FARE PENSARE

COME ATTIVARE LA VALORIZZAZIONE

I cambiamenti attraversati dalla società aprono nuove possibilità di valorizzazione culturale. I musei, quelli di tipo ecclesiastico in particolare, sono il luogo privilegiato che può risvegliare l’interesse del pubblico anche in contesti territoriali relativamente marginali rispetto alle grandi città. Intervista al Prof. Rocco Curto.

In Italia si sta forse facendo strada la coscienza della necessità di conservare i beni storici e paesaggistici. Il problema è il passo successivo, già richiesto dal Codice dei Beni Culturali e del Paesaggio del 2004, noto come “CODICE URBANI”: come arrivare a valorizzarli?
Domanda tanto più impellente ora, quando nell’ambito della Chiesa italiana sono già sorti tanti musei, molti dei quali sono allo stadio di depositi per tenere in sicurezza beni  storico artistici che altrimenti potrebbero essere preda di ruberie: ma tali musei devono divenire strumenti vivi di comunicazione culturale. Ne parla il Prof. Rocco Curto, Preside della II Facoltà di Architettura di Torino, Direttore del Dip. Architettura e Design, specialista nel progetto di valorizzazione dei beni culturali: “Il passaggio all’idea di promuovere e valorizzare i beni culturali è fondamentale e richiede il coinvolgimento degli Enti preposti alla tutela. Valorizzare vuol dire creare valori, e questi possono essere visti sotto il profilo qualitativo, se l’attenzione va verso la conservazione del carattere storico architettonico del bene, intervenendo sul suo degrado; oppure economico, se l’attenzione va alla generazione di nuovi introiti, anche attraverso un progetto di riuso. Si può intervenire su beni che mantengono la loro destinazione originaria, o attraverso le appropriate metodologie conservative, o tramite operazioni di restauro che comportano qualche cambiamento nell’oggetto in questione, a seguito delle metodologie di lavoro, dell’uso dei materiali, delle tecnologie oggi in uso.
Ma se al degrado fisico si associa anche quello funzionale, ecco che i beni perdono la loro destinazione originaria e si apre la possibilità di un riuso per altri scopi. Questo implica una riconversione. Si tratta di individuare una destinazione d’uso compatibile con le origini del bene, ma che corrisponda a necessità reali attuali.
Nel valutare come intervenire, bisogna anche tenere conto delle domande potenziali cui il bene in questione può rispondere. Ovviamente, tanto maggiori sono le dimensioni del bene, tanto maggiori le potenzialità di riuso. E molto dipende anche dalla dinamica del territorio che lo attornia: il contesto economico, sociale, culturale.”
In che senso? Che vuol dire rapporto tra bene culturale e territorio?
È importante definire un progetto che solleciti una convergenza di interessi tra tutti gli stakeholder del bene in questione…”
Un momento: chi sono gli stakeholder?
Tutti coloro che hanno qualche interesse in un bene o in una società, e non solo in quanto proprietari o fruitori. 
Per esempio, gli stakeholder di un museo includono tutti coloro che vi lavorano, lo visitano, e in via diretta o indiretta ne sono influenzati: per dire, la stamperia che produce biglietti e brochures, il bar di fronte la cui clientela aumenta perché è frequentato dai suoi visitatori.
Se si parla di museo ecclesiastico, certamente anche l’Amministrazione comunale, interessata all’aumento del flusso turistico che il museo può attivare. Il concetto di stake holder implica l’individuazione di convergenze là dove potrebbero altrimenti sorgere conflitti… 
Quindi valorizzare un bene significa tenere in conto aspetti molto diversi tra loro…
Ci vuole un piano strategico di partenza, che individui le risorse presenti sul territorio: 
umane, culturali, finanziarie, logistiche…
Il punto più delicato riguarda la gestione: il bene può mantenersi nel tempo solo se esiste la possibilità di ottenere un bilancio in pareggio. 
Ovviamente il progetto di valorizzazione può cambiare a seconda degli obiettivi prefissati: un privato sarà interessato a un ritorno economico in tempi brevi, mentre un committente pubblico può avere un orizzonte temporale più ampio e includere finalità che si estendono alle future generazioni.
Nel caso dei musei qual è la strategia?
I musei hanno sempre finalità pubbliche e si finanziano con la vendita di biglietti. È fondamentale che si realizzino politiche di sistema per ottimizzare i costi e razionalizzare l’uso delle risorse. I musei vanno messi “in rete” per favorire la comunicazione col pubblico e tra i musei stessi. Ed è importante intercettare tutti i diversi pubblici di riferimento. Per esempio, il pubblico interessato all’arte contemporanea è composto di solito da persone con grado di istruzione elevato; il pubblico giovanile ha interessi particolari…
Un sistema museale deve saper intercettare tutti i pubblici tramite offerte articolate con l’uso delle nuove tecnologie per la comunicazione e per gli allestimenti. L’uso dell’interattività porta un po’ di spettacolarizzazione; questo a qualcuno può non piacere, ma coinvolge nuovi pubblici, tendenzialmente più giovani.
C’è qualche indicazione specifica per i musei ecclesiastici?
Occorre valutare i contenuti, gli spazi disponibili, il luogo. La messa a sistema è fondamentale per la gestione, indipendentemente dalla collocazione. E lavorerei in modo integrato col territorio, cercando circuiti di carattere culturale, ma anche enogastronomico. La forza dei musei sta nell’eccezionalità dei contenuti e dei luoghi in cui si trovano. Ovviamente i grandi musei sono legati a grandi città. Ma la forza dei musei ecclesiastici può risiedere proprio nel fatto di essere legati anche a piccoli insediamenti: possono costituire una ragione di attrattiva anche in luoghi altrimenti marginali. 
La forza del museo ecclesiale è il suo radicamento. 
E bisogna trovare un’interazione con altre realtà fisicamente vicine, perché il sistema museale costituisce un elemento di forte identità. Il caso di Torino è esemplare: dopo la fine dell’epoca industriale, la città ha trovato una nuova identità nella cultura, a partire dal Museo di Arte Contemporanea aperto nel Castello di Rivoli e dalla valorizzazione delle residenze sabaude. Sono fioriti poi altri musei, come quello dell’Automobile o quello del Cinema e tutto questo ha dato un nuovo carattere alla vita urbana. La capacità dei musei di attrarre turisti è ampiamente documentata. E questo si traduce in benefici per tutto il territorio circostante. I musei ecclesiastici andrebbero inseriti in una rete più vasta. Inoltre bisogna pensare ad altri possibili utilizzi dei loro spazi, che sono di solito importanti e di pregio storico: bisogna esaminare ogni singolo caso e individuarne le potenzialità specifiche di valorizzazione.

APPROFONDIMENTO
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