ARCHITETTURA FARE

Modulazione dello spazio sacro

Ricomposizione musicale dell’edificio-chiesa

L’antico rapporto fra musica e architettura viene proprio in questi anni rivisitato nei suoi molteplici intrecci. Si riscoprono antiche obbedienze dell’arte costruttiva alla sapienza musicale del ritmo. Esiste un canto delle pietre, come anche una polifonia delle linee, che proiettano la modulazione del tempo nella scansione dello spazio. Il registro simbolico del legame, per secoli, è sostenuto e corrisposto da un suo preciso referente costruttivo, destinato alla felice vitalità
di una perfetta sintonia fra il corpo sonoro della comunità radunata e il grembo risonante dell’edificio ecclesiale. Nata per rispecchiare le profondità affettive della Parola che abita il tempo, la cadenza cristiana della laus sonora impara a saturare lo spazio della domus ecclesia. Proprio l’edificio-chiesa ha tenuto a battesimo l’inedita storia dell’idea musicale
d’Occidente, tenuta in gestazione nel grembo di questa incorporazione dell’Eterno nel tempo e nello spazio della comunità umana. Da molto tempo, la reciproca ospitalità fra l’organizzazione architettonica del luogo sacro e l’articolazione musicale dei sensi spirituali, appare interrotta. Per scarsa frequentazione, per scelte divaricanti, per ingombro di sviluppi autoreferenziali e assuefazione all’estraneità. La felicità del luogo sacro ne risulta innegabilmente impoverita; la destinazione della musica che continua a frequentare le strade del mistero vi appare quasi rassegnata alla condizione dell’ebreo errante. Federico Mattia Visconti, giovane e ferrato frequentatore dei due mondi, trae ottimo partito dalla propria specializzazione nel campo dell’acustica architettonica e dall’estremo affinamento della sua ricognizione – scientifica e affettiva – nell’ambito dell’esperienza musicale vissuta. Cogliendo i segni di un nuovo desiderio di avvicinamento fra la risonanza spirituale della musica e il luogo sacro della comunità, si propone servizievolmente e generosamente come mediatore di un incontro felicemente possibile, anche nelle condizioni date. L’estrema sofisticazione del congegno tecnologico approntato, si sposa con la sua straordinaria flessibilità di adattamento e persino semplicità di esercizio. Senza trascurare, oltretutto, insieme con le sacrosante ragioni dell’estetica, una partecipe attenzione alla dignità e al decoro della destinazione fondamentale del luogo. Il suo progetto esclude, proprio per questo, l’approssimativa estemporaneità di posticci espedienti: normalmente desolanti, per la musica come per l’aula ospitale del tempio. Il progetto esclude tale approssimazione, soprattutto rendendola non più necessaria. La coerenza anche stilistica del progetto, insieme con la sua concezione elegantemente modulare, consentono oltretutto dosaggio e personalizzazione della metamorfosi dell’aula ecclesiale, che di volta in volta risultino le meno invasive e le più opportune rispetto alle variabili ambientali e locali che sono messe in gioco. Il modello merita di essere studiato e discusso, anche precisamente in vista dello spazio di adattamento e di inventiva che esso stesso suggerisce come integrazione esteticamente e religiosamente opportuna del suo algoritmo, del quale l’aula della chiesa di San Marco, a Milano, rappresenta il caso – certo altamente esemplare – di suggestiva applicazione.

Prof. Don Pierangelo Sequeri

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