FARE

Mario Manganaro


Sono da considerarsi periferie luoghi che non hanno un’identità precisa o che hanno un effetto urbano ridotto? Oppure sono soltanto piccoli o consistenti nuclei abitati, che tuttavia una riconosciuta identità non giustifica automaticamente una loro centralità?
I Sassi di Matera sono il centro storico della città, tuttavia ancora in buona parte si possono considerare una periferia (seppur al centro).
Costituiscono una periferia complessa, che non è un vero centro, ma che lo è stato per molto tempo. Parimenti è area intensamente antropizzata, che tende a naturalizzarsi.
Sono certamente periferie i villaggi abbandonati dell’ERAS nella zona periferica della provincia di Messina verso la valle dell’Alcantara.
Sono periferie i piccoli centri della Calabria, sperduti tra laure bizantine e fiumare ampie e desolate.
Sono forse periferie anche i grandi centri commerciali lungo le parti interstiziali delle aree metropolitane, dove l’ampiezza dello spazio a disposizione enfatizza un bisogno di attività non solo commerciale che perde la dimensione e l’individualità necessaria per i contatti sociali a misura d’uomo.
Riflettendo con un certo distacco, mi sembra, per ora, che siano periferie tutti i luoghi che visito da un po’ di tempo a questa parte.
Periferie culturali, periferie rurali, periferie silenziose e dimenticate, luoghi che hanno in comune la qualità di essere lontani da quello che si può considerare il centro delle attività principali di un territorio. Forse è vero che abbiamo perso il centro e che esso si trovi lontano, ma dove? Forse non basta essere a New York, a Los Angeles, a Città del Messico, a Londra, a Parigi per non essere in periferia; dipende anche dalla disposizione d’animo.

Matera. I Sassi
Aspromonte. Fiumara dell’Amendolea
Aggius (SS). La valle della luna

Sono certamente periferie le aree montane, come le rocche dell’Argimusco tra i Nebrodi e i Peloritani e i paesaggi della Sardegna con i nuraghi e i pozzi sacri, le tombe dei giganti e le foreste pietrificate.
Mi sembra che le periferie che colpiscono maggiormente l’attenzione sono quelle che un tempo sono state centro ed ora hanno perso quella capacità d’attrazione, che li rendeva accoglienti e disponibili.
Sono luoghi abbandonati del tutto o in parte, che un tempo inseriti nel territorio in una rete di infrastrutture hanno perso gradatamente vitalità, perchè l’intorno ha cambiato funzioni, o spesso, dismesso e abbandonato, è rimasto scollegato dall’insieme e quindi dimenticato.
La perdita della memoria collettiva costituisce il passo oltre il quale comincia la dissoluzione del paesaggio, attraverso i cambiamenti piccoli o grandi e le trasformazioni repentine e invasive.
Lo spettacolo dell’alba sull’altopiano dell’Argimusco è splendido.
Dopo la rocca della Novara si estende in basso verso oriente il bosco di Malabotta e poi il grande cono dell’Etna con piccole striature bianche.
Le grandi rocce, che sorgono sopra un tappeto di verde intenso, sembrano strane figure che richiamano mostri e figure bizzarre.

Montalbano Elicona (ME). Le rocche dell’Argimusco
Montalbano Elicona (ME). Ovile megalitico

Durante il solstizio d’estate la luna piena di un colore rossastro affonda in attesa dell’alba sulla destra del vulcano e dopo appena un’ora si alza il sole sulla parte opposta in direzione dell’ aquila, la pietra che sembra proprio un rapace pronto a spiccare il volo. Superando il crinale si scende verso la valle dell’Alcantara. Si raggiungono i sette villaggi dell’ERAS (Malfitano, Monastero Bucceri, Morfia, Piano Torre, Pietrapizzuta, S. Giovanni e Schisina, il più importante con i servizi principali), costruiti negli anni Cinquanta del secolo scorso e del tutto abbandonati dopo qualche anno dalla costruzione.
Lo spazio coperto di questi borghi abbandonati da diversi decenni si è in parte naturalizzato ed è stato utilizzato dai pastori come ricovero delle loro greggi. Così anche le chiese sono state utilizzate come stalle. L’uomo probabilmente non ha riconosciuto sacralità al luogo o allo spazio architettato. In quest’azione non si può riconoscere un atto volontario di blasfemia, perché non c’è la minima traccia di segnali in questo senso, se non il possesso materiale dello spazio da parte degli animali, che lo usano come ricovero, non contrastati dall’azione dell’uomo.

Ustica (PA). Ai piedi della Falconiera
Francavilla di Sicilia (ME). La chiesa
del borgo di Schisina

Forse l’uomo è scomparso insieme al suo senso di sacralità da racchiudere in uno spazio simbolico. Questa non lo dà certo l’architettura da sola, ma gli uomini che la vivono. I borghi furono abitati dai contadini solo per breve tempo, essendo troppo distanti dai terreni da coltivare. In questo senso tali strutture insediative sono fantasmi nel pieno senso del termine. Esse hanno perso il senso del luogo in modo violento; gli è stato strappato. Le architetture sono la maschera di un progetto politico fallito senza alcun tentativo di rimediare in qualche modo. Hanno imboccato un sentiero di regressione tale che non si può pensare una periferia più periferia di questa. Che significa disegnare, rilevare queste periferie? Percorrere un penoso sentiero di degrado fino a raggiungere uno stato, che è difficile definire; nello stesso tempo come creare le condizioni per portarlo in qualche modo ad una condizione di vivibilità?
Il parallelo con le vicine rocche dell’Argimusco, luogo che mantiene una sacralità tutta propria, non è peregrino. Una grande roccia, quella dell’orante, dà ricovero sotto i suoi anfratti ad un gregge di pecore e non viene minimamente da pensare che il luogo diminuisca di sacralità. Tuttavia il limitato interesse dell’uomo, nei confronti di questi luoghi di grande identità territoriale, non fa intravedere prospettive di valorizzazione e riqualificazione del paesaggio.

Francavilla di Sicilia (ME).
Panorama dal borgo di Malfitano

L’architettura certamente contribuisce a creare nel luogo, con il suo atto di fondazione, uno stacco, una cesura e ciò ha bisogno di un atto appunto sacro, che spesso nell’antichità si è manifestato con la fondazione di un tempio. Spesso la profanazione del luogo è la metafora della dissoluzione della cultura che gli aveva dato identità. Forse qui non siamo proprio a questo, tuttavia la dissoluzione dell’architettura è evidente ed è un fenomeno compreso in quello più vasto della naturalizzazione degli edifici rurali abbandonati o dismessi. La differenza consiste nel fatto che la natura non è tanto vitale, come si potrebbe pensare, per agire comunque in qualsiasi contesto e con la stessa rapidità. Spesso anch’essa è relegata ai margini e non ha la forza d’imporre le sue leggi. Ci si trova, infatti in alcuni casi, di fronte ad una
desertificazione preoccupante del territorio, che in qualche modo riflette uno stato interiore dell’uomo.

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