Tratto da:
REGESTO delle chiese italiane
N°1 - Pistoia


Testimonianza
Di Baio Editore

La presente opera costituisce la sintesi di un ampio lavoro di schedatura del patrimonio architettonico di originaria destinazione religiosa, situate nel territorio del Comune di Pistoia: chiese, cappelle, oratori tuttora officiati, o da tempo sconsacrati ma ancora oggi riconoscibili nelle loro peculiari caratteristiche architettoniche.
L’oggetto di questa schedatura ha, dunque, storicamente, una origine funzionale unitaria, ma costituisce oggi un corpus non omogeneo, sia perché accanto ad edifici tuttora di pertinenza ecclesiastica ve ne sono altri di proprietà laica (quest’ultimi spesso utilizzati con funzioni diverse da quelle originarie), sia perché risultano eterogenei lo stato di conservazione e la documentazione reperibile ad essi relativa. Infatti, se da un lato esistono vari studi storici che consentono una approfondita conoscenza di singoli complessi architettonici (alcuni dei quali ormai assunti ad imprescindibili capisaldi del panorama storico-artistico italiano), dall’altro spesso si deve constatare il totale disinteresse per gli edifici “minori” (talvolta di proprietà privata) che costituiscono l’ampio tessuto entro cui inquadrare e relazionare anche gli episodi più noti ed emergenti.
Pertanto il presente lavoro non si prefigge finalità squisitamente filologiche e documentarie, ma piuttosto vuol essere un esempio metodologico, un supporto per interventi attuativi, uno strumento agile a disposizione di operatori diversificati,
presupponendo una visione aggiornata dei complessi problemi insiti nel patrimonio in oggetto e superando una compartimentazione delle competenze.
Proprio in ciò risiede la specificità di questo lavoro che raccoglie i frutti di precedenti catalogazioni e studi settoriali orientandoli verso una più spiccata operatività progettuale, ponendo cioé sullo stesso piano la documentazione storiografica e l’analisi delle problematiche conservative oggi presenti.
Dobbiamo ricordare come Pistoia non sia nuova ad attività di censimento del patrimonio storico-artistico; è, ad esempio, una delle prime città in cui l’Istituto Centrale per il Catalogo e la Documentazione ha attuato, ed in forma quasi esaustiva, la compilazione delle schede per gli Oggetti Artistici. La locale Soprintendenza aveva inoltre già avviato talune esperienze di pubblicazione dei risultati dell’opera di catalogazione del patrimonio storico-artistico-architettonico
del territorio (es. La Montagna Pistoiese, a cura di A. Paolucci, 1976), ma si trattatava di esperienze divulgative specifiche, talvolta legate a manifestazioni espositive temporanee. Il presente lavoro può costituire un contributo,
per un settore delineato, alla realizzazione completa di quel catalogo dei beni culturali del territorio istituzionalmente demandato ad enti specifici (es. Ufficio Catalogo Soprintendenza), e contemporaneamente intende rivolgersi a professionalità e soggetti diversificati fra loro, nella consapevolezza che solo un’aggiornata interdisciplinarietà può consentire la salvaguardia e la valorizzazione del patrimonio architettonico ambientale di cui ci troviamo, più o
meno direttamente, ad essere “eredi” ed al contempo “modificatori”.
La scelta di un’area territoriale coincidente con una suddivisione amministrativa più ristretta del territorio della Diocesi nasce dalla constatazione della necessità di coinvolgere quelle realtà (Amministrazione Comunali, Soprintendenza, Enti economici e culturali) che sono chiamate a vario titolo a tutelare e valorizzare questo patrimonio. L’area di indagine è gravitante intorno ad una città di medie dimensioni, lontana forse da alcune delle problematiche della grande metropoli, ma senz’altro esemplificativa dei caratteri insediativi ed urbanistici più ampiamente riscontrabili sul territorio nazionale. Una città di impianto antico, il cui centro storico mantiene indelebili i caratteri dell’epoca dei Comuni, ma la cui immagine attuale conserva tutte le stratificazioni successive, una città che ha vissuto in questo secolo (in particolare nel secondo dopoguerra), come la stragrande maggioranza delle realtà urbane, un processo di espansione delle periferie. Da qui la presenza di chiese altomedievali, romaniche e gotiche, ma anche episodi salienti del Rinascimento e del Barocco, nonché un insieme organico di realizzazioni settecentesche (ricco di cicli di affreschi), forse in parte trascurato dagli studiosi locali e non ancora oggetto di appropriata valorizzazione. Al di là di queste architetture storiche, la trasformazione urbana è andata di pari passo con il percorso di fede della comunità, e ciò ha portato non solo all’esigenza di recuperare o trasformare edifici religiosi esistenti, ma di realizzarne di nuovi, soprattutto nei quartieri di espansione; troviamo quindi realizzazioni frutto della riflessione di progettisti profondamente ancorati alla cultura locale, ma proiettati nel più ampio dibattito culturale nazionale come G. Michelucci e G.B. Bassi. In particolare, le chiese progettate da Michelucci a partire dal dopoguerra testimoniano la profonda riflessione sullo spazio sacro apertasi prima con il confronto con l’architettura moderna, poi con il Concilio Vaticano II, e tuttora in divenire.
In prossimità di un’area metropolitana come Firenze, con cui è storicamente legata, ma con attività economiche ed una vita sociale dalle caratteristiche peculiari, la realtà pistoiese risulta anche emblematica di un modo di fare cultura che sempre più passa per poli territorialmente decentrati, scavalcando talvolta le metropoli. Mentre la vicina Firenze continua a dibattersi nelle polemiche e nelle difficoltà organizzative che di fatto relegano all’inattuabilità progetti quale quello per il Museo d’Arte Contemporanea, questa città di provincia, avviandosi a razionalizzare il proprio patrimonio di risorse culturali, ha costituito un Sistema Museale che, ruotando attorno al locale Museo Civico, comprende episodi diversificati come il Museo Diocesano, il Centro Marino Marini, il Centro Michelucci ed il Centro per le Arti Visive Contemporanee di Palazzo Fabroni (idealmente collegato agli spazi d’Arte di Villa di Celle); in particolare quest’ultimo si è dimostrato capace di acquisire una rilevanza nazionale confrontandosi con l’attività del Museo Pecci di Prato e con quello del Castello di Rivoli. Infine troviamo a Pistoia una scuola internazionale di musica per organo, che ha le sue radici in una storia secolare di officine organarie.
In realtà, questi sono elementi che, in proporzioni e con connotati diversi, potremmo rintracciare anche in altre città “minori”, spesso trascurate, ma così ricche di cultura (nonché di problematiche) da poter essere assunta ognuna
indifferentemente al ruolo di città-campione. In questo ricco tessuto culturale gli edifici di culto rappresentano un tratto emergente, ed è quindi importante ricostruirne sinteticamente l’evolversi cronologico.
La storia della strutturazione territoriale e delle aggregazioni antropiche, e quindi anche delle architetture religiose, è essenzialmente legata alla storia della viabilità. I valichi appenninici che scendono a ridosso della città, anziché una limitazione geografica, hanno rappresentato un incentivo allo sviluppo economico dei secoli XII e XIII, quando i mercanti e cambiavalute pistoiesi, in anticipo su quelli fiorentini, operarono sulle grandi piazze mercantili dell’Italia padana e della Provenza fino all’Europa settentrionale, dimostrando che il Libero Comune era in grado di controllare solidamente i percorsi transappenninici.
L’ampliamento del territorio comunale in quei secoli fu soprattutto conseguenza (come rilevava l’Herlihy) di una “precisa politica viaria”, che aveva però i suoi antefatti nell’VIII secolo, cioè in epoca longobarda, con l’apertura di un itinerario tra Pistoia e Modena attraverso la valle della Lima, al sicuro dalla minaccia rappresentata dagli insediamenti bizantini che controllavano il preesistente percorso tra Pistoia e Bologna per la valle del Reno. In quei secoli, nel vuoto di potere generato dalla disgregazione dell’Impero Romano e dai successivi rivolgimenti sociali ed etnici, fu proprio la Chiesa ad assumere il controllo e la cura del territorio attraverso la rete degli “hospitalia”: così, ad esempio, la strada della Lima era mantenuta dallo Spedale della Croce Brandelliana (v. Cireglio, pag. 193).
Traccia di questo stretto rapporto tra assetto territoriale ed edifici religiosi è tuttora riscontrabile nella toponomastica, ma anche nella titolazione di alcune chiese. Troviamo, ad esempio, sotto la protezione dell’arcangelo S. Michele tutti i luoghi a difesa della città e di nodi viari, o i monasteri isolati, ove si richiedeva la protezione dell’angelo guerriero. A Pistoia la devozione a S. Michele ebbe una forte diffusione con l’avvento dei Longobardi, all’inizio del sec. VIII ed è rimasta nel tempo, come testimoniano le chiese di Gabbiano, alle pendici del Serravalle, di Groppoli, sui colli alla destra del torrente Vincio e quella dell’abbazia in Forcole, fuori della cerchia urbana (poi inclusa all’interno delle mura trecentesche).
Nel sec. XIII il percorso privilegiato per l’area padana si spostò nuovamente in direzione di Bologna, ripristinando l’itinerario per il passo della Collina mantenuto dallo Spedale di Pratum Episcopi (v. Spedaletto, pag.171), definendo così
l’assetto viario e insediativo che si conserverà nei secoli seguenti. La progressiva imposizione della tutela delle istituzioni comunali sui monasteri che provvedevano alla manutenzione delle strade si completò tra il 1214 ed il 1223, in
parallelo alla massima espansione economica e territoriale pistoiese, quando furono sottratti al vescovo di Pistoia quegli antichi diritti giudiziari e fiscali in precedenza sanciti da decreti imperiali. E’ inoltre da sottolineare la rilevanza degli itinerari di pellegrinaggio, che nella realtà locale si identificano con le varianti della via Francigena o Romea; in tal caso parliamo non tanto di una strada, quanto di un fascio di percorsi variabili nel tempo in funzione di mutate condizioni politiche o orografiche, ma anche in funzione del sorgere, o del decadere, di centri religiosi significativi collegabili con la meta del pellegrinaggio.
La presenza della reliquia dell’apostolo Giacomo il Maggiore, donata dal vescovo di Compostella al vescovo pistoiese Atto (poi santificato) e da cui nasce il patronato cittadino di S. Jacopo (deformazione spagnoleggiante di Giacomo), è significativa dimostrazione del ruolo europeo dei percorsi di pellegrinaggio, non solo verso Roma, ma anche verso Compostella. Tali percorsi si concentravano lungo il litorale tirrenico, ma la presenza in Pistoia di un significativo centro di devozione jacopea fu tale da creare una duratura e frequentata deviazione rispetto alla direttrice più antica e consolidata. E’ proprio lungo la viabilità che si diparte dal nucleo cittadino in direzione dei raccordi con l’asse principale della Francigena che furono costruiti vari edifici religiosi intitolati a S. Jacopo.
A partire dai primi del ‘300, le lotte di fazione che divisero la città e le susseguenti guerre contro lucchesi e fiorentini portarono alla decadenza economica e demografica di Pistoia e alla sua caduta (1351) sotto l’egemonia di Firenze,
ma anche all’enorme crescita del patrimonio fondiario e immobiliare di Ospedali ed Opere Pie, beneficiari di lasciti e donazioni, specie dopo la peste del 1348.
Il patrimonio architettonico-artistico consegnatoci dal medioevo e arricchito nel periodo rinascimentale, a seguito delle riforme liturgiche attuate dal Concilio tridentino, fu oggetto di una diffusa trasformazione in chiave scenografica, in particolare nelle zone presbiteriali, magari anche soltanto con l’allestimento di un nuovo altare con ricco dossale per accentuarne la visibilità da parte dei fedeli; allo stesso fine vennero smantellati tutti i recinti del coro in cui sovente erano inseriti uno o due amboni. Altra costante fu l’adozione di nuove titolazioni, anche per chiese esistenti, che ribadissero i dogmi del Concilio, ad esempio con la dedicazione a S. Maria Assunta. Si vennero così determinando le caratteristiche di un assetto ecclesiastico e territoriale che si protrarrà fino tutto il sec. XVIII.
Se le riforme giuridiche ed economiche attuate sotto il granduca Pietro Leopoldo ebbero una consistente ricaduta anche nella realtà pistoiese, esse furono complementari alle riforme religiose attuate dal vescovo Scipione de’ Ricci (1785-76) tese a riaffermare il controllo vescovile sulla chiesa locale, riducendo i privilegi dei conventi e favorendo una efficiente distribuzione sul territorio del clero secolare. Dopo essersi assicurato i capitali necessari attraverso l’incameramento dei beni dei vari enti ecclesiali da lui stesso soppressi, si adoperò per potenziare le parrocchie del suburbio, sia aumentandone il numero e dotandole di mezzi finanziari, sia restaurando, ampliando, o costruendo ex-novo, chiese parrocchiali; gli arredi e gli oggetti di culto degli enti soppressi confluirono in un guardaroba generale a cui attingere per dotarne le chiese che ne risultavano sprovviste, cioè le più povere del contado e quelle di nuova istituzione. Ulteriori ricadute delle riforme ricciane sul patrimonio ecclesiastico furono la soppressione delle confraternite laiche, la rimozione
dalle chiese degli altari ritenuti “indecenti”, di immagini giudicate superflue e addirittura di reliquie oggetto di devozione “idolatrica”. Provvedimenti questi tanto impopolari quanto in linea con gli interventi di sapore illuministico proposti
dal Granduca, quali la distruzione degli innumerevoli ex-voto accumulati nei secoli nella chiesa fiorentina della S.S. Annunziata.
Se le riforme ricciane comportarono una forte diminuzione del numero delle parrocchie urbane ed un incremento di quelle sul territorio (in particolare della montagna), l’istituzione o il trasferimento di sedi parrocchiali è il pretesto per
un diffuso aggiornamento stilistico, sia attraverso il riallestimento degli interni, sia attraverso la caratterizzazione degli esterni, in particolare con la sostituzione dei preesistenti campaniletti a vela con torri campanarie a terminazione apicale
formalmente caratterizzata.
A questa ulteriore svolta seguì un lungo periodo, coincidente con tutto l’Ottocento e i primi anni del Novecento, in cui assistiamo ad un numero limitato di interventi su edifici religiosi esistenti, tesi, da un lato all’adeguamento stilistico, dall’altro alla manutenzione, e a pochissime nuove realizzazioni. E’ essenzialmente la seconda guerra mondiale a produrre uno sconvolgimento sul patrimonio ecclesiastico, così come sull’assetto urbanistico complessivo.
Nel secondo dopoguerra assistiamo ad un riassetto della suddivisione del territorio in parrocchie; la crescita fisica della città, attraverso nuove aree di espansione a destinazione prevalentemente residenziale, di pari passo con una progressiva terziarizzazione del centro storico e con l’inurbamento della popolazione rurale che abbandona l’agricoltura, ebbe una conseguente risposta nell’edificazione di nuove chiese nei quartieri periferici, sia per l’istituzione di nuove
parrocchie (Immacolata, Casermette, Belvedere), sia perché gli edifici esistenti erano inadeguati rispetto al cresciuto numero di parrocchiani (v. S. Biagio in Cascheri, pagg. 71-72), o poco accessibili rispetto alle polarità rappresentate
dalle zone di espansione edilizia (la sede parrocchiale di Capostrada fu trasferita da Burgianico alla nuova S. Maria della Salute, v. pag. 177 e pag. 164).
Varie chiese erano state danneggiate o completamente distrutte, dagli eventi bellici (Spazzavento, Collina, La Vergine, S. Giovanni al Corso). Negli interventi di ricostruzione, o di edificazione ex-novo, prevale un atteggiamento progettuale
di sostanziale mimesi con le tipologie architettoniche storicizzate attraverso la riproposizione di schemi planimetrici a croce latina, o ad aula unica absidata sul modello delle chiese conventuali trecentesche; anche le forme architettoniche si richiamano sostanzialmente a caratteri neomedievaleggianti molto scarnificati (vedi Spazzavento pag. 140 e Chiazzano pagg. 135-136). In questo panorama emergono le sperimentazioni legate alla figura di Michelucci, che superano progressivamente le tipologie storicizzate per definire spazi assembleari di spirito nuovo fino ad arrivare, con la chiesa del Belvedere (v. pagg. 54-55), a configurare quello schema spaziale che troverà forma più ricca e compiuta nella ben più nota chiesa di S. Giovanni Battista a Campi Bisenzio.
A partire dai primi di questo secolo molte chiese subiscono sostanziali mutazioni interne giustificate dalla necessità di restauri. Coerentemente ad una interpretazione storiografica che individuava nel romanico-gotico il periodo di più originale fioritura dell’arte pistoiese, è stata attuata una serie di restauri “in stile”, con lo scopo di cancellare le “aberranti sovrastrutture barocche” per restituire una presunta immagine originaria (v. S. Giovanni Forcivitas, pagg.
86-87); dal secondo dopoguerra una diffusa evoluzione culturale ed una maggior sensibilità verso l’intero panorama storico-artistico ha consentito di evitare perlomeno le ricostruzioni neomedievali, ma non ha impedito la distruzione
di apparati neoclassici o tardo barocchi come è avvenuto per la Cattedrale (v. pagg. 34-35).
Anche in anni a noi più prossimi, nei quali si diffonde una maggiore consapevolezza verso la molteplicità delle esperienze artistiche, e si attribuisce valore non solo alle opere emergenti, ma anche all’intero tessuto di testimonianze storiche- documentarie, si è dovuto registrare il proliferare di interventi manutentivi di dubbia qualità, nei quali, sovente, materiali storici vengono arbitrariamente sostituiti con altri, di produzione corrente, forse dalle caratteristiche prestazionali maggiori, o di minor costo, ma senz’altro di difficile integrazione nel contesto.
Anche gli interventi di adeguamento liturgico delle aree presbiteriali, attuati progressivamente a seguito del Concilio Vaticano II, si presentano di qualità disomogenea; non sempre è stato raggiunto quel grado di qualificazione simbolica
indispensabile a sottolineare la sacralità dello spazio liturgico, e sovente la difficoltà generata dall’operare in spazi dimensionalmente limitati e fortemente caratterizzati da arredi fini storicizzati, ha portato a realizzare allestimenti dal carattere provissorio che, se non alterano sostanzialmente la spazialità architettonica preesistente, spesso non riescono a restituire unitarietà e dignità simbolico-liturgica.
Dallo stratificarsi di interventi storicamente diversificati, si configura un panorama attuale articolato, ma con problematiche ricorrenti, chiaramente evidenziate nei sopralluoghi e nell’opera di schedatura attuati. Le stesse caratteristiche costruttive, per un patrimonio architettonico, per l’80% antecedente il XIX secolo, indipendetemente dalle caratterizzazioni stilistiche, evidenziano problemi specifici ricorrenti; la prevalenza di coperture a capanna con orditura
lignea su capriate (magari occultate da più tarde volte) comporta la necessità di interventi periodici dettati dalla deperibilità dei materiali naturali, ma anche quando queste strutture non presentano caratteristiche decorative-ornamentali (ad esempio capriate dipinte nelle chiese urbane di S. Andrea e S. Francesco), tali da assurgere al ruolo di pezzo unico, assumono comunque un valore storico- documentario, così da sconsigliare troppo facili operazioni di sostituzione, che invece risultano esser state attuate in molti dei casi esaminati.
La necessità di rispettare l’autenticità materica e non solo la forma visibile, costituisce una problematica che interessa sia la struttura architettonica che le sue finiture e decorazioni, nonché gli arredi; i casi in cui la tessitura muraria e
la finitura di superficie esterna coincidono sono per lo più limitati all’architettura romanico-gotica ed anche in questi casi il paramento lapideo esterno a faccia vista nasce spesso come “camicia” strutturalmente distinta dalla parete
interna generando nel tempo problemi conservativi ed anche statici per il diverso comportamento dei materiali (v. S. Domenico, Battistero, ecc.). Nelle architetture più tarde, sia le superfici interne, che gran parte di quelle esterne, erano
originariamente intonacate, si pone quindi il problema della deperibilità di tale finitura, spesso considerata “superficie di sacrificio”, deperibilità che coinvolge ovviamente tutti gli apparati decorativi dipinti, sia quelli ad affresco, sia in
maniera ancor più spiccata quelli a tempera (tecnica predominante ad es. nell’Ottocento).
Emerge inoltre una diffusa inadeguatezza impiantistica, relativamente sia alla sicurezza e protezione antivandalica ed antincendio del ricco patrimonio artistico, sia all’illuminazione che al benessere ambientale.
Oltre alle problematiche della conservazione fisica del patrimonio, qui documentate, occorre soffermarsi sui quesiti aperti dal riutilizzo con funzioni diverse (o dal mancato riuso) di tutti quegli edifici che hanno attualmente perso la loro originaria destinazione religiosa e per i quali non è stata sovente individuata una destinazione idonea a preservarne le peculiarità: interrogativi che si fanno più stringenti se pensiamo al gran numero di edifici “minori” (cappelle di ville, oratori, ecc.), qui segnalati non per pedanti esigenze statistiche, ma per documentare quella straordinaria “ricchezza media” (prendendo a prestito le parole di A. Paolucci) del patrimonio culturale consegnatoci dalla nostra storia, e la consistenza delle sedimentazioni presenti anche nei luoghi più periferici.
La presente catalogazione, restringendosi ad un territorio circoscritto, ha preteso di essere più completa possibile (per una determinata categoria di materiali), proprio perché non si può dare una efficace politica di tutela e valorizzazione
senza una preventiva conoscenza dei beni esistenti, tenendo sempre presente che la valorizzazione di questi, al di là dell’intrinseco valore storico-artistico, o anche semplicemente economico, coinvolge la capacità di una comunità di
identificarsi con se stessa, con le proprie tradizioni e con la propria fede, poiché, se la chiesa è il luogo deputato del mistero di comunione degli uomini col Padre, essa, di conseguenza, è il luogo di comunione tra loro, cioè il centro di una comunità in cammino.

Prospettive operative:
In questa sede possono essere avanzate solo alcune linee di riflessione, anche per la consapevolezza che una concreta valorizzazione del patrimonio architettonico religioso dipende necessariamente da indirizzi e scelte delineati su scala
nazionale. Da quanto emerso, anche se la maggior parte degli edifici schedati è tuttora di proprietà ecclesiastica, quelli appartenenti a privati o a enti costituiscono il 40% del totale per quanto riguarda il centro storico e la prima periferia,
percentuale che scende al 35% considerando l’intero territorio comunale.
E’ proprio questa quota di edifici che versa in condizioni di maggior degrado, se non proprio di abbandono, anche a causa della limitatezza degli strumenti economici e legislativi finalizzati a rivitalizzare e regolamentare le modalità di
restauro ed uso di tale patrimonio. Non tutti gli edifici sono stati oggetto di notifica e quindi non solo è impossibile accedere ai contributi di rimborso previsti per i restauri, ma spesso sfuggono anche ai normali controlli quegli interventi,
considerati di semplice manutenzione, che in realtà alterano sia le strutture architettoniche che gli elementi decorativi e di arredo. In buona parte dei beni di proprietà non ecclesiastica registriamo una perdita dell’originaria funzione
di luogo di preghiera. Gli strumenti urbanistici e legislativi vigenti non forniscono, in taluni casi, indicazioni sufficientemente precise ad individuare una nuova e congrua forma di riutilizzazione, lasciando in merito, potere decisionale alla discrezionalità dei singoli funzionari (Soprintendenza e Comuni).
Quando non si è in grado di “riconvertire” tali beni, i processi di degrado divengono inarrestabili, portando alla perdita sia dei valori storico-culturali, sia di quelli più semplicemente economici. E’ questo il rischio che corrono taluni edifici minori, ma anche quelle chiese e conventi soppressi pervenuti all’interno del patrimonio immobiliare di pubbliche amministrazioni dalle quali ci si attendeva una doverosa sensibilità alla salvaguardia di questi oggetti, ma che
in realtà hanno da anni dimostrato una grande difficoltà nell’attuarne il recupero e la rivitalizzazione (v. S. Ansano, pag. 59; Romitorio, pag. 163, ecc).
Nel complesso si pongono problemi conservativi di elevata specificità che non possono essere affrontati con le metodologie attualmente correnti nell’edilizia civile, ma con quelle di un restauro scientifico, ed inoltre con una sensibilità in grado di relazionare ogni singolo aspetto, anche apparentemente secondario, all’insieme, con la consapevolezza che ciascuna delle molteplici testimonianze sedimentate ha un suo valore documentario e che, quindi occorre massimizzare
la permanenza ed il recupero della maggior parte di esse. Conservare significa anche regolamentare le trasformazioni, quindi non precludere l’inserimento di nuove progettualità, ma richiedere da parte di queste la coscienza che aggiungere un nuovo segno in una complessa stratificazione vuol dire reinterpretare e non distruggere.
Fondamentale diviene il rispetto delle competenze tecnico-professionali e la scelta di ditte specializzate e di provata esperienza con il criterio che il fattore economico non deve essere, come invece spesso avviene, il prevalente elemento
decisionale per l’assegnazione degli incarichi.
Oltre alle problematiche conservative generali, riscontrabili probabilmente su scala nazionale, esiste una differenziazione territoriale storicizzata nell’impiego di tecniche e materiali tale da richiedere la salvaguardia e la riproposizione di quelle capacità operative, la cui presenza sul mercato sembra altrimenti destinata a scomparire, indispensabili a rispondere ai caratteri peculiari del recupero di un patrimonio altamente qualificato.
Tanti problemi conservativi sarebbero riducibili ad una percentuale ben inferiore se fosse ancor oggi possibile attuare un processo di manutenzione costante che preservi l’immobile dal degenerare dei problemi già presenti. Di fatto rileviamo la difficoltà, se non proprio l’impossibilità, anche per gli edifici officiati, di attuare una manutenzione ordinaria gestita direttamente dalle parrocchie.
Sarebbe auspicabile sopperire a tale situazione con l’istituzione di una sorta di cantiere, costituito da poche unità lavorative che nel tempo possano affinare la propria professionalità e potenziare le attrezzature; tale cantiere
potrebbe essere gestito direttamente, od in forma di convenzione con ditte esistenti, dall’Amministrazione Diocesana, e le parrocchie potrebbero contribuire alla costituzione di un fondo da utilizzare per la manutenzione corrente anche
in quelle chiese ove non è più possibile garantire una presenza pastorale fissa.
Le recenti indicazioni della Conferenza Episcopale Italiana in merito all’attribuzione alle Diocesi dei fondi per la conservazione del patrimonio o per la realizzazione di nuovi edifici sacri, impongono alle singole realtà locali la costituzione di un minimo di organizzazione tecnica-amministrativa per la gestione degli interventi ordinari e straordinari, ma anche una programmazione che tenga conto sia dei bisogni pastorali, sia delle emergenze rappresentate dai casi di maggior degrado architettonico.
La presente ricerca, seppur limitata al territorio comunale, e non estesa a quello diocesano, rappresenta un supporto per poter effettuare una ricognizione delle esigenze da affrontare nel corso degli anni. Fondamentale risulterà, non solo
l’informatizzazione dei dati raccolti, ma sopratutto il loro costante aggiornamento circa le modificazioni avvenute.

Laboratorio d’Architettura
arch. Roberto Agnoletti
arch. Giorgio Pasquini
arch. Alessandro Suppressa