FARE

Museo Adriano Bernareggi di Bergamo

Emozione del colore

Nelle auguste sale del Palazzo Bassi Rathgeb ha trovato una sistemazione particolarmente significativa il nuovo museo della Diocesi, ricco di opere artistiche e devozionali.

Alla base c’era la necessità di organizzare in un solo edificio l’imponente collezione di oggetti di valore artistico, liturgico e devozionale (prevalentemente dei secoli XVI-XIX), costituita nel suo nucleo originario nel corso degli anni Trenta del XX secolo dall’allora vescovo Adriano Bernareggi. Gli organizzatori si sono mossi con la coscienza che il museo non è solo luogo ove si raccolgono oggetti per garantirne la conservazione o il godimento da parte del pubblico, ma anche centro di promozione culturale, di aggiornamento e di studio; con la consapevolezza della particolare “decontestualizzazione” che soffrono oggetti pensati con significato liturgico e teologico, entro uno spazio che assume necessariamente le caratteristiche dell’esposizione; con la chiara percezione della differenza tra la cultura predominantemente cristiana delle epoche nelle quali le opere sono state concepite e la cultura contemporanea, laicizzata e relativizzata. La scelta è caduta su un’organizzazione museale ricca di colore e di emozione, architettura nell’architettura. “Un riallestimento museale dei manufatti legati alla tradizione religiosa per essere significativo deve parlare da un lato ai credenti di oggi, riallacciando la loro fede e speranza alla memoria dei modi di espressione delle stesse nel passato così da mantenere vitale la tradizione (e la possibilità dell’innovazione); dall’altro favorire anche nei non credenti il rispetto della medesima tradizione attraverso l’acquisizione della consapevolezza dell’importanza di questa per la storia civile e per l’identità culturale italiana ed europea; ancora, rendere leggibile al pubblico più largo possibile i valori estetici e di cultura materiale dei manufatti esposti” scrive Cesare Mozzarelli nel volume “Delectare, docere, movere. Linee teoriche e museologia del Museo Adriano Bernareggi Diocesi di Bergamo”.

Nelle foto: Il cortile interno.
Sala 20, “I capolavori del Museo”. L. Lotto, Trinità, olio su tela.
Sala 11, “L’iconografia di Cristo”: G.B. Moroni, Cristo risorto, olio su tavola.
Sala 11, “L’iconografia di Cristo”: Anonimo, Cristo risorto, marmo.
Sala 16, ” La processione degli stendardi”.

L’allestimento è stato studiato seguendo due parallele linee guida: quelle della serialità e della eccezionalità. “Con la serialità – spiega Rosanna Pavoni – si intende evidenziare la forza e la capillarità della diffusione di un archetipo iconico, rituale, simbolico relativo all’espressione della fede. Non è quindi il singolo paramento, il singolo calice, la singola immagine del santo a diventare l’artefice del racconto, quanto la ripetuta, monotona presenza di paramenti, di calici, di immagini dello stesso santo che, nell’apparente appiattimento della serie trova lo strumento per palesare il senso dell’insegnamento attraverso modelli riconosciuti come tali dalla comunità e per questo perpetrati. Nella eccezionalità abbiamo voluto evidenziare l’altra strada scelta dalla Chiesa per comunicare il divino attraverso la bellezza e la luminosità materica dell’opera d’arte che illumina la mente di chi la contempla di una luce spirituale”. Il percorso museale è stato organizzato per temi di rilevanza liturgica. L’altare è il punto di partenza, seguono L’anno liturgico, La processione dei Santi, L’iconografia dei Santi, L’iconografia della Vergine, L’iconografia di Cristo e della croce, La quotidianità del sacro, La processione degli stendardi confraternali. Le differenti tematiche assumono un valore quasi catechetico, oltre che documentario, che spazia da elementi della storia particolare del cristianesimo nella diocesi di Bergamo, alla universalità del messaggio della Chiesa.

Museo Diocesano di Bergamo “Adriano Bernareggi”

Indirizzo: Via Pignolo, 76, Bergamo
Progetto museale:
Prof. Cesare Mozzarelli, D.ssa Rossana Pavoni (ideazione e direzione) Coordinamento organizzativo: Dr. G. Allevi
Allestimento:
Arch. Cesare Aresi
Impresa edile:
General Casa Spa, Bergamo
Illuminazione:
Arch. Piero Castiglioni
Impianti:
Termoimpianti Snc, Bergamo
Ascensori:
Kone Ascensori Spa, Milano

Nella foto: Sala 17, “La Serialità nella devozione”, oggetti di uso liturgico

L’organizzazione del percorso ha cercato di sfruttare al meglio lo spazio esistente del Palazzo Bassi Rathgeb, caratterizzato da “infilate di piccoli ambienti intervallate da corridoi e loggette”. “Perché il percorso riuscisse a coinvolgere il visitatore, anche emotivamente -spiega Cesare Aresi, architetto curatore dell’allestimento museale – occorreva superare una fredda esposizione di tipo razionalista; si è cercato di farlo innanzitutto con l’uso del colore, che più di ogni altro elemento è capace di influire sul nostro stato d’animo; perché il sentimento, non solo non è un ostacolo a una lettura razionale, ma avvicina di più all’oggetto, come una lente lo ingrandisce agli occhi, facilitandone la comprensione”. Su queste considerazioni si impernia la scelta di utilizzare i materiali già presenti nel palazzo.

Nelle foto: La Sala 19, denominata “Il Tesoro”.
Postazione multimediale interattiva al 2° piano; sullo sfondo, l’apparato didascalico è presentato su leggii in noce.
Il palazzo Bassi Rathgeb, donato alla Diocesi perché ne facesse la sede del Museo Diocesano.

Anche le parti nuove o da completare sono state rivestite con materiali esistenti, quali il cotto, e sono stati preferiti i colori naturali a tonalità calde. “L’uso del colore assume in alcune stanze – continua Aresi – anche valore simbolico, supportando cromaticamente il tema dell’iconografia (con l’azzurro del divino e il rosso dell’umano) e quello dei tempi liturgici. Perché l’incontro con gli oggetti fosse il più possibile diretto e fossero loro a farsi incontro e raccontarsi, in modo corale, si è abbandonata l’idea di espositori fortemente caratterizzati nel disegno e nei materiali, posti al centro delle sale; ci si è indirizzati verso una soluzione “parietale”, in modo che ogni sala sia come un’ansa dello stesso fiume e il flusso della narrazione scorra lungo le pareti. Così gli oggetti – dalle tele ai calici, dalle croci ai paramenti -sono come sedimenti sulla superficie dei pannelli di controparete, sorta di bordone, di basso continuo che sostiene la melodia del racconto”.

Nelle foto: Sala 6 “Quaresima e Pasqua.”
Sala 3 “La Storia della Chiesa di Bergamo.”

I pannelli consentono una chiara leggibilità dell’architettura storica entro la quale sono collocati, e contengono le apparecchiature tecniche (illuminazione, impianto audio e circuito di videocontrollo) necessarie alla buona lettura degli oggetti in esposizione, allo stesso tempo consentendone la sicurezza. Essi sono “un tentativo di risposta all’esigenza di trovare un modo adeguato per esporre assieme pezzi tra loro diversi, sia come valore artistico che come età, materiale e funzioni”. Pannelli ed espositori lasciano come protagonisti gli oggetti. Tanto quelli della “serialità devozionale, dozzinali per definizione”, quanto quelli più illustri, sono esposti con identica dignità, a sottolineare che la loro finalità è spesso identica. “Un elemento molto denso di significato, e quindi marcato nella sua presenza, è il leggio della scheda fissa, presente in ogni sala.

A sinistra: Sala 9, S. Apollonia, pittura di Bernardo o Antonio Marinoni (Bergamo, fine XV, inizio XVI sec.).
A destra: Sala 8, “La Processione dei Santi”. Foto: Marco Mazzoleni

Questo è il luogo della comprensione, dove la tradizione viene consegnata e resa intellegibile al visitatore; da qui la scelta di un materiale, il noce, e di una forma, semplice ed evocativa dei leggii cinquecenteschi, che rimandano immediatamente alla memoria del passato. L’alternarsi di sale in cui prevale l’aspetto didascalico, e di “sale della meraviglia”, dove prevale la contemplazione estetica, chiede al visitatore di essere sempre vivo e presente, di lasciarsi condurre, restando libero di “errare” pur senza perdere il filo, poiché ogni sala, per quanto inserita in una logica narrativa, ha in sé un senso e perché il procedere della visita nasca dallo sguardo e dallo stupore. Come suggeriva Dionigi l’Aeropagita, solo lo stupore conosce”.

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