PENSARE

I progetti pilota della Conferenza Episcopale Italiana

Intervento di Mons. Giuseppe Russo, direttore del Servizio Nazionale Edilizia di Culto della Conferenza Episcopale Italiana (CEI), sui nuovi concorsi nazionali di architettura (“Progetti Pilota”). (Torino, settembre 2011)

I CONCORSI
Nell’atto di preparare la prevista introduzione al dibattito, ho pensato di dare risposta ad alcuni interrogativi che idealmente potrebbero essere posti in ordine ai cosiddetti progetti pilota; il metodo adottato conferisce inevitabilmente un taglio lievemente ‘apologetico’ all’intervento.Un dato, anzitutto: 6 edizioni di concorsi, compresa quella appena avviata, totalizzano all’incirca 120 architetti invitati, implicando il coinvolgimento di numerosissimi artisti e liturgisti in un processo di pensiero ed elaborazione di progetto almeno teoricamente molto stimolante e fecondo.
Mi sembra che già questo dato sia molto significativo e dia il senso di una iniziativa seria che potrà lasciare un segno non lieve e forse costituirà un riferimento per tante chiese diocesane o per altre conferenze episcopali nazionali.CHE L’INIZIATIVA HA CONOSCIUTO DALLA SUA PRIMA EDIZIONE A QUELLA APPENA AVVIATA?

Si è sempre trattato di concorsi ad invito. Sul suo nascere, l’iniziativa suscitò un grande vento di novità, anche data l’autorevolezza dell’ente promotore.
Le prime edizioni videro la partecipazione tra i progettisti invitati di architetti molto noti nel panorama nazionale, mentre, in seguito si è rivolto l’invito a numerosi architetti, sempre qualificati, ma non necessariamente annoverati tra le cosiddette archistar.
Le prime tre edizioni adottarono la formula dei concorsi (ad invito) in forma palese. Negli ultimi due concorsi, si è scelta la formula dei concorsi in forma anonima, per rendere ancora più obiettiva la valutazione dei progetti da parte della giuria.
L’edizione appena avviata sarà caratterizzata da un’ulteriore novità: una doppia fase di valutazione. In un primo momento, la giuria nazionale si occuperà di selezionare le prime tre proposte, tra le quali verrà scelto il vincitore in una giuria con più ampia rappresentanza diocesana, per incrementare il coinvolgimento della committenza locale.
È un’altra sfida che intendiamo vivere, un nuovo esperimento che ci incuriosisce e ci stimola.QUALI MOTIVAZIONI SORREGGONO OGGI LA VOLONTÀ DI PROSEGUIRE NEL PROMUOVERE ED ORGANIZZARE NUOVI CONCORSI PER COSTRUIRE NUOVE CHIESE?

La genesi dei progetti pilota, negli anni 90, trova la sua causa principale, credo, nel voler mostrare che la Chiesa era ancora capace, pur a forte distanza dalla stagione delle grandi committenze ecclesiastiche, di farsi promotrice di azioni importanti, degne di nota anche nel campo civile, in rapporto al tema dell’architettura sacra, e di tornare a coinvolgere architetti di qualità e artisti veri, e provare a dialogare con loro.
Oggi, dopo più di dieci anni di concorsi, questa motivazione generativa rimane, ma a essa se ne aggiunge una’altra: l’idea, maturata progressivamente, che l’insistenza della CEI nel promuovere l’iniziativa potesse alla lunga correggere la tendenza, molto diffusa in campo ecclesiastico, di affidare gli incarichi di progettazione di nuove chiese sulla base di semplice conoscenza o amicizia o facile accessibilità, piuttosto che su ragioni di competenza e qualità. La speranza, dunque, è quella di riuscire a suscitare in un numero sempre maggiore di diocesi l’interesse e la volontà di adottare lo strumento concorsuale per affinare il metodo di lavoro, elevare la qualità dei progetti ed affidare gli incarichi con criteri più oggettivi.QUALI RISCONTRI GENERALMENTE SI REGISTRANO DI FRONTE AGLI ESITI? QUALE ANALISI SEMPLIFICATA SI PUÒ FARE?

Le reazioni sono diverse per natura e provenienza.
Ad intra (nel mondo ecclesiale): c’è chi apprezza i risultati e lo sforzo profuso in questi anni e si lascia interrogare positivamente dall’iniziativa; c’è chi rimane perplesso di fronte ai progetti concreti in concorso; c’è chi si mostra indifferente e neutrale e di fatto ritiene che non ne valga la pena; c’è infine chi rivolge critiche anche forti ai risultati, prendendosela soprattutto con l’architettura contemporanea che tradisce il requisito della riconoscibilità dell’edificio chiesa.
Ad extra: c’è chi plaude entusiasticamente all’iniziativa ed esprime convinto apprezzamento per la tenacia della CEI nel proseguire a proporre i concorsi; c’è chi si erge a giudice impietoso e si scaglia ora contro il modesto profilo dei progettisti invitati, ora contro la composizione della giuria, ora contro l’eccessivo contenimento dell’importo cui commisurare i progetti.
Un po’ ironicamente, ma non troppo, la mia analisi semplificata è questa: va bene così! nel senso che le critiche sono comprensibili e ragionevoli, salvo qualche eccezione, e sono soprattutto stimolanti e utili al miglioramento dell’iniziativa.
Tuttavia, in sintonia con numerosi osservatori esperti, invitati ad elaborare un’analisi accurata e completa sui concorsi, ci sembra di poter affermare che l’iniziativa si presenti nel suo insieme seria e concreta, specie in ordine agli obiettivi principali cui si è fatto cenno nel punto precedente.O I MESSAGGI CHE INTENDONO TRASMETTERE? A QUALI CATEGORIE FONDAMENTALI DI DESTINATARI PARLANO? QUALI GLI OBIETTIVI CHE SI PREFIGGONO?

L’obiettivo principale, oggi, non è più quello di stabilire un dialogo efficace con il mondo degli architetti e degli artisti, senza abbandonarlo ovviamente; è piuttosto quello di proporre e promuovere alle committenze ecclesiastiche un metodo di lavoro, che di per sé è valido anche in assenza di concorso, ma che nel caso di un concorso appare assolutamente imprescindibile. In cosa consiste questo metodo? in una serie di elementi di consapevolezze e di azioni conseguenti:
1. prima di essere un disegno, il progetto di una chiesa è un paziente e fecondo laboratorio di pensiero che prende corpo proprio dentro l’ambito della committenza e che vede coinvolte persone e ruoli diversi: il vescovo e i suoi collaboratori, il parroco e la comunità parrocchiale, esperti che possano aiutare ad inquadrare le istanze del territorio, a riflettere e discutere sulla qualità estetica e sulle caratteristiche funzionali e, soprattutto, sull’identità teologica ed ecclesiologica di un edificio di culto, e sulle caratteristiche dell’impianto liturgico;
2. la tentazione di chiedere all’architetto di elaborare la sua idea senza aver condiviso con lui quanto è maturato nel laboratorio va decisamente allontanata: all’architetto si pongono delle domande chiare e che si possano rivelare feconde, cui lui deve provare a dare risposta attraverso il progetto; con l’architetto prosegue l’opera di riflessione della committenza, prosegue il laboratorio di pensiero;
3. una chiesa può nascere unicamente dall’incontro non occasionale o episodico tra architetto, artista e liturgista: il liturgista non è colui cui ci si rivolge solo all’inizio per acquisire le indicazioni di massima, o solo alla fine per una sorta di controllo tecnico-funzionale; e l’artista non è il maestro che interviene solo a progetto definito, no! la progettazione di una chiesa è opera sinergica continua, dall’inizio alla fine, tra i diversi attori dell’opera.
Risulta chiaro, pertanto, che i destinatari ultimi dell’iniziativa non sono i progettisti, ma le committenze, dalla cui consapevolezza ed opera di regia dipende la riuscita del percorso progettuale e realizzativo della chiesa.E I PROGETTI ORDINARI COMMISSIONATI DIRETTAMENTE DALLE DIVERSE DIOCESI ITALIANE?

Gli esiti dei concorsi (sia nazionali che diocesani), anche quando non spiccano e pure in presenza di alcuni elementi problematici, presentano una indubbia maggiore qualità; inoltre, almeno in via teorica (sappiamo che non sempre accade, almeno non in misura sufficiente) garantiscono un metodo di lavoro più corretto, sinergico e condiviso.
I progetti ‘ordinari’, cioè quelli commissionati direttamente senza passare dallo snodo concorsuale, a volte sono di indiscussa qualità, più spesso rivelano un deficit anche severo nella progettazione, a causa o della committenza (poco coinvolta e poco capace di formulare o trasmettere le istanze) o del progettista (non all’altezza dell’impresa o troppo autonomo).
1. Prima, i parametri economici di riferimento erano oggettivamente sottostimati, e ciò condizionava e mortificava eccessivamente gli esiti, oppure costringeva i progettisti a mascherare la spesa effettiva prevista, con spiacevoli sorprese durante l’esecuzione dell’opera; ora però questo problema è stato affrontato e risolto: i parametri sono stati incrementati del 30%.
2. Non sempre i liturgisti scelti dai progettisti si dimostrano all’altezza della sfida o non sono realmente integrati nell’elaborazione dell’idea progettuale; occorre fare di più per garantire un loro reale coinvolgimento: a questo scopo, nella nuova edizione potranno essere scelti dai progettisti esclusivamente persone specializzate in liturgia.
3. Spesso si nota uno scollamento tra architettura e opere d’arte; vale, per analogia, lo stesso discorso applicato prima al rapporto architettiliturgisti.
4. Non appare sufficientemente assimilato il tema della creatività applicata all’organizzazione dello spazio per la liturgia, che appare spesso piuttosto scontato e ripetitivo, con qualche rara eccezione; spesso i progetti risultano carenti in ordine alla ideazione dei luoghi liturgici, dei percorsi celebrativi: sarebbe importante che i progettisti (e le committenze) acquisissero consapevolezza che la chiesa si progetta a partire non dall’architettura, ma dall’impianto liturgico, e che questo può e deve ogni volta essere pensato in modo nuovo e performante sul piano formale-spaziale, nel rispetto del rito, dell’identità specifica di ogni singolo luogo liturgico e del giusto equilibrio tra essi.
5. Non sufficiente valorizzazione della funzione simbolico-pratica del sagrato.
Come è evidente, il testo offerto è la presentazione di alcune questioni rilevanti nell’ambito dei progetti pilota e, in generale, della progettazione delle nuove chiese, e si presta per essere approfondito in ogni sua parte.

Per maggiori informazioni visita il sito
CEI

condividi :
“313: RELIGIO LICITA” EDITTO DI MILANO
17/08/2011
A bocca aperta
17/10/2005