FARE

Luci in casa


Progetto di Emilio Ambasz, architetto

Un progetto in cui natura e architettura si fondono con equilibrio mirabile: Emilio Ambasz è maestro in questo tipo di proposte. Il costruito diventa il modo in cui l’abitare si inserisce nel clima e nel paesaggio, con confortevolezza amichevole.

Se c’è la possibilità di togliere i confini che separano l’architettura dal paesaggio e, in questo mondo che è sempre più città diffusa ovunque, trovare un equilibrio nuovo, organico e autentico con una natura intessuta di progetto e riconciliata con l’abitare, l’opera di Emilio Ambasz è destinata a restare come antesignana di questa via di riappacificazione.
Ambasz, argentino che ha messo radici a New York prima, e poi anche qui in Italia, progetta edifici che diventano giganteschi vasi da fiori o supporti di porzioni di parchi arborei, spazi che s’insinuano sotto il manto erboso per incontrare altri giardini ipogei, ambienti che sono come porzioni di biosfera disegnata ex novo al fine di generare un microclima tutto suo. La “Casa de retiro espiritual” è una delle sue più note creazioni.
È la casa di campagna di una coppia che vive a Cordoba, nell’Andalusia, regione della Spagna meridionale, terra riarsa dal sole, quasi un lembo di suolo africano trapiantato sul continente europeo.

Il progettista ha raccolto la suggestione della tradizione: quella delle case a patio centrale come si vedono in molti paesi caldi e assolati. Edifici caratterizzati dallo spazio aperto all’interno, circondato da un peristilio che ombreggia le pareti e lascia libera circolazione all’aria . E non ha neppure tralasciato il gusto “mudejar” dell’arte arabo-ispanica che proprio qui in Andalusia trovò il suo più fertile terreno di coltura, importando il gusto per l’ornamento fine, per il lavoro del legno a motivi intrecciati e trafori con figure geometriche.
Ma queste risonanze che echeggiano temi antichi, sono temperate dalla sapienza scientifica attuale dell’uso di schermature solari che permettono il controllo del clima per le abitazioni.
Ed ecco che nel vasto piano dallo sconfinato orizzonte libero si erge un candido diedro: è come un libro aperto e posto in piedi: un segno architettonico che individua il sito sin da lontano.

Ed è evidente protezione solare: la casa sta entro l’angolo che le due pareti disegnano sul terreno, ma non si vede. Eppure il diedro non è solamente
schermo: in alto si affaccia un balcone, in legno.
È qui il gesto “almudejar”, dove l’elemento architettonico diventa decoro estetico. Vi si arriva con una scala che si arrampica all’interno del diedro e diventa un punto di osservazione sulla sterminata prospettiva della pianura.
Racchiuso dalle pareti c’è il patio, affondato nel prato, e il peristilio ribassato; così, nel breve spiazzo aperto al cielo ci si trova protetti, mentre una pozza d’acqua mitiga con l’evaporazione il caldo secco e favorisce la ventilazione.
Oltre al patio, un taglio sinuoso arretrato nel prato dà luce agli ambienti abitativi.
Ma questa è più che una casa: è un luogo che trova nell’assolata pianura un linguaggio nuovo per l’abitare. Gli sguardi che si possono intrecciare tra un lato e l’altro del colonnato ipogeo, le trasparenze che accompagnano gli ambienti interni, fanno il paio con l’ampio riparo che si erge solitario.

La dinamica verticale sostituisce quella dei ripari orizzontali che schermano: l’obiettivo cercato, ricavare un ambiente dalla climatizzazione naturale, è raggiunto nel dialogo tra gli spazi coperti dal prato e il bianco diedro. È una casa che si scopre ogni giorno di nuovo, perché è prossima al mutare del clima, vicina allo scorrere della luce nel cielo: pur sottratta al volume del costruito (così opportunamente svuotato nelle pareti ad angolo che s’elevano libere), proprio perché sotterrata, trova una nuova relazione con la volta celeste. Questa non è più l’origine del calore da cui difendersi e la si guarda con occhio benevolo, mentre il diedro, come vela orgogliosa, dialoga col vento.

L.Servadio

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