FARE

Marco Ragonese


Accendere il video e vedere un servizio al telegiornale in cui una renault brucia in una strada della famigerata banlieu francese, in certi momenti dell’anno, è diventata (quasi) una consuetudine. Come attendere a metà, fine giugno le prime notizie sull’ondata di caldo africano in Italia.
Battute a parte, nell’immaginario collettivo un messaggio negativo è ormai associato a queste parti di città che più che luoghi degradati sono diventati veri e propri luoghi comuni, nel senso letterale. Alla periferia sono state associate delle immagini che col passare del tempo si sono trasformate in stereotipi (tra cui forse è incluso quello riguardante la diretta proporzionalità tra sperimentazione architettonica e degrado) e, nel peggiore dei casi, in veri e propri stigma sociali.
Sembra sia impossibile (politicamente, socialmente, architettonicamente) affrontare il luogo comune, rifuggendolo.

Intanto nella città contemporanea la periferia ha perso una connotazione formale o tipologica, per assumere il carattere di una categoria aspaziale, persino mobile. Sono i flussi interni alla città, con caratteri sempre più mutevoli, a trasformarne alcune parti destinandole a quei soggetti che rappresentano i margini della struttura sociale contemporanea. Forse la città è davvero l’incontro di due periferie, lo spazio interstiziale della periferizzazione diffusa che riguarda il nostro territorio. Sicuramente, la visione delle periferie come contenitori di degrado e, conseguentemente, generatori di insicurezza urbana ha alimentato un dibattito in cui si è evidenziata l’incapacità (e/o la convenienza politica) di intendere queste parti di città diversamente da ‘cancri da estirpare’.
Le ‘operazione chirurgiche’ hanno avuto luogo (si pensi alle Vele di Napoli) perché sono le periferie a dare una forma tangibile alle paure metropolitane. L’unico modo per riuscire a sanarle sembra essere quello di eliminarle, come se ‘l’idea di demolire un quartiere simbolo del degrado urbano, si collegasse al desiderio di distruggere con questo, il rischio della contaminazione dell’insicurezza’.1
Questo approccio securitario è alla base di molte scelte riguardanti la gestione e la pianificazione del territorio. Argomento politicamente spendibile (dall’intero arco costituzionale) e facilitato dall’ossessiva attenzione mediatica all’indomani del fatidico 11 settembre 2001, l’insicurezza è diventata materiale di base per la pianificazione e dispositivi
spaziali per l’architettura.

1. T. Villani, Demolizione-Ricostruzione. Il corpo-passione della periferia, in F. Nigrelli (a
cura di), Il senso del vuoto, Manifestolibri, Roma, 2005, pag. 95.

2. Z. Bauman, Fiducia e paura nella città, Bruno Mondadori, Milano, 2005, pag. 50.

Foto © Vera Bressan

Dato che, come afferma Bauman, ‘la guerra è in corso dentro la città’ 2 si stanno innescando fenomeni di perifericità volontaria in cui l’auto-esclusione sembra essere l’unica possibilità per una maggiore sicurezza. Il prezzo da pagare per questa ‘tranquillità’ apparente contro il ‘caos’ metropolitano non rappresenta più un ostacolo insormontabile ed è comunque inferiore alla percezione della paura di fronte a fenomeni che non siamo più (e non ci interessa esserlo) capaci di leggere ed interpretare.
Così, mentre i processi di ‘periferizzazione’ sono diventati trasversali investendo ampie porzioni di tessuto urbano ‘fisicamente’ non lontane dal centro, l’insicurezza diviene un fondamentale parametro qualitativo di analisi urbana e sociale. Attraverso questo parametro è possibile delineare mappature, basate su una unità di misura determinata dalla paura, che il marketing immobiliare utilizza per definire nuove geografie dei valori fondiari, orientando un mercato in cui le vere o presunte minacce diventano discendenze nella valutazione di un immobile, e le spese per la dotazione di sistemi di sicurezza un investimento da ammortizzare nel medio periodo.
In questo contesto, il progettista si sta trasformando in uno strumento di rappresentazione (e traduzione) di politiche di controllo (sociali, territoriali), capace di fornire risposte a domande retoriche affinché si accrediti quale ‘costruttore di certezze’ contro la liquidità della contemporaneità. Nel processo di progettazione, specialmente nei paesi anglosassoni, iniziano a comparire nuove figure di origine poliziesca (l’ufficiale di collegamento architettonico, per esempio) che
affiancano l’architetto per indirizzarlo verso scelte che siano rispondenti ai sempre più numerosi decaloghi securitari. Si moltiplicano le certificazioni per i materiali e le assicurazioni per le abitazioni. ‘Una città viva è una città sicura’ oppure ‘il grado di sicurezza misura la democrazia di un paese’, sono motti che indicano una chiara tendenza nel nostro modo di vivere e costruire la città.

Ma a fronte di un atteggiamento ‘strumentale’ di questo genere, cresce la necessità, o per meglio dire l’esigenza, di tornare a quella funzione critica dismessa dalla de-ideologizzazione postmoderna, ma oggi sempre più necessaria per comprendere una realtà cresciuta a prescindere da qualsiasi contributo architettonico.
Soltanto in questo modo sarà possibile abbandonare le trincee della sicurezza sociale ed economica, abbattere i bunker urbani costruiti per fronteggiare l’apparente assedio quotidiano e considerare gli orridi ‘casermoni’ con occhi diversi.
Per scoprire, come i soldati giapponesi nella giungla, che la guerra all’insicurezza urbana è finita, ma noi non ce ne eravamo accorti.

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