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primo documento storico in cui è ricordato il vescovo di Pistoia
è l’epistola di papa Gelasio dell’anno 492, questo
documento indica il vescovado di Pistoia come già esistente ma
non offre ulteriori elementi di conoscenza. L’esistenza
di un vescovo residente indica la presenza di una, anche minima, comunità
cristiana e questo si può spiegare con l’importanza di Pistoia
quale centro di raccordo per la viabilità di epoca romana, posta
a controllare sia gli accessi
all’Appennino tosco-romagnolo come alla Lunigiana. Non va al di
là di ipotesi la presenza istituzionalizzata della chiesa a Pistoia
nell’età apostolica: è una pia leggenda ricondurre
l’evangelizzazione di Pistoia a San Romolo, inviato da San Pietro
nella Tuscia annonaria come testimone del Vangelo e martirizzato a Fiesole;
leggenda tanto radicata da imporre, nel battesimo, anche il nome di Romolo
o Romola - e questo fino ad epoca recentissima - ad ogni bambino proprio
in ricordo del presunto primo evangelizzatore. Non è possibile
ipotizzare la costruzione ad hoc di edifici sacri, come noi li intendiamo,
in questo primo periodo, per il semplice fatto che almeno nelle zone periferiche,
anche se esisteva un piccolo gruppo di cristiani, sia pure strutturato
in comunità con il proprio vescovo, presbiteri e diaconi, l’esperienza
liturgica era sicuramente svolta nelle case normalmente abitate dove i
cristiani si riunivano per celebrare il Giorno del Signore nell’ascolto
della Parola, nella frazione del pane e nella preghiera. Poteva essere
il vescovo che periodicamente veniva a visitare la comunità a sorreggerla,
ma anche a verificarne l’ortodossia, e più che un singolo
inviato - da San Pietro o dai suoi primi successori - si dovrebbe pensare
ad una comunità evangelizzante nel senso che ognuno si sentiva
responsabile dell’annuncio del Vangelo e quindi di testimoniarlo
nel luogo dove abitavano.
E’ con l’editto di Costantino del 313 che inizia, anche per
il cristiano, il culto pubblico, nel senso che non era più osteggiato
e represso dallo stato perché in realtà una sorta di culto
pubblico era presente anche antecedentemente almeno nei periodi di calma
dalle persecuzioni. In questo nuovo contesto non è più sufficiente
il culto familiare nelle case private e si passa alla realizzazione della
casa di Dio sul modello degli edifici pubblici romani. Pistoia come reagisce
a
questo evento? La piccola comunità si irrobustisce e con più
coraggio testimonia la propria fede nel Cristo risorto alimentando sempre
di più il proprio ruolo evangelizzante, non con la parola di un
singolo ma con la testimonianza del
gruppo si presenta Cristo.
Non è possibile determinare con certezza l’ubicazione della
primitiva cattedrale, è stata avanzata l’ipotesi che in origine
la chiesa di S. Andrea abbia svolto tale ruolo, certo è che questa
chiesa ha avuto il privilegio del fonte battesimale autonomo (anche se
in un particolare e ben definito periodo dell’anno) quando esisteva
- e questo fino al 1937 - un unico battistero urbano per tutta la città:
San Giovanni in Corte.
Con il progredire del cristianesimo, e la sua espansione sul territorio,
si avvia l’edificazione di nuove chiese delle quali non è
possibile ricostruire la cronologia, né la loro esatta dislocazione,
nonostante l’autorevolezza dei documenti
storici pervenutici. La chiesa vive sul modello della Koinonia come la
comunità dei salvati in cui l’esperienza liturgica fonda
la vita, il credente è quindi chiamato a vivere quanto ha ascoltato,
meditato, pregato nell’azione liturgica.
E’ anche il progressivo passaggio dall’idea del martirio come
dono della propria vita ad imitazione di Cristo, vedi ad esempio S. Ignazio
di Antiochia, all’idea dell’imitazione di Cristo nella perfezione
della vita.
Il periodo medievale è di grande fermento culturale e si assiste
alla costruzione di numerose chiese a servizio di un territorio più
o meno vasto; a parte l’area urbana, queste chiese sono dislocate
in prevalenza nel territorio pedemontano, non in montagna, ma sulle pendici
dei monti, in posizione anche visivamente strategica per essere punto
di riferimento del territorio. Il diploma di Ottone del 25 febbraio 998
fornisce un elenco, sicuramente non esaustivo,
delle chiese soggette al vescovo di Pistoia, ma che almeno ha il pregio
di fissare storicamente una situazione esistente.
Fra gli edifici religiosi che nei secoli successivi fioriranno nel territorio
di Pistoia, comune e diocesi, alcuni di essi avranno compiti parrocchiali,
all’inizio magari informali, poi sempre più definitivi, altre
sorgeranno come oratori o come cappelle gentilizie mantendo tale funzione
nel tempo.
La Controriforma, vista come reazione a Lutero, inciderà sulla
spazialità interna delle chiese accellerando un processo di modifica
architettonica degli edifici iniziato con il rinascimento, ma non sull’ubicazione
e territorialità delle parrocchie.
Un cenno a parte meritano i monasteri, in particolare degli ordini mendicanti,
che non fanno riferimento alla diocesi ma alla loro spiritualità
e al loro servizio, rivolto alla Chiesa intesa come Chiesa Universale
e non solo come chiesa locale, diventando anche centri di aggregazione
autonoma.
Questo quadro si sarebbe mantenuto anche a Pistoia fino alla grande riforma
seguente alla revisione del Concordato, nel 1984, se al tempo dell’episcopato
di mons. Scipione de’ Ricci (1780-1791) non si fosse provveduto
ad una drastica
riforma delle circoscrizioni parrocchiali. Nella città furono cancellate
in un colpo solo tutte le parrocchie accorpandole in 11, e al contempo
venne ristrutturato tutto il territorio diocesano ove si istituirono nuove
parrocchie in funzione delle esigenze della popolazione, con una più
oculata distribuzione del clero. Negli intendimenti del vescovo Ricci
questo progetto doveva essere funzionale alla ripresa di una catechesi
biblico-patristica, tendente al superamento del devozionismo e al rinsaldamento
della coscienza cristiana.
Dopo l’episcopato di Scipione de’ Ricci la situazione rimane
più o meno invariata fino al periodo post-bellico quando l’inurbamento
ha portato nuovamente a rivedere le circoscrizioni parrocchiali con la
seguente costruzione di nuove
chiese e il relativo abbandono, o quasi, di alcune antiche chiese in particolare
in territorio montano.
don Luciano Tempestini
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