FARE

Paolo Avarello


Le periferie cresciute ‘a vista d’occhio’ negli anni ’50 e ’60, nonostante i molti difetti, così come, da Roma in giù, le periferie abusive, non hanno mai destato lo scandalo di Corviale, Laurentino 38, le ‘Vele’ a Napoli o lo Zen a Palermo. E non scandalizzano oggi, anche perché quelle periferie ormai sono diventate città. Restano però i luoghi comuni, davvero tanti, e sempre gli stessi: le periferie tutte uguali – quelle di Bologna e quelle di Catania? – tutte brutte, squallide, disordinate, degradate, invivibili …; ancora, in periferia ci sono i ‘palazzoni’, gli ‘alveari’, le ‘case dormitorio’.
E restano ‘malfamati’, oggi più di ieri, i quartieri di edilizia pubblica, dove per altro – ‘palazzoni’ o no – la densità edilizia supera raramente 1,00 mc./mq., ormai ci sono quasi sempre i ‘servizi’, più parcheggi che altrove, e magari anche i centri commerciali, con il problema, semmai, di troppe aree libere senza specifica destinazione, spesso adibite a usi impropri. ‘Quartieri’, va detto, che non sono nati per caso, ma rispondevano a un disegno sociale, finanziato per oltre 40 anni da
trattenute su stipendi e salari; spesso progettati da eccellenti architetti, con momenti alti di ricerca sui ‘modelli’ del tardo modernismo (ma anche su tecniche costruttive e organizzazione dei cantieri), e non di rado progettati con l’intenzione esplicita di ‘dare forma’ e ‘ordine’ alla crescita caotica delle città, come alternativa al dilagare delle costruzioni ‘speculative’.
La periferia può essere dunque un punto di vista, che con il tempo può cambiare, ma non è solo un punto di vista la condizione periferica, ovvero il modo in cui chi vive in una certa periferia percepisce la propria condizione. Anche questo naturalmente può cambiare, ma costa decisamente più di una rivalutazione retorica della ‘periferia che (prima o poi) diventa città’, e magari ‘spontaneamente’. Da molti studi risulta che il principale disagio, per chi vive in periferia, è il senso di isolamento, ovvero le difficoltà di collegamento. Con il ‘centro’, si pensa subito, ma non è così. In effetti nelle grandi città le persone che lavorano nelle aree urbane centrali sono relativamente poche.
Ma dalle periferie i collegamenti sono scarsi e inefficaci, non solo con il centro, eventualmente, ma soprattutto con ‘tutti gli altri posti’, che nonsono ‘centro’, e dove appunto la maggior parte della gente lavora, mentre in centro magari ci va solo ogni tanto, nel tempo libero.
A Roma, a Milano e in altre grandi città molte persone preferiscono andare ad abitare in ‘periferie’ ancor più periferiche, o addirittura nei comuni dell’ hinterland, non solo per i minori prezzi degli alloggi, ma anche perché (alcune di) queste sono ‘meglio collegate’ (es. da ferrovie locali) con le zone urbane che queste stesse persone frequentano abitualmente, e che appunto non sono necessariamente ‘centrali’.
Una più attenta considerazione di questo fenomeno porterebbe, se non altro, a tarare diversamente i modelli di simulazione del traffico e, quindi, a rivedere la progettazione delle linee di trasporto di massa; ad esempio in senso reticolare piuttosto che radiale.
L’isolamento non è solo nello spazio, ma anche nel tempo, nell’incertezza dei tempi di spostamento. E il senso di isolamento si accentua con la congestione del traffico, per altro prima causa in assoluto del disagio urbano, specie per chi è ‘costretto’ a usare l’automobile in mancanza di alternative. E anche la disarticolazione urbana, la dispersione, la frammentazione degli insediamenti, la discontinuità delle reti contribuiscono ad aumentare il senso di isolamento. E l’isolamento favorisce la ‘segregazione’, ovvero la concentrazione di persone/ famiglie appartenenti a categorie svantaggiate: anziani, disabili, disoccupati, poveri in genere, immigrati più o meno recenti …, che soffrono condizioni di ‘marginalità’, anche se alcuni possono reagire, ad esempio formando sub-aggregazioni di tipo difensivo e spesso
aggressivo: bande giovanili, gruppi etnico/religiosi …
Anche di questo si è molto parlato, specie in riferimento alle banlieuesparigine, ma anche ad alcuni casi nostrani, seppure affatto diversi (es. Scampia). Sempre invocando la ‘scarsa qualità’ dei ‘nuovi’ quartieri, ormai però vecchi di trenta e più anni, e sempre collegando la stessa ai ‘palazzoni’ …
Mai, per esempio, al modo in cui gli stessi ‘palazzoni’ sono stati riempiti dei loro abitanti. Mentre sembra evidente che una concentrazione istituzionale di sfiga – es. con l’assegnazione degli alloggi ‘pubblici’ – difficilmente può generare situazioni diverse.
Senso di isolamento, abbandono, segregazione, incertezza, disagi sociali, insicurezza e degrado fisico e ambientale sono il variabile corredo del vivere in certe periferie, i cui singoli elementi si associano in maniera fin troppo intuitiva. Una inchiesta in un quartiere periferico di Milano, da cui risultava una forte associazione causale tra degrado fisico e insicurezza (droga, criminalità …), ripetuta dopo la riqualificazione degli immobili e dell’area, ha dato a sorpresa gli stessi risultati di prima. Un caso di dissimmetria cognitiva, con l’inversione di cause ed effetti: l’insicurezza, che permaneva, faceva vedere il degrado anche quando questo era stato fisicamente eliminato.
Chi si occupa della città fisica, come urbanisti e architetti, deve fare naturalmente la sua parte, e il meglio possibile; oggi più di ieri, tuttavia, non deve dimenticare che quella è appunto solo una parte, e probabilmente non la parte principale. Gli interventi di riqualificazione fisica sono certo importanti, ma diventano davvero efficaci solo se integrati in politiche a più ampio spettro, di più lunga durata, e naturalmente di maggiore impegno finanziario. C’è quindi poco da esaltarsi
con fascinazioni retoriche sulla ‘bellezza’ (incompresa e/o perversa?) e/o le eventuali ‘potenzialità’ della periferia, o da illudersi su rosee prospettive di soluzione del problema per inerzia e a costo zero.
Le nostre città – e i nostri amati ‘centri storici’ – si sono costruiti per stratificazioni nel tempo, ma questi lenti processi virtuosi difficilmente possono scavalcare il grande iato modernista, investendo quantità edilizie che mai nella storia hanno assunto dimensioni così ciclopiche.
E per poter dare almeno il via a una stratificazione ‘virtuosa’, dovremmo prima trasformare la periferia in una ‘città normale’, che possa metabolizzare le stratificazioni, liberandola anzitutto dalle rigidità del modernismo, che purtroppo non sono solo quelle dello zoningurbanistico.
Non c’è da illudersi, infine, per le critiche del pubblico colto alle ‘architetture’ dei quartieri periferici. Non saranno però certamente le buone architetture, ammesso che si sappia produrle, a risolvere il problema; anzi, se restano ‘in periferia’, non saranno neppure notate dal pubblico colto, che al massimo le periferie le attraversa, e senza saper vedere.

Paolo Avarello
La costruzione sociale dei ‘paesaggi urbani’*

Il riferimento al paesaggio in termini di urbano, in relazione ai significati correnti dei termini, pone alcuni problemi. ‘Paesaggio’ implica infatti la percezione visiva di uno spazio aperto, nell’insieme degli oggetti e delle relazioni tra gli oggetti che lo configurano. Al contrario, le rappresentazioni di insieme di una città sono sempre artificiose, mentre la naturale percezione visiva consente al massimo di cogliere alcuni oggetti e alcuni spazi che li mettono in relazione.
Il ‘paesaggio urbano’ può essere quindi solo una costruzione mentale, che monta in successione spazi, oggetti e relazioni.
Compiamo tutti i giorni questa operazione, per trovare l’orientamento ai nostri movimenti. E il modo in cui ci orientiamo in città, piuttosto che nello spazio aperto, dà conto intuitivamente della differenza, così come le diverse difficoltà che troviamo nel muoverci in diversi ambienti urbani: è assai più facile perdersi per le calli veneziane, o per i vicoli di un centro storico, che non lungo i boulevards parigini o le avenidas di Madrid. E dove i ‘tessuti storici’ sono stati lacerati
dai boulevardsottocenteschi l’effetto di passaggio da un sistema di spazi e relazioni, cioè da un ‘paesaggio urbano’, all’altro può essere davvero straordinario.
Più banali, o addirittura monotoni, appaiono invece i paesaggi tipici della città ‘moderna’, dove pure la vista trova orizzonti più ampi (più o meno con un raggio di 400 metri), caratterizzati in genere dall’iterazione di tipi edilizi e dalla conseguente ripetizione delle soluzioni urbanizzative – pensate per la dimensione e i tempi del trasporto veicolare – e quindi anche dalla omogeneità delle relazioni spaziali.
Non a caso in questi ambiti – i grandi quartieri residenziali dal dopoguerra agli anni Settanta – molti tentativi di riqualificazione mirano ad alterarne almeno in parte la regolarità, tagliando i corpi di fabbrica, modificando e differenziando i tracciati viari, introducendo non solo nuove ‘funzioni’ (tipicamente quelle commerciali), ma anche nuovi
‘spazi’, ovvero nuovi modi di percorrere e usare gli spazi, e quindi anche di guardare i ‘paesaggi urbani’.
Ricorre in questi casi il tentativo di inventare facsimili di ‘piazzette’, spesso concepite esse stesse come ‘oggetto’ (architettonico), piuttosto che come spazio di relazione; ‘piazzette’ come vassoi poggiati al suolo, che si risolvono nel loro stesso disegno, e che invece di produrre o favorire il ricercato mix funzionale, aggiungono nuove, ma pur sempre separate funzioni: nel migliore dei casi lo shopping, ma anche il passeggiare, lo stare, e magari il contemplare lo spazio
disegnato dall’architetto, che al colmo di fortuna ospita una ‘opera d’arte’.
Queste infelici esperimenti sottolineano che il ‘paesaggio urbano’, per essere tale, non può essere concepito come semplice insieme di oggetti, più o meno ‘artistici’, ma deve invece comprendere necessariamente le relazioni tragli oggetti; che a loro volta sono variabilmente determinate, anche dai rapporti spaziali (fisici), ma soprattutto dai modi d’uso, e dunque dalle ‘funzioni’ che tali spazi assolvono, e dal modo in cui le persone li usano, trasformandoli nel tempo; e ancora, dal modo in cui le persone percepiscono l’insieme di spazi e oggetti.
Ciò vale per altro non solo per i paesaggi ‘urbani’, ma anche per il paesaggio tout court. La Convenzione Europea per il Paesaggio lo identifica infatti come una ‘determinata parte del territorio … – altrove contesto di vita – … come è percepita dalle popolazioni’ e, di conseguenza, riconduce alle ‘aspirazioni’ delle stesse popolazioni gli obiettivi di ‘qualità paesaggistica’ (art. 1); obiettivi che nel caso del paesaggio ‘urbano’ coincidono, e incidono in maniera determinate,
sulla qualità urbana e su quella della vita.
Questa breve premessa per arrivare alla domanda, non tanto semplice, a cui qui si vuole dare risposta: quale può essere il contributo dell’architettura a questa qualità, che sembra tanto agognata dai cittadini, e tuttavia ancora piuttosto indistinta, anche perché espressa da persone tra loro molto diverse, che vivono in modo molto diverso – anche nella stessa città, e magari nello stesso quartiere – che hanno culture, stili di vita, aspirazioni e comportamenti molto diversi. Una qualità che appare comunque molto complessa da costruire; e abbastanza complessa da non poter essere identificata e/o esaurita da un buon progetto – più o meno ‘firmato’ – o da una opera d’arte – qualsiasi cosa sia oggi un’opera d’arte – soprattutto se l’uno o l’altra non dovessero essere percepiti come tali dagli ‘utenti’.
Come e cosa fare allora, per tentare di contribuire a produrre questa qualità, di cui certamente abbiamo desiderio, e forse bisogno, e a cui attribuiamo valore, anche se non sempre monetizzabile.
Io credo che ‘… la maniera … (sia) … far nascere le cose dal di dentro, cioè capire i fatti che debbono essere risolti, e risolverli un poco alla volta, fino a che tutte le varie esigenze si manifestino e, da ultimo, si veda il risultato architettonico: allo stesso modo che in una pianta, in cui da ult
imo si vede il fiore, che all’inizio era soltanto un seme’.
Un buon punto di partenza, che ci suggerisce Adalberto Libera (1963), il quale a proposito degli artisti aggiungeva: ‘ … un artista deve saper rinunciare … cerchiamo anche noi di essere duttili e di accettare la realtà, perché tutto ciò che è esageratamente personale, individualistico e psicologico è negativo’.

* (ndr) Il testo si riferisce all’intervento dell’autore al Seminario di Camerino ‘ArteArchitettura. Nuovi paesaggi urbani’, 2005.

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