ARCHITETTURA FARE PENSARE

Mario Manganaro


Premessa
Questo è un giro abbreviato, sintetico, piccolo in tutti i sensi, perchè l’obiettivo di esplorazione finisce per spostarsi dall’esterno all’interno, come se l’eco della realtà esterna possa essere raccolto in una conca sonora protetta e circoscritta (fig. 1).
Il luogo che si visita è Gibellina, di cui negli ultimi temi si è sentito parlare con un’attenzione più marcata. Le critiche sono certamente utili per dare la misura appropriata alle cose, però a volte raggiungono punte puramente polemiche, tanto da ingenerare confusione.Mi ricordo che una piazza veniva considerata priva di spazi di sosta. Mi risultò strano che il giornalista non avesse visto quante possibilità di socializzazione offrisse quello spazio. Avevo pensato di misurare quante decine di metri lineari di panchine fossero state sistemate ai lati fra un pilastro e l’altro, ma poi lasciai perdere.
Sembrava tuttavia che da un pò di tempo fosse uno sport di moda parlare male della ricostruzione della valle del Belice e chi non era d’accordo diventava tout court un complice della mafia.
In quei giorni avevo anche letto della scomparsa del maestro Consagra a Milano e della sua volontà di essere sepolto a Gibellina. Un quotidiano nazionale portava uno scarno trafiletto che indicava il giorno in cui sarebbe arrivata la salma al cimitero della città. Non sapevo altro, ma quel giorno feci in modo di essere presente.

Camerino. L’interno del teatro comunale
Roma. Verso largo S. Susanna
Tusa. Scultura nella fiumara d’arte

Gibellina, mercoledì 20 luglio 2005
Appoggiato ad un pilastro dell’ala lunga del portico, vedevo affluire gente da tutte le parti. Entravano nella piazza senza fretta, come fanno le persone che sono del luogo. C’erano visi cotti dal sole, i più anziani, ma soprattutto facce di gente giovane, ragazze e ragazzi. Coloro che si vedevano arrivare con andatura più frettolosa erano quelli provenienti da fuori città, i familiari e altra gente importante, forse da Palermo o da altri posti più lontani.
La piazza ancora aveva al centro uno spicchio di sole e un gruppo si assiepava all’angolo delle due ali del portico attorno ad un vecchio magro, severo ed elegante, in un vestito color cannella e con un panama bianco.
Quando l’ultimo raggio di sole fu nascosto dalla quinta degli uffici del municipio, tutta la platea occupata dalle sedie di plastica bianca con i fori radiali nella spalliera si riempì di persone.
La gente che ancora affluiva s’incanalò nel corridoio tra le sedie ed i portici. Poi cominciò la cerimonia funebre di commiato in onore dello scultore Pietro Consagra, che aveva espresso la volontà di essere sepolto nel cimitero di Gibellina, pur essendo nato a Mazara del Vallo. Una lunga fila di ragazzi delle scuole elementari e medie passò in silenzio posando un fiore sulla bara. Un ensamble da camera con musicisti venuti da Palermo suonò brevi arie dalle musiche di scena di un’opera di Eliot, musicata da D’Amico, fu recitata l’orazione funebre da parte di un critico musicale, la figlia commossa ringraziò i presenti e lesse un telegramma del presidente della repubblica, parlò il sindaco giovane e brillante e concluse la parte oratoria un impacciato onorevole rappresentante della Regione. Prima aveva parlato in un silenzio assoluto il vecchio magro, che avevo visto all’inizio con il panama bianco.
Le sue parole dal tono basso e profondo tracciarono sinteticamente l’esperienza artistica e sociale di Consagra in rapporto alla nascita faticosa di Gibellina, vissuta all’insegna del concetto di arte totale.Disse delle riunioni con la gente all’interno delle baraccopoli e delle discussioni con gli artisti che presentavano le loro opere. Parlava lentamente
e a voce bassa, ma le sue parole risuonavano chiare nell’aria della sera, come fossero scolpite sulla pietra.
Mi sembrò di essere in una città della Magna Grecia tanti secoli fa e che il popolo commemorasse il suo eroe eponimo.

Gibellina. Dentro il cretto
Gibellina. La porta del Belice
Gibellina. Il Meeting dietro il palazzo Di Lorenzo

Capii in quel momento di Gibellina più di quanto avessi mai appreso dai libri o visto e disegnato intensamente nei periodi trascorsi sul posto. Certo contribuì la presenza delle persone, così ampia e partecipe attorno alla salma dell’artista, che ritornava nella sua patria, accolto come un eroe, ma anche l’atmosfera rievocata dalle voci poco prima ascoltate, che pronunziavano la parola Belìce, nel modo giusto e naturale. Per chi, come me, è stato per anni convinto ell’accentazione
sulla prima sillaba per averla sentita pronunziare in questo barbaro modo ripetutamente (non so per quale diffusione insistita dei mass-media), la parola Belice acquistò un suono più limpido e musicale e un carattere amichevole e cordiale.
La cerimonia si avviava verso la conclusione, quando il sestetto di musicisti attaccò con i fiati le note dell’overture dell’ Opera da tre soldi di Weill, allora mi allontanai in silenzio con i miei amici dal luogo della cerimonia per raggiungere il parcheggio e far ritorno a casa (dovevamo arrivare all’altro capo dell’isola).
Mentre uscivo dalla grande piazza, pensai alla mattina quando eravamo andati a visitare la camera ardente, posta nella sala al piano terra all’interno del lato corto dei portici. C’era poca gente e la bara era collocata al centro del grande salone tra due guardie d’onore. Sulle pareti laterali erano sistemati su piedistalli alcuni plastici e dei pannelli con numerose foto della costruzione della città con la presenza del maestro, che figurava in varie occasioni insieme ai cittadini.

Gibellina. All’entrata della piazza
Gibellina. Dal portico della piazza

Vagavo nel portico guardando l’architettura e la gente che entrava, preso da una commozione che mi aveva colpito all’improvviso e che riuscivo a stento a nascondere. Cercai il taccuino e, con le spalle appoggiate al muro esterno della sala, disegnai ciò che vedevo tra il portico, la piazza e l’orizzonte. Ricordo che le mani erano ferme, ma che sentivo come un nodo alla gola; tuttavia la tensione accumulata svanì a poco a poco con il lavoro paziente sul taccuino, nel tracciamento dell’ombra, che il sole delineava sulla torre civica e sulla sfera emergente dalla chiesa madre.
Non so che cosa riesce a trasmettere ora quel disegno, eseguito in quell’atmosfera sotto i portici, ma a me, quando lo rivedo, ritorna in mente la commozione di quella giornata.
Nel pomeriggio durante la cerimonia funebre non pensai neppure a prendere la penna e tentare di eseguire uno schizzo; ero troppo coinvolto da uno spettacolo inaspettato. La grande piazza, che avevo sempre visto il più delle volte deserta, si era popolata quasi magicamente di persone vere e commosse in un tramonto estivo dai colori splendidi
e luminosi.
Avevo assistito ad un rito, più che ad un evento, che dava la cifra della qualità urbana (o del senso della polis) di una comunità.

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