto. La centralità dell’altare, posto tra la sede e l’assemblea è elemento
unificante dello spazio. Non si “assiste”, o peggio “guarda”, a ciò che avviene sull’altare ma si partecipa pur in una sistemazione assembleare tradizionale.
Certamente Zumthor ha avuto un confronto con la comunità benedettina di Disentis, da cui questo piccolo borgo dipende per il servizio pastorale.
La chiesa parrocchiale è, in verità, come una cappella monastica.
Le mura sono indistinte, rispetto all’architettura del quotidiano vivere, ma l’interno è, immediatamente, uno spazio proprio. Uno spazio in cui altro non è possibile fare che elevare l’orazione, come richiama san Benedetto nella sua Regola.
È luogo per antonomasia. Contrapposizione tra percezione dell’involucro esterno e spazio interno.

Così come è per gli edifici che proteggono le rovine romane di Coira, le fonti termali di Vals o l’altra più recente cappella dedicata a san Nicola de Flüe di Mechernich in Germania. Nella periferia industriale della città grigionese di Coira si notano due memorie della attività primaria di un tempo. Due fienili, arche preziose di un tesoro antico giunto dal passato e che radica la vita dell’oggi – legata a un capolinea di mezzi di trasporto e a un moderno edificio industriale
– così come aromatici carichi di erba essiccata dal sole permettevano di passare il gelo dell’inverno nelle isolate malghe. L’accesso a questo museo richiama quello della chiesa di san Benedetto.
Nel primo la scala non appoggia neppure a terra, dando così il segno di una alterità di luogo, oltre che di tempo come si esplicita all’interno.
Nel borgo alpino, la scala ricorda le brevi passerelle che dal molo si protendono sulla tolda della barca ormeggiata ma pronta, come è nella sua stessa natura, a mollare gli ormeggi. A san Benedetto lo stesso interno è spazio lievitato sull’intorno.
L’immediata percezione è quella di “essere con”, perché – in primo luogo – partecipi di una sospensione spazio-temporale che permette una riflessione di senso.
Così come le terme di Vals, luogo che travalica la funzionalità del benessere fisico ma si pone come percorso iniziatico di una conoscenza di ciò che circonda la persona a partire da una presa di coscienza del sé.

Nelle foto: L’ingresso con una scaletta. ll piccolo nartece fa risaltare la porta. Il progressivo invecchiamento porta le pareti a somigliare alla “pelle” delle case vicine. Il campanile è una scala da fienile che diventa scala mistica.Vista interna verso l’ingresso. Pagina a lato, la cappella emerge tra le case. Vista interna verso l’altare: la costolatura del tetto, sopraelevato sulla finestra a nastro perimetrale, si prolunga nella struttura di sostegno. La forma, grazie al sapiente studio di carpenteria, costruisce lo spazio senza renderne pesanti i confini. (Foto Carlo Capponi)

Se qui, nella chiesa di san Benedetto, la luce è diffusa e costante nel suo penetrare dal nastro che non permette altro che la visione della luce stessa, a Vals questa è sempre mediata e la sua scoperta è graduale, a partire dal corridoio di accesso segnato dall’acqua che trafila dalla roccia segnando la parete con i suoi depositi ferrugginosi.
L’accesso alla chiesa avviene per il tramite di un piccolo nartece, cerniera non più appartenente all’esterno ma neppure ancora all’aula. L’altare, seppure frontale all’assemblea, abbraccia e si fa centro di questa, grazie anche alla "complicità della curvilinea, dolce parete". L’uscita è, invece, un lancio verso l’impegno quotidiano. La punta fende lo spazio esterno a significare l’impegno che si è assunto ogni singolo nel partecipare alla celebrazione. Entrare e uscire, per il tramite della piccola, ma non insignificante porta, è un evidente richiamo a ogni singola persona che la varchi.

Carlo Capponi, architetto
Responsabile Ufficio Beni Culturali, Diocesi di Milano

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