DIBAIO

Rapporto Chiesa / Città

Conversazione con l’arch. Fulvio Fraternali, Presidente dell’Ordine degli Architetti, pianificatori, paesaggisti e conservatori della Provincia di Avellino, che fa il punto su quello che sta avvenendo nelle città in merito ai fattori di sviluppo, di aggregazione sociale e di convivenza nelle differenze ed impegnandosi come Presidente degli Architetti a proporre un rinnovo nella sua città di Avellino dei luoghi sacri delle periferie, segno reale della forte e radicata fede cristiana che nel tempo è veramente entrata nel profondo del cuore dei suoi cittadini.Non intaccando la sensibilità della condizione urbanistica italiana, in merito alle periferie delle città, che traccia la mappa degli interventi partendo dalla sostenibilità, dalla mobilità, dalle comunicazioni e dal restauro degli edifici, ma mancante nella programmazione dei luoghi di culto, dico che la periferia oggi è anche il luogo delle opportunità, rifacendomi anche ad un intervento di Renzo Piano che disse:  “Ma sono proprio le periferie la città del futuro, quella dove si concentra l’energia umana e quella che lasceremo in eredità ai nostri figli”. In questa previsione, contestualmente ed in sinergia con le Diocesi, è fondamentale “ricostruire” il rapporto dell’architettura sacra con il territorio e l’ambiente. Un recupero, di uno spazio ecclesiale “aperto”, reso residuale oramai, che tiene conto dei veloci cambiamenti in atto nella società. Nuovi spazi di “vita” per la città multietnica di questo terzo millennio. Un luogo in cui “chiunque” si può rifugiare, a suo piacimento, una presenza accogliente, un servizio di pubblica utilità per dirla da urbanista. Alle soglie del primo ventennio del terzo millennio, constatiamo il più delle volte che l’organismo parrocchiale sacro non è organicamente inserito nel tessuto urbano: esso ha perduto la sua “centralità” urbanistica. Dei problemi oggettivi esistono, come le dimensioni ristrette dei lotti destinati alle chiese che ingessati dalle costruzioni, ad alta densità urbana, risultano poco qualificanti rispetto all’agglomerato del quartiere, facendone perdere ogni forma di espressività trascendentale di cui la città dell’uomo è così povera. Allora bisogna ripartire proprio dall’energia latente che esiste nelle periferie per costruire e recuperare il tessuto urbano e sociale del futuro. D’altro canto sono convinto anche che la risposta pastorale tradizionale, basata solamente su un ridimensionamento parrocchiale, cioè il basare la realizzazione dell’edificio-religioso in funzione del valore quantitativo dei singoli fedeli che hanno il loro domicilio nella circoscrizione ecclesiale, sia insufficiente. Ritengo che, al giorno d’oggi, l’origine del problema non sia tanto di un ridimensionamento al livello della comunità del luogo, ma in primis di caratterizzazione tipologica dell’edificio-chiesa, in modo che la sua efficacia come mezzo sia associata al rapportarsi con la città, con la comunità che la abita, con l’ambiente, non solo a un valore estetico; in secondo alla “liberazione” del messaggio di vita del Vangelo, attraverso una nuova evangelizzazione. Anche il cardinale Camillo Ruini tantissimo tempo fa, rispondendo alla domanda su cosa volesse dire “Chiesa”, appunto su questa rivista “Chiesa Oggi, architettura e comunicazione”, disse: «Significa fondamentalmente evangelizzare e servire il prossimo».Nel passato la parrocchia manifestava fisicamente e visibilmente la conquista dello spazio urbano, dello spazio cittadino, che la persona credente, e non, “benediceva”, dando un significato coerente ai suoi luoghi di vita; era anche un modo di dare sicurezza, identità, sostegno, di offrire una guida nel cammino materiale e spirituale. Oggi, dopo il Concilio Vaticano II, la situazione di scristianizzazione, che ha raggiunto livelli profondi, colloca la Chiesa in un contesto in cui è imprescindibile recuperare e valorizzare quel carattere fondamentale dell’architettura sacra tale da rendere visibile le parrocchie come segno della Chiesa missionaria. In questo senso la “città”, nel suo significato più ampio, ha da sempre accolto organicamente e raffigurato simbolicamente le forme collettive della comunità e in modo specifico quelle religiose. Sarebbe oggi molto poco lungimirante valutare il tema del “sacro” come un argomento ormai nascosto o legato solamente ai risvolti tecnici di un presente ormai tranquillo e parrocchiale. Qui si attiva il punto focale della mia risposta a questa domanda sul futuro dell’esperienza degli spazi sacri. Il complesso parrocchiale a livello architettonico (dove l’edificio sacro è il baricentro strutturale del suo insieme, comprendente oltre la residenza del parroco, sedi per attività definite associazionistiche, didattiche, formative, sociali, assistenziali, ecc.) deve costituirsi non come un centro fortificato, bensì come luogo di “mediazione” e di “accoglienza”, come una normale estensione dello spazio urbano tale da far percepire al membro della comunità cristiana e/o all’uomo della strada, (in relazione anche alle attuali migrazioni in atto, che ripresentano con rinnovata attualità il tema stesso, e oltretutto in varianti complesse, inserendo nella struttura parrocchiale apporti di tradizioni extracomunitarie), di essere in un luogo apposito rispetto alla città, ma non di “separazione” da essa, e di vivere l’esperienza di Gesù. È auspicabile una progettazione futura, o il recupero dell’esistente, senza quell’oggettivismo del fare architettonico sacro odierno, che contribuisce a non vivificare il dialogo nei confronti del quartiere, con le sue strutture formali classicheggianti e medievaleggianti o con l’abbraccio a produzioni tecnicistiche velleitarie, che non esprimono nessun impulso spirituale, ma l’esaltazione del progresso tecnologico e insieme l’ambizione di generare un senso di grandezza: è l’architettura così detta  “funzionale”. Quindi, le più svariate forme architettoniche, più identificabili al mondo umano che a quello di Dio che snaturano la funzione della parrocchia come segno manifestativo di “luogo” sacramentale aperto a tutti. Qualche tempo fa Bruno Zevi scriveva: “Le nostre chiese, anche quelle qualificate sotto il profilo architettonico sono prive di vitalità e di messaggio. L’Italia è assente dalla nuova architettura sacra per la mancanza di genuina ispirazione, di volontà inventiva e di profonde esigenze religiose.”.La città, anche dall’ottica clericale, è stata considerata come un aggregato di centri abitati, ciascuno con la propria parrocchia, non come una realtà univocamente strutturata. Le conseguenze sono sotto gli occhi di tutti. Si corre ai ripari con la costituzione di organismi di collegamento: sorgono i nuovi centri sociali, si dimensiona l’unità di vincolo degli abitanti, si creano attrezzature di interesse collettivo, si progettano e si realizzano nuove forme di funzionalità e connessione tra spazi costruiti e spazi liberi, che però hanno vita difficile e raramente raggiungono effetti apprezzabili. È l’impianto di fondo che andrebbe riconsiderato con progettazioni e attuazioni di politiche e iniziative volte a rigenerare le città e valorizzare le periferie urbane. A discutere e stimolare quella visione necessaria a innescare il nuovo Rinascimento, capace di ridefinire il tessuto delle città e di includere quelle classi sociali che attualmente vivono in modo conflittuale il processo di urbanizzazione ecclesiale. Luoghi di pausa e meditazione di cui la città odierna sembra avere più un estremo bisogno sulla scorta di una visione diffusa ed unitaria dei luoghi sacri. Una nuova idea di continuità e di permeabilità fra spazi pubblici e quelli sacri capace di interagire con la storia stessa della città. Oggi, noi architetti parliamo molto di RI.U.SO (Rigenerazione Urbana Sostenibile) chi meglio della CEI, attraversotutto il suo patrimonio, può fungere da viatico e da esempio per le Amministrazione locali, operare e rigenerare questi ambienti attraverso l’aggregazione e il coinvolgimento dei cittadini al di là del loro credo religioso, al fine di proporre la trasformazione, la sostenibilità e la vivibilità delle parrocchie e dei suoi beni? Come Presidente dell’Ordine degli Architetti mi offro di creare un concorso di progettazione per il cambiamento e la fruibilità di questi spazi o edifici sacri.Abbiamo creato come Ordine vari momenti di rapporto con la Curia e con la CEI, in particolare, ed in ultimo, nel mese di maggio dello scorso anno, abbiamo realizzato un convegno formativo presso il palazzo vescovile dal titolo: “Valorizzazione, riuso e accessibilità dei beni culturali ecclesiastici”, che ha avuto un notevole riconoscimento di pubblico e creando una forte sinergia tra la Diocesi e la cittadinanza, è stato un momento di grande arricchimento. La prima cosa necessaria che una buona committenza deve fare, e la CEI sembra molto disponibile a far conoscere perfettamente tutto il patrimonio di cui dispone, è una acquisizione che comprenda il valore, lo stato di conservazione, la destinazione d’uso (attuale e futura), eventuali vincoli giuridici o amministrativi, in una visione ordinata, puntuale e d’insieme. In questo discorso l’Ordine di Avellino in collaborazione con il Consiglio Nazionale degli Architetti, nel prossimo futuro predisporrà l’istituzione di un concorso di idee, esteso al territorio irpino, che consentirà di mappare tutto il territorio/patrimonio sacro e disegnare i possibili/fattibili scenari futuri. Non solo questo, ma istituirà una Commissione, aperta a tutti gli iscritti interessati a farne parte, che avrà finalità e compiti attinenti alla “riconoscibilità” dello spazio ecclesiale costruito e non. Che risposte otterremo? Naturalmente, contestualmente occorre classificare e descrivere il patrimonio dei beni ecclesiastici e conoscere in modo esaustivo i reali bisogni del territorio e delle comunità. Da questa duplice conoscenza può derivare una concreta programmazione degli interventi previsti in un periodo di tempo sufficientemente lungo. Si pianificherà così lo schema riassuntivo degli interventi previsti: è la fase della programmazione per arrivare alla “conquista” e alla “consacrazione” del territorio, comprendendo anche i manufatti minori, come cappelle, edicole, cippi, lapidi, pietre miliari, disseminati in una rete interrotta di rapporti.Ho sempre avuto un grande interesse e una eccezionale sensibilità per l’architettura di carattere cristiano. Ho progettato e realizzato alcuni anni fa una parrocchia ad Avellino, ubicata nel Rione Parco, la cui chiesa è dedicata alla Madonna de “LA SALETTE”, partendo dall’idea che l’architettura religiosa è un fatto di religione prima che di architettura. Quindi ho impostato, incoraggiato anche dal parroco, la sua progettazione basandomi sul concetto di aggregazione sociale: un luogo in cui incontrarsi, confrontarsi, raccontarsi e conoscersi, uno spazio fisico e dunque stabile e riconoscibile, ma anche uno spazio simbolico, che rappresentasse l’impegno educativo che la comunità ecclesiale si assume nei confronti delle nuove generazioni. Un centro che avesse come oggetto, oltre al ruolo tradizionale di luogo di culto, la comunità; un servizio che favorisse l’inclusione sociale dei ragazzi e delle famiglie di tutto il Rione, il cui scopo fosse quello di offrire alla popolazione un luogo in cui stare insieme, in cui proporre diverse attività, ed in cui trovare spazi da vivere all’insegna di un processo di trasmissione culturale e di creatività.

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Redazione – Chiesa Oggi N° 78
20/04/2007