ARCHITETTURA FARE PENSARE

Pantelleria: un dammuso ristrutturato

Arredare oggi un dammuso può risultare problematico, perché si tratta di una costruzione dall’immagine forte, caratteristica e lontana da noi.
Non lega, se non modificandolo, con le attuali tendenze: non funziona col mobile contemporaneo perché troppo tecnologico, ma anche l’etnico risulterebbe falso.
Forse il neobarocco surreale, quello dei mobili bombati e dei lampadari a gocce multicolori, potrebbe accogliere, vista la sua irrazionalità onirica, anche il trogloditico dammuso.
Il dammuso è una costruzione di pietre a secco con tetto a volta visibile dall’esterno, che prende il nome dalla parola araba “dammus” (volta, cupola), un’etimologia che conferma le sue origini nordafricane.
Fu verosimilmente introdotto a Pantelleria nel IX secolo, quando l’isola venne colonizzata da un emiro del Maghreb che vi fece immigrare famiglie di etnia berbera trasformandola in una colonia di cultura araba. Le nuove case vennero qui costruite come sulla sponda africana, con doppi muri in pietra lavica che racchiudono un’intercapedine di pietre più piccole per garantire il rinfrescamento e un tetto a cupola per proteggersi dal sole e raccogliere la preziosa acqua piovana.
I dammusi erano in origine piccole case di tre vani, senza porte interne, utilizzate dalle famiglie contadine durante i periodi di attività agricola, mentre d’inverno risiedevano nei centri abitati. Poi le abitudini cambiarono e nell’800 si costruirono dammusi composti di più stanze adatti a una residenza continuativa.
Questo è un dammuso originario, sicuramente antico, con annesso il cosiddetto  “giardino”.

Nella foto: Questo è un dammuso originario nella sua forma più semplice, composto da “kammira”, “arkova” e “kammirino” (i locali interni in dialetto pantesco). Il muretto cilindrico di pietra serve a proteggere dai venti freddi invernali gli alberi da frutto del “giardino”, soprattutto le preziose piante di agrumi. Una delle caratteristiche è che i vani non hanno porte.QUALITA’ DELL’INTERVENTO

Centralità del progetto: essendo un dammuso antico con una tipologia tipica di quelli più primitivi, si è fatto un restauro scientifico limitando al massimo l’intrusione degli impianti.
Innovazione: lo si è arredato con “object trouvé” che stilisticamente non si corrispondono, per non contrapporre nessun’altro linguaggio estetico a quello primitivo del dammuso.
Uso dei materiali: i restauri sono stati fatti riprendendo i materiali locali, compresa la roccia vulcanica chiamata “pantellerite”.Il giardino era in realtà un piccolo frutteto dove il muro in pietra di forma cilindrica serviva a proteggere le piante di agrumi dai freddi venti invernali; questa forma a torre gli dà una forza icastica da nuraghe sardo che affascina per la sua essenzialità primitiva e senza fronzoli. Anche qui siamo all’interno di una cultura di sopravvivenza, che risulta
evoluta nelle valenze funzionali (come il rinfrescamento e l’autonomia delle riserve idriche), ma primitiva nella rappresentazione architettonica. Si tratta di pietre su pietre, le stesse che affiorano dallo scuro terreno di sedimenti vulcanici.BIOGRAFIA

GABRIELLA GIUNTOLI, architetto
Si è laureata in Architettura nel ‘69 presso il Politecnico di Milano. Ha lavorato per comittenze pubbliche e private. Tra le opere più recenti: la progettazione delle opere di completamento per la valorizzazione e fruizione del Villaggio Preistorico e della necropoli megalitica di Mursia – Cimillia (Pantelleria); nel 2006 in gruppo con gli architetti Andrea Luca Blandino, Gianfranco Pavia e Marcello Maltese partecipa al concorso “Città di Pietra” nell’ambito del “Progetto Sud” della X Mostra Internazionale di Architettura della Biennale di Venezia. Il progetto, inerente al recupero dell’area compresa tra Cuddia del Monte e il bacino di Pantelleria, è stato esposto alla mostra dal 10 ottobre al 16 novembre ed è stato premiato con il “Leone di Pietra”. Dal ‘76 svolge la libera professione a Pantelleria in campo edilizio di restauro e nuove costruzioni per commesse private; fra le altre ricordiamo: le residenze di Giorgio Armani di Cala Levante e Gadir e di Fabrizio Ferri a Monastero e Kassà.Sono muri a secco che si compongono in semplici forme primarie come il cubo e il cilindro.
Come arredarli? L’architetto Lucia Bisi, che ne ha curato gli interni, ha optato per il mobile povero, l’object trouvé, adottando una forma di stile casual che con modestia e senza presunzioni riesce a valorizzare la forza simbolica di queste primitive forme pure. E la scelta dei colori primari per tinteggiare volte e pareti è coerente con la tradizione pantesca, che nella sua semplicità non ha mai voluto rinunciare a una certa aura fiabesca creata dagli alti soffitti a cupola.

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