FARE

Lorenzo Imbesi


I processi di trasformazione della metropoli contemporanea, nell’accelerazione dei flussi comunicativi e nelle continue pratiche di dematerializzazione, registrano il passaggio paradigmatico e spesso la compresenza di un modello di organizzazione spaziale e sociale di tipo disciplinare, progettato per l’addestramento dei corpi attraverso istituzioni segmentarie e strutture di tenuta spaziale panottica; e una società del controllo in grado di cartografare l’ambiente urbano tramite forme di scansione digitale, suggerendo spesso la sovrapposizione di tendenze contraddittorie nella gestione spaziale, nell’alternanza di barriere fisiche e limiti invisibili.
La nascita in questo senso dei surveillance studies testimonia l’emergenza di questo tema che ha assunto rilevanza soprattutto dopo i cosiddetti fatti dell’11 settembre e che ha modificato sensibilmente le priorità e i confini tra sicurezza e accessibilità, sorveglianza e privacy, rischio e riservatezza, pubblico e privato, con implicazioni transdisciplinari tra progetto e società, metropoli e mobilità, tecnologia e comportamento.

Disciplina spaziale
Nella contemporanea epoca della mobilità, le strategie del controllo non riescono più a concentrarsi esclusivamente sull’opacità dei limiti fisici degli spazi nei quali abitiamo, piuttosto sull’efficienza degli apparati tecnologici che regolano la permeabilità e la trasparenza delle strutture fisiche. In questo senso, il tema del rapporto complesso stretto tra spazio, oggetti, tecnologie e le contemporanee forme di controllo nella metropoli contemporanea, assume un rilievo importante
per analizzare le mutazioni e le contraddizioni dei paesaggi urbani, in particolare quelli periferici che, per la dimensione critica, incorporano le dinamiche evolutive di trasformazione ed organizzazione dello spazio fisico e sociale.
Da una parte permane un ordine statico di tipo disciplinare, sfumato e modulato sotto diverse forme, vicino idealmente ai calchi ambientali osservati da Michel Foucault irrigidito nei secoli intorno alle membrane delle istituzioni totali storiche e disegnate nelle fabbriche benthamiane; dall’altra si assiste ad un’organizzazione dell’intero assetto territoriale che regola la comunicazione non tanto immobilizzando, inibendone la circolazione, quanto fissando range per il movimento e
veicolando, filtrando, rallentando od accelerando i ritmi, le frequenze, le durate delle forze e delle vite.
Pur riconoscendo nello spazio il perno della fisicità del controllo, la sua trasparenza ne diviene la misura della sicurezza: tenuta spaziale e qualità dei confini disciplinano il movimento di soggetti ed oggetti per differenziarne circuiti e flussi di circolazione e perciò anticiparne le azioni. In una condizione permanente di mobilità diffusa, il potere concentra le sue strategie di controllo non più sull’integrità del confine, limite e baluardo per la conservazione della purezza territoriale ed astrazione cartografica di sintesi tra identità e luogo, ma più sottilmente sulla permeabilità delle frontiere, sulla capacità cioè di calibrare e filtrare quantitativamente e soprattutto qualitativamente i movimenti di persone e cose. La proliferazione di smart cards, telepass, tecnologie wireless, dispositivi di monitoraggio, data mining, determina una riconsiderazione degli scenari del controllo, che insiste non più solo sulle strutture architettoniche degli spazi, ma piuttosto sull’efficienza degli apparati tecnologici e degli oggetti intelligenti che regolano l’accesso e gli scambi, materiali e immateriali, tra soggetti.
Le tecnologie contemporanee del controllo, influenzando il comportamento, regolando l’azione, programmando la produzione e la riproduzione, disegnano nuovi scenari sul territorio, laddove il dispositivo disciplinare si basa non tanto nella fissazione fisica/spaziale, ma piuttosto nello stato di perenne visibilità in grado di innescare uno stato di inconsapevole subordinazione a cui è sottoposto l’osservato nella invisibilità dell’apparato elettronico. La costante visibilità dei comportamenti e delle volontà mantiene in questo senso costante il controllo negli effetti come nella durata, un automatismo che ne differisce nello spazio gli esiti, allontanandone i protagonisti in un intervallo di velocità
assoluta.

Vite scansionate
La pervasività tecnologica, nell’insinuare germi di controllo in ogni luogo dell’abitare, rompe alcuni dei miti della modernità, come il rapporto tra pubblico e privato: le mura domestiche, che una volta racchiudevano il sogno borghese di un ambiente sicuro, isolato e immunizzato, hanno perso la loro opacità concentrandovi una molteplicità di attività prima svolte all’esterno e appartenenti al sociale e connettendosi sempre più velocemente nelle transazioni comunicative in entrata e in uscita attraverso suoni e immagini. La ridefinizione del rapporto tra pubblico e privato investe così trasversalmente indoor come outdoor, nella ricerca di sicurezza acquistata al prezzo di una porzione di intimità violata nella transazione consensuale di segnali tra utenti e istituzioni del controllo: … gli uomini e le donne postmoderni scambiano una parte delle loro possibilità di sicurezza per un po’ di felicità (Bauman, 1999).
Altrettanto assistiamo alla sperimentazione di nuove forme di comunitarismo costruite al di fuori dei legami tradizionali nei prototipi immobiliari pianificati modello Celebration disneyana, come nella trasformazione di ogni spazio pubblico in privato commerciale ad alto controllo, riconoscibile nella diffusa gentrificazione della metropoli e nella cosiddetta mallification sindrome degli ipermercati panottici.
Se nella società disciplinare descritta da Foucault il dispositivo segregativo era utilizzato per separare la componente difforme contenendola in un confine chiuso, sembra, al contrario, che nelle contemporanee privatopie si scelga liberamente la segregazione come forma di sicurezza da ogni forma di vita ‘non controllata’. Se il disciplinamento aveva come obiettivo la cura ‘molecolare’ attraverso la separazione e la collocazione dei singoli individui in spazi di particolare visibilità come le istituzioni totali per la detenzione e la medicina, il controllo salvaguarda più semplicemente la componente ‘sana’ attraverso la profilassi ‘molare’ della massa, da conservare e rafforzare.
Dal ‘far morire e lasciar vivere’ al ‘far vivere e lasciar morire’ (Foucault, 1988): in una condizione permanente di mobilità diffusa, il potere concentra le sue strategie di controllo non più sull’integrità del confine, limite e baluardo per la conservazione della purezza territoriale ed astrazione cartografica di sintesi tra identità e luogo, ma più sottilmente sulla permeabilità delle frontiere, sulla capacità cioè di calibrare e filtrare quantitativamente e soprattutto qualitativamente i movimenti di persone e cose.
Dall’azione di contenimento attraverso azioni di tenuta spaziale in cui l’opacità del confine ne misura la sicurezza, si privilegia il controllo dei flussi istituito sulle interfacce, nei punti di contatto tra i corpi, soglie di riconoscimento sempre più immateriali fondate nelle moderne pietre miliari dell’attraversamento veloce come varchi, portali, sensori, cellule fotoelettriche.

Potere di progetto
Ma se il disciplinamento prevedeva un’organizzazione piramidale dove una ristretta cerchia di controllori osservava una massa diffusa di controllati, mediante il dispositivo unidirezionale osservatore-osservato, la contemporanea diffusività della tecnologia, ormai capillare, apre a vere e proprie tattiche di appropriazione degli strumenti di monitoraggio e al fenomeno che tutti controllano tutti. In altre parole, la circolazione sempre più orizzontale di dispositivi di registrazione
della realtà, foto e videocamere, registratori e riproduttori audio, software di elaborazione dati, tecnologie per la comunicazione, ed ormai il loro occultamento negli oggetti comuni che indossiamo nel quotidiano, contribuisce ad annullare l’intrinseco carattere remoto del controllo, creando così una forma di detournement, un disorientamento nella
decostruzione del vettore osservatore-osservato.
Tra i molti progetti che puntano a smascherare il dispositivo di controllo con forme di attivismo tra situazionismo debordiano e consumo critico, Denis Beaubois, artista australiano, con le sue provocazioni/ performance elabora una forma di riflessività speculare del meccanismo di osservazione, posizionandosi davanti alle telecamere CCTV degli spazi pubblici, di banche o centri commerciali, e tentando di interagire conversando in qualche modo con cartelli.
La sua operazione mira ad esplorare e svelare i meccanismi cognitivi remoti con cui operano le tecnologie di sorveglianza, restituendone una fisicità spaziale e performativa e moltiplicandone le zone critiche di riflessione. L’attivismo tecnologico, nel ridirezionare così in maniera invisibile il dispositivo di controllo con l’ammissione alla partecipazione alla partita, svolge un ruolo produttivo autorizzando potere di progetto e creando nuove consapevolezze.
Alla linearità della rappresentazione del diagramma verticale panottico costruito sull’asimmetria dello sguardo, si sostituisce la complessità di un intreccio a rete rizomatico che le nuove tecnologie e i rispettivi strumenti di monitoraggio organizzano, permettendo la produzione di zone critiche e il costituirsi di intelligenze collettive. Questa sorta di ‘democrazia tecnologica’ autorizza cioè a vere e proprie pratiche di decostruzione del vettore osservatore-osservato, affermando l’acquisizione di capacità di auto-organizzazione e di resistenza e forme di soggettivazione in grado di ribaltare il gioco orwelliano ed irridere le strategie panottiche.
Il concetto di controllo non si esaurisce nella logica repressiva o nel rapporto tra privacy e sorveglianza, piuttosto si intreccia con la produzione diffusa della società dello spettacolo e di tutte le pratiche di violazione che lasciano emergere zone temporaneamente liberate dalla disciplina spaziale, in cui la metropoli è ancora protagonista.

Bibliografia
Zygmunt Bauman, La società dell’incertezza, il Mulino, Bologna, 1999.
Mike Davis, Città di quarzo. Indagando sul futuro a Los Angeles,manifestolibri, Roma 1999.
Gilles Deleuze, Pourparler,Quodlibet, Macerata 2000.
Michel Foucault, La volontà di sapere,Feltrinelli, Milano, 1988.
Michel Foucault, Sorvegliare e punire, Einaudi, Torino, 1976.

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