ARCHITETTURA

MOSTRE DA GUARDARE NEL BUIO

Nell’imponente Mole vanvitelliana, che si adagia tra le calme acque del porto marchigiano, tra le opere esposte ci sono anche diverse vedute del vicino santuario lauretano compiute, come anche tutti gli oggetti della collezione, in modo tale da poter essere osservate, sia con lo sguardo, sia con le mani.

Dedicato a Omero, per antonomasia il cieco capace di guardare le vicende umane con gli occhi della sapienza e dell’arte, il Museo Tattile di Ancona “da anni impegnato nel favorire la conoscenza dell’arte ai non vedenti – riferisce Andrea Sòcrati, responsabile dei Progetti Speciali presso il Museo – testimonia non solo la capacità del cieco di godere appieno della bellezza, ma evidenzia anche la necessità di riconsiderare con attenzione le consuete modalità di fruizione estetica”. Tra le tante opere in mostra nella nuova sede presso la Mole, una delle architetture più fortemente caratterizzanti per il capoluogo marchigiano, vi sono alcune vedute architettoniche e panoramiche del vicino Santuario di Loreto, opera dello stesso Sòcrati. Come spiega padre Giuseppe Santarelli, Direttore della Congregazione Universale della Santa Casa: “La scelta di una carta “microcapsulata” esalta gli effetti tattici e ottici, gli uni a vantaggio dei non vedenti, gli altri dei vedenti.”

La mostra “In_Limine. Sulla soglia del nuovo Museo Omero” (inaugurata a giugno 2012) segna il primo passo del trasferimento del Museo Tattile alla Mole vanvitelliana di Ancona e propone nuove acquisizioni di celebri autori moderni e contemporanei – De Chirico, Pomodoro, Consagra, Martini, Marini, Messina – in dialogo con capolavori di Michelangelo come il Mosè, la Pietà in San Pietro, la Pietà Rondanini.A differenza degli altri musei, nel Museo Tattile “Omero” le opere sono esposte per essere conosciute attraverso il tatto.

Le vedute del Santuario di Loreto elaborate da Andrea Sòcrati “si distendono sotto lo sguardo mite di una falce di luna che conferisce all’insieme un tocco di quiete sognante.”
I disegni sono percepibili dai non vedenti e le scritte sono in braille.

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Il santuario di Loreto vanta una ricca serie di Vedute,  per lo più a incisione, ma anche pitture, che spaziano dal  XVI al XX secolo. Esse costituiscono un documento di notevole interesse per definire la genesi e lo sviluppo architettonico del Santuario e della città che lo racchiude dentro un’articolata cinta muraria. 
Dalla splendida incisione del portoghese Francisco de Hollandia (1517-1584), a quelle che, in gran numero, attraversano i secoli XVI, XVII, XVIII e XIX, con esemplari di rara finezza – come il Prospetto del Palazzo Apostolico di Giuseppe Vasi (1752) e le molteplici incisioni di Gaetano Ferri (1853) – è tutta una sequenza di finissimi campioni, dove soprattutto si ammirano la maestria  del disegnatore e l’abilità dell’incisore.
Nel secolo XX il «vedutismo» del Santuario muta aspetto e diventa «paesaggismo» con le splendide «Visioni Lauretane» di Oscar Marziali (1896-1987) che, nel segno di un’arte post-impressionistica, trasfigura gli elementi architettonici e li interpreta con un sentire poetico ed evocativo.
 Le vedute di Andrea Sòcrati sembrano coniugare le due istanze: quella di una precisa riproduzione del dato architettonico e paesistico e quella di un’evocazione poetica dello stesso.
Esse però si distaccano da tutte quelle precedenti per la tecnica e la finalità. L’artista, dovendosi  interessare nella sua professione, con squisita sensibilità umana,  dei  non vedenti, usa una raffinata tecnica che consente di rendere tattili i disegni, con l’intento anche di fare emergere dalla stessa tecnica le qualità estetiche dell’elaborato.
Il risultato è duplice: offrire ai non vedenti una fruizione del prodotto artistico meramente tattile, tale da consentir loro la chiara percezione di ciò che esso contiene, e ai vedenti il godimento di un’immagine che, nella sua qualità artistica, si arricchisce dell’elemento tattile.
I non vedenti poi possono avvalersi di una scritta in Braille, che è disposta in modo tale da conferire una connotazione estetica al contesto dell’intera immagine. Va aggiunto che la scelta di una carta «microcapsulata» esalta gli effetti tattici e ottici, gli uni a vantaggio dei non vedenti, gli altri dei vedenti.
Un’altra nota singolare che distingue queste Vedute del Sòcrati da quelle tradizionali è costituita dal felice connubio tra elemento architettonico ed elemento naturalistico, con piante ed animali desunti unicamente dalla fauna e dalla flora dell’ambiente lauretano. Tutte le raffigurazioni si distendono sotto lo sguardo mite di una falce di luna, variamente collocata in alto, sul lato destro,  la quale conferisce all’insieme un tocco di quiete sognante.
Le  vedute sono modulate su una monocromia dal fondo rosseggiante, quasi a sanguigna, con interventi a pennarello, la quale dona loro un caldo palpito di vita.
Apre la serie una veduta del santuario delineato sullo sfondo, in un nitido profilo, introdotto dalla figura di una Mucca al pascolo nella valle sottostante e da piante e casolari dal sapore antico. Dal paesaggio arioso si passa a un angolo chiuso, con l’immagine del Monumento a Sisto V  in primo piano, di contro a una sezione della parete del palazzo illirico: è il greve dominio della scultura e dell’architettura riproposte con nitido segno.
 Segue la veduta della Basilica con il monte Conero, alluso da una linea curva sul lato destro, con un volatile ad ali distese che, come piccola croce librata sulle maestose forme del campanile e della cupola, anima il vasto e candido spazio.
Nelle tre successive vedute la natura domina sull’edificio. La prima immagina il santuario, visto dalle «Cento finestre», sullo sfondo, dietro un «sipario», in primissimo piano, costituito da un  tronco annoso e  da esili rami di piante svettanti, sui cui posano tranquilli e sornioni due Storni, protagonisti della figurazione. L’altra veduta è dominata dalle figure di polposi frutti di Corbezzolo pendenti dall’alto tra ricco fogliame o  emergenti sul profilo  del santuario, di cui sembrano quasi un’appendice in natura. Nella terza, i copiosi Fiori di pesco avvolgono il santuario nel fantasioso dispiegarsi sopra e sotto il monumento, in un dirompente profluvio.
Le due vedute successive sono come un poetico commento della vita del Santuario. Una descrive la Pioggia copiosa che, in molteplici fili, cade sulla Piazza della Madonna, dove transitano tre pellegrini sotto ampi ombrelli, in un pacato e coinvolgente clima autunnale; l’altra fissa una Foto di gruppo di suore pellegrine davanti alla Basilica, riprese da una disinvolta consorella. Qui si ammira l’abilità del disegnatore che, con il probabile ausilio di  moderne tecniche, delinea le armoniche forme del palazzo apostolico e della facciata della basilica con tocco lucido e impeccabile.
Nel sapiente alternarsi di soggetti architettonici e naturali, segue un suggestivo scorcio del centro urbano con il Santuario a ridosso, ripreso Dai tetti e animato da un simpatico gatto salito sui coppi. Tra tanto fulgore di classiche architetture, questi tetti e questi umili elementi edilizi hanno il sapore dell’antica campagna circostante e conferiscono al tutto un tocco creativo di intimità domestica.La rara  veduta  del Santuario dalle absidi, con gli edifici adiacenti,   si apre Tra le palme che si intrecciano ad arco come dita di mani nervose. Si tratta di un espediente descrittivo efficace che incornicia il monumento nel fastoso dispiegarsi di elementi naturali.
Nella raffigurazione Dal sagrato  protagonisti sono le persone: quelle in primo piano, intente a discutere, e i pellegrini sullo sfondo, formicolanti e incamminati verso corso Boccalini. L’innesto delle persone nel contesto edilizio e architettonico, proprio della piazza lauretana, è reso con rara efficacia. Fa come da contrappunto a questa visione quella con l’Uva dagli enormi grappoli  e dalle larghe foglie, la quale, come un’ampia quinta, pende sulla sinistra e corre sulla base  occupando metà dello spazio disegnabile, e lascia intravedere sul lato destro le absidi, la cupola e il campanile della basilica e degli edifici antistanti. Qui la natura, protagonista, si sposa con il monumento in maniera emblematica.
Altrettanto si dica della Quercia che erompe in primo piano e si espande nell’intero campo pittorico sul lontano  profilo del santuario e della città di Loreto. Lo stesso discorso vale  per la raffigurazione con Camomilla e papaveri che occupano tutto il primo piano; per Il Musone che, attraverso l’amena campagna, introduce alla visione del Santuario emergente sulla sommità del colle; e per  il   Grano che ripropone lo stesso schema compositivo nel salire delle ubertose spighe, le quali sembrano sollevare in alto lo stesso santuario, appena visibile sul profilo dell’orizzonte.
La Processione  riconduce il tema nel cuore del santuario con una cerimonia religiosa che mostra il simulacro della Vergine Lauretana portato a spalla dagli avieri, nel rosseggiante brulicare  della folla, significata con molteplici segni circolari. Rompe di nuovo il chiuso di un rito la veduta  del santuario sul colle, dietro  il dilagare di girasoli aperti e radiosi: un’invenzione che, per tecnica e per impaginazione, si riallaccia a quelle precedenti alla Processione.
Le Frecce tricolori, rompendo lo schema paesaggistico, introducono un elemento della moderna tecnologia nel cuore del santuario ed esaltano con il loro fragoroso volo la celeste Patrona degli aeronauti, la quale chiude la serie delle vedute con la devota  Preghiera di due giovani  in Santa Casa, «cuore mariano della cristianità». E non poteva essere diversamente perché il santuario, qui esaltato nella sua monumentalità e nell’armonioso contesto naturale, è una fulgida  gemmazione dell’umile sacello nazaretano.
Si direbbe: finis coronat opus.

Padre Giuseppe Santarelli
Direttore Congregazione Universale della Santa Casa

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