PENSARE

Leggendo la “Lettera agli Artisti”

“La Chiesa, dunque, ha bisogno dell’arte. Si può dire anche che l’arte abbia bisogno della Chiesa? La domanda può apparire provocatoria. In realtà, se intesa nel giusto senso, ha una sua motivazione legittima profonda. L’artista è sempre alla ricerca del senso recondito delle cose. Il suo tormento è riuscire ad esprimere il mondo dell’ineffabile. Come non vedere allora quale grande sorgente di ispirazione possa essere per lui quella sorta di patria dell’anima che è la religione?” Giovanni Paolo II (da: Lettera di Papa Giovanni Paolo II agli artisti)

Giovanni Paolo II
(da: Lettera di Papa Giovanni Paolo II agli artisti)

Pubblicata in data 4 aprile 1999, Pasqua del Signore per i cattolici romani di rito latino e per quelli di riti orientali uniti a Roma, la Lettera agli Artisti di Giovanni Paolo II può essere meglio apprezzata se letta alla luce, teoretica, di Dio nell’arte, di Francois Boespflug, O.P. (Genova, 1986) e a quella, storiografica, di Daniele Menozzi, dal titolo “La Chiesa e le immagini” (Cinisello Balsamo, 1995). Il tema della Lettera riguarda tutte le arti. I due libri citati, solo quelle figurative. Analogamente però possono essere comprese tutte le esercitazioni artistiche nella vita del mondo e della Chiesa. Le citazioni riguardano manifestazioni artistiche quasi esclusivamente occidentali o del Vicino Oriente, ma sono anche rapidamente citate le grandi civiltà dell’Estremo Oriente. Mancano, mi sembra, riferimenti alle arti dell’Africa (salvo quella mediterranea), delle Americhe, specie quelle precolombiane, e dell’Oceania. Ma la “Lettera”, ancora una volta analogamente, coinvolge ogni artista, quale sia la sua origine, o ogni Chiesa, anche la più lontana da ogni centro e cultura.

È una lettera che si legge rapidamente, è breve.

Con facilità, è immediata. Coniuga sapientemente il vero col buono e col bello. Avverte però che una cosa è la bontà etica, quella dell’uomo che con l’aiuto di Dio cerca di agire bene, e un’altra la bontà del prodotto artistico, frutto delle mani di un uomo che è grande artista anche se mente e uccide…
È una lettera che ha poche “note”, ventotto. Di queste, dodici richiamano Autori contemporanei, due poeti polacchi, due russi (solo Dostoevskij e Florenskij, scrittore e filosofo), un francese (M. Dominique Chenu, 1895-1990, grande teologo e storico della teologia medievale, domenicano), un italiano e papa, Paolo VI, cinque volte i Padri del Vaticano II (1962-1965). Tra gli antichi è citato Platone, quattro Padri della Chiesa (Macario il Grande, Paolino da Nola, Agostino e Gregorio Magno), cinque grandi medievali (Francesco di Assisi, Bonaventura da Bagnoregio, Tommaso d’Aquino, Dante Alighieri e Nicolò Cusano). Il magistero di Giovanni Paolo II è ricordato due volte. Due volte sono pure citati testi liturgici. Una volta l’antico magistero conciliare, il Niceno II che approvò, contro gli iconoclasti, il culto delle immagini. Si ricordano anche artisti. Seguendo l’ordine in cui si trovano nella lettera: Claudel, Chagall, il Beato Angelico, Michelangelo, Raffaello, Bramante, Bernini, Maderno, Ilario, Ambrogio, Prudenzio, Efrem Siro, Gregorio di Nazianzo (questi ultimi per la poesia), Pier Luigi da Palestrina, Orlando di Lasso, Tomas Luis de Victoria, Haendel, Bach, Mozart, Schubert, Beethoven, Berlioz, Liszt, Verdi. Né si dimentica il Papa di ricordare l’Hagia Sophia realizzata a Costantinopoli da Giustiniano, il Palazzo Apostolico del Vaticano, San Giovanni in Laterano, la Cappella Sistina. I testi liturgici citati sono per la liturgia latina il Veni Creator Spiritus e per quella Orientale l’Enkomia dell’Ortòs, del Santo e Grande Sabato. Anche se il Papa afferma che “Ogni forma autentica di arte è, a suo modo, una via di accesso alla raltà più profonda dell’uomo e del mondo” (n. 6, ultimo comma), anche se cita la Hagia Sophia di Istanbul, anche se scrive che “in un certo senso l’icona è un sacramento” (n. 8), è indubbio che Giovanni Paolo II da vescovo e poi papa della Chiesa latina che nasce in Occidente, anche se con le missioni dal XVI secolo si estende a tutto il mondo via via raggiunto dall’Occidente, predilige la manifestazione artistica occidentale. Non dimentica che “in Oriente continuò a fiorire l’arte delle icone, legata a significativi canoni teologici” (n. 8), né che “L’icona non è venerata per se stessa, ma rinvia al soggetto che rappresenta” (n. 8, in fine), ma la grande serie di esemplificazioni è occidentale. E lo è per un preciso motivo. La teologia occidentale, anche se Karl Rahner l’ha messa sempre in guardia da un monofisismo crittogamico, è fedelmente legata a Calcedonia (Concilio Ecumenico del 451). Il Verbo di Dio si è fatto veramente carne (in greco “sarx”, carne macellata), è inserito nella storia e la teologia (anche se espressa con figure, poesia e canti) risalta dalla mediazione tra la Rivelazione e la storia.
Come la rivelazione è stata in ebraico e in greco, salvo i testi forse aramaici del proto-Matteo, poi è stata tradotta nelle più diverse lingue, e la Parola di Dio si è almeno linguisticamente inculturata, così le manifestazioni artistiche non possono che inculturarsi.
Se questo non è avvenuto dal secondo ‘800 ad oggi (salvo timide espressioni, ma la lettura del fenomeno è stata sapientemente denunciata da Paolo VI nel suo discorso nella Sistina del maggio 1964: cfr. CHIESA OGGI architettura e comunicazione, n. 10, 1994, pp. 16-19), deve riprendere.

Anche la teologia in alcuni tempi recenti si è astratta dalla storia.

Padre Chenu ha dimostrato nel 1937 che così non si poteva continuare. Il suo scritto è stato condannato nel 1942, ma nello svolgersi del Vaticano II (1962-1965), il pensiero di Chenu e di altri, comede Lubac e Congar – creati cardinali da Giovani Paolo II – è diventato il pensiero del Concilio e oggi nessuno fa teologia senza preoccuparsi della cultura in cui vive.
Nessuna chiesa, che io sappia, ha fatto lavorare per sé Pablo Picasso. Eppure la donna del “Guernica” che fugge col bimbo in braccio potrebbe essere un’Addolorata anzi tempo, un’espressione profonda dei prodromi della “fuga in Egitto” (cfr. Lc 2, 13) che già nel vangelo dell’infanzia di Matteo preannuncia la Passione.
La presenza nel mondo del figurativo di significativi artisti (penso all’amico Vasili Ratà, moldavo, e a Maria Lie Steiner o a sua madre, la scultrice rumena Donna Lie) che lavorano anche nell’Informale, come Vasili, non li accoglie in chiese almeno apparentemente ferme a prefissi teoremi formali. Vasili Ratà ha proposto in Italia una mostra dedicata alle icone, ma da artista informale che condensa in una spugna nera il volto e lo circonda di forme intricate ma eloquenti. Perché la grande Chiesa d’Oriente continua a essere monofisita anche là dove proclama, a parole, il dettato di Calcedonia (Gesù vero uomo e vero Dio, senza divisioni e confusioni)? La “Lettera” (nn. 10-11) sembra ignorare che è venuta meno per quasi due secoli un’autentica committenza di Chiesa.

La Chiesa, si afferma (n. 12) ha bisogno dell’arte.

L’Incarnazione del Verbo ha una centralità inequivocabile (cfr. Gv 1, 14a) mentre non ha un identico spessore di Chiesa l’arte. Certo: l’artista si salva solo nella Chiesa, per opera misericordiosa del Padre, per sacrificio totale del Figlio, per animazione costante dello Spirito. Questo, però, si dice per ogni artista, anche per quello apparentemente bestemmiatore (penso alla piccola chiesa dipinta all’interno da un Botero davvero Botero).
L’arte, in sé, non ha bisogno di salvarsi. Le cose di questo mondo passeranno e non resterà né il Sacro Volto di Lucca, né la Sindone sia o non sia opera di maestro del ‘300 o proprio quel lenzuolo in cui fu avvolto il cadavere di Gesù calato dalla croce. Ne hanno bisogno, l’ho appena scritto, gli artisti. Non il loro prodotto.
Questo, per altro, già si trova nella “Lettera” al n. 2. La “Lettera” continua con un appello agli artisti, a quelli cristiani: si scrive dello Spirito creatore e dell’ispirazione artistica fino alla conclusione: la “Bellezza” che salva (cfr. n. 14-16). Di che “Bellezza” si tratta? certo solo di quella di Dio Padre, Figlio e Spirito Santo. Vedendo che il bello creato prima o poi svanisce, sia la bellezza di un bambino che cede alla goffaggine di un preadolescente, sia la bellezza di un prato pieno di fiori in primavera ma secco d’estate; svanisce anche l’opera d’arte (di quante bellezze non resta più nulla, o quasi).
Ma il Papa accenna al sorgere della “nostalgia di Dio”. È una nostalgia che prima o poi, come per l’Innominato, può sorgere di fronte a persone che non risulta fossero particolarmente belle.
Non solo non sappiamo se Gesù fosse bello (i tanti che lo seguivano lo ammiravano per quel che diceva e faceva e gli evangelisti, e Paolo, il Nuovo Testamento nel sua insieme, nulla dicono del suo aspetto). Mentre invece quella bellezza artistica sempre non appagata, e non salvante, può portarsi sul brutto che pure c’è e per lo più senza colpa di nessuno (se non dei progenitori disobbedienti).
Un brutto che negli uomini tutti si riscatta perché anche un handicappato gravissimo è immagine di Dio e dunque avvia a Dio, nostalgia di Lui.
Quel brutto su cui Karl Rosenkrans ha scritto la sua Estetica (la traduzione italiana è edita da Aesthetica, Palermo, 1994). E qui si è al livello, pieno di mistero, del Dostoevskij ateo che nell'”Idiota” scrive: “La bellezza salverà il mondo” (8, n. 16, nota 25).

Un dono a tutti gli artisti.

Un dono da leggere e rileggere. Anche per criticare, cioè per esprimere un giudizio sia quanto all’interpretazione, sia quanto al ruolo epistemologico che può avere, anche per chi non crede, un testo come la Lettera agli Artisti del papa. I brevi richiami alla sua giovinezza arricchita dall’arte possono davvero far pensare, pronunciati come sono da un uomo ormai molto anziano, ma vivissimo nella spirito. Un testo da mettere in collegamento con quelli prodotti dalla Conferenza Episcopale Italiana (cfr. CHIESA OGGI architettura e comunicazione, n. 22, 1996, pp. 33-99)

e il più recente documento “Spirito Creatore” del 1997 (proprio sull’arte). Necessari poi i contenuti dei testi di Giovanni Paolo citati e gli ormai numerosi interventi della Pontificia Commissione per i Beni Culturali della Chiesa presieduta da
S. E. Mons. Francesco Marchisano.

S. E. Mons. Francesco Marchisano

Il suo più diretto collaboratore, don Carlo Chenis, SDB, ha già una serie di importanti contributi. Resta, e non è poco, il perpetuarsi per svariati motivi della diffidenza tra artisti e committenza ecclesiastica. La diffidenza più forte è quella della committenza. Chissà se Giovanni Paolo II, o la Commissione Pontificia citata, non prendano nei confronti di questa committenza, la decisione di produrre un nuovo testo così da far davvero capire l’insegnamento del noto poeta polacco Cyprian Norwid: “La bellezza è per entusiasmare al lavoro, il lavoro per risorgere” (Lettera agli Artisti, n. 3).

 

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