FARE

Mario Manganaro




Premessa
La conurbazione dello Stretto, fra le città di Reggio Calabria e Messina, interessò gli urbanisti per un certo periodo nella seconda parte del secolo passato. Il problema del ponte in qualche modo aveva sollecitato proposte, non solo legate alla configurazione dell’opera di attraversamento nei suoi molteplici aspetti, ma anche ad elaborazioni progettuali di più ampio respiro. Pur diventando il tema negli ultimi anni di nuovo attuale, seppure sotto ottiche e denominazioni diverse (area integrata dello Stretto), non ha avuto la forza di sviluppare idee innovative, se non di confermarne alcune, di cui si trova memoria nei risultati del concorso internazionale di idee (1969-1970).1
Di recente il concorso ‘I ponti in tasca’ (2007), promosso dall’arch. Marcello Sestito, sia per il carattere minimalista che per il coraggio dell’iniziativa, ha fornito l’occasione per elaborare una semplice idea, che in altra sede avrebbe rischiato di sembrare inadeguata, non solo per la grande dimensione del manufatto, ma soprattutto per la rete di relazioni complesse che esso innesca tra l’isola ed il continente.
Alla dimensione di attesa è prevalsa la spinta a narrare parte di quello che il luogo rappresenta per un osservatore dello Stretto. Un’ampia piazza liquida, attraversata di continuo in lungo e in largo da natanti grandi e piccoli, pieni di persone e cose, diventa elemento di saldatura tra due città, certo diverse tra loro, ma che nel fronteggiarsi ‘ab antiquo’ hanno creato uno specchio immaginario, in cui l’una riflette nell’altra la sua parte indefinita e misteriosa. Una continuità non solo apparente: in fondo è come oltrepassare un fiume per portarsi da una sponda all’altra della stessa città.

Un ponte alieutico

Lo Stretto e le imbarcazioni per la cattura del pescespada
La pesca del pescespada nello Stretto si effettua da luglio ad agosto; a giugno nella zona fra Palmi e Bagnara; dalla fine di aprile fino a maggio e poi a settembre nelle isole Eolie, presso i cui fondali i pesci depongono le uova.
Nel sec. XVII le poste erano dodici,2 ma oggi si sono ridotte ad otto sul fronte messinese. Per ogni gruppo di pescatori la caccia era circoscritta all’area di posta, ripartita su circa due miglia di costa, che per antica tradizione veniva giornalmente scambiata per rotazione.
Nella zona destinata ad una posta sostavano una lancia veloce (luntro) e due feluche con l’antenna per l’avvistamento (una verso il largo e l’altra verso terra) distanti tra loro ‘un tiro di pietra’.
Le feluche con l’antenna venivano usate per permettere l’avvistamento a distanza del pesce, che sulla parte calabra, alta sul mare, veniva effettuato direttamente dalle rupi costiere.3 Il luntro, su cui era appostato il lanciatore, era guidato da un secondo avvistatore (antenniere), posto su un breve palo al centro dello scafo, e spinto dai remi di quattro marinai. Qualche volta nella parte finale della caccia l’avvistatore scendeva dal palo per dare man forte ai vogatori. Questa barca viene citata in documenti del sec. XV, che parlano della pesca al pescespada come Ars Spidonis.
Le feluche per l’avvistamento avevano l’antenna collegata con tiranti di corda a prua, a poppa e alle estremità di tre legni orizzontali che, posti trasversalmente allo scafo, fuoriuscivano almeno un metro dalla sua sagoma. Otto tiranti erano disposti alle estremità per aumentare l’efficacia, incrementando l’angolo d’incidenza che formavano con l’asse dell’albero.4
Negli anni Cinquanta del secolo scorso comparivano i primi prototipi di moto passerelle, che eliminarono in breve tempo il luntro inserendo una passerella metallica sostenuta da tiranti alla prua della feluca, che veniva dotata anche di motore. La rapida evoluzione fu sicuramente agevolata soprattutto dall’uso dei motori, mentre l’ancoraggio
dei tiranti alle paratie, eliminava il pericolo dei tronchi trasversali, fuoriuscenti dallo scafo.
La feluca così attrezzata continuò ad allungarsi con passerelle più ardite, ad alzarsi con antenne più audaci, a diventare più veloce con motori diesel sempre più potenti e ad essere radiocomandata per la guida a distanza dalla coffa dell’albero. La barca assume così una forma ibrida, in cui si tenta di far convivere l’esigenza dell’altezza per un migliore avvistamento con quella del protendersi per raggiungere il pesce, che ormai, a causa anche della velocità dei motori, non si accorge nemmeno del lanciatore, che sta per colpirlo.

Un ponte alieutico. Particolare

W. Schellinks, Veduta dello Stretto, (1664), particolari

Continuità
Ho voluto proseguire attraverso il disegno di progetto la dimensione narrativa, che ho espresso spesso attraverso il disegno di paesaggio.
Interpretando liberamente lo spirito del concorso, è nato un disegno, che coniuga l’interesse verso il luogo e la sua memoria con una visione autoironica sul presente.
L’evoluzione delle imbarcazioni usate per la caccia del pescespada, hanno avuto una mutazione rapida nel corso di mezzo secolo assumendo una conformazione inaspettata. Anche questo ha contribuito a mutare il paesaggio, che durante la stagione della pesca è percorso dalle strane imbarcazioni, ibride di memoria e tecnologia, anch’esse ridotte col tempo ad essere rottamate a causa del sopraggiungere di nuovi sistemi di pesca più redditizi.

Feluca d’avvistamento

F. Juvarra, Studio di imbarcazioni, (1714)

Nel progetto5 (Un ponte alieutico) vengono utilizzate le moto passerelle esistenti, sia nel versante calabrese, che in quello siciliano per fare un’ideale ponte di barche, che tuttavia, non essendo sufficiente per raggiungere la lunghezza di attraversamento, s’immagina sia spinto dai motori per raggiungere l’una o l’altra sponda.
Ciò serve a sottolineare il fenomeno della città continua, che ormai in effetti si sviluppa lungo la costa ionica siciliana e, oltrepassato lo Stretto, prosegue ancora su quella calabra. Siamo di fronte ad un lungo nastro costiero urbanizzato, che costituisce a tutti gli effetti un’area metropolitana, formatasi disordinatamente senza una programmazione territoriale e che, priva dei servizi necessari, nei periodi di maggiore afflusso diventa caotica, mentre gli antichi borghi collinari inevitabilmente si spopolano.

MM

Università di Messina

1. Per i risultati del concorso internazionale di idee cfr. L’Industria Italiana del Cemento, n. 11/1970, p. 875
2. Cfr. S. Collet, Uomini e Pesce. La caccia al pesce spada tra Scilla e Cariddi, Giuseppe Maimone Editore, Catania 1993, p. 103; P. Reina, Delle notizie istoriche della città di Messina, Prima parte, Messina, 1658, pp. 36-61.
3. I promontori a picco sul mare venivano affittati sin dal Medioevo, per installare le vedette durante il periodo della pesca; cfr. R. Sisci, La caccia al pesce spada nello Stretto di Messina, EDAS, Messina 2005, pp. 21-57.
4. Nella Veduta dello Stretto di Messina (1644), conservata a Napoli presso il Museo Nazionale di S. Martino, Abraham Casembrot descrive la pesca del pesce spada lungo la costa del casale del Faro. Cfr. R. De Gennaro, Un fiammingo a Messina: Abraham Casembrot, in ‘Prospettiva’, nn. 93-94, col. II, 1999, pp. 189-199; della stessa autrice, Abraham Casembrot, in ‘Dal Golfo allo Stretto. Itinerari seicenteschi tra Napoli e Messina’, catalogo della mostra a cura di G. Barbera e N. Spinosa, Electa Napoli, Napoli 2004, pp. 40-42, 82-83.
5. Il progetto (Un ponte alieutico) dell’autore ha ricevuto una segnalazione dalla giuria (M. Giovannini, R. Nicolini, L. Prestinenza Puglisi, M. Sestito, R. Amantea) del concorso ‘I ponti in tasca’; cfr. Pres/STletter n. 2, 2008.

Ove non precisato, i disegni sono stati eseguiti dall’autore dell’articolo

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