FARE

Le origini e gli sviluppi


NOTE PER UN ITINERARIO STORICO SULLA FACCIATA DEL DUOMO
Alberto Cornice

Il primo nome, e resta il più prestigioso, è quello di Giovanni Pisano che come aiuto del padre aveva esordito (1266-1268) nel pulpito della cattedrale senese.
In un momento tra 1284 e 1285 è documentato come capomaestro del duomo, fino al 1297, con onori e privilegi di rilievo: cittadinanza senese, tutela e assistenza giuridica, esenzione dagli obblighi militari e soprattutto da ogni tipo di imposizione fiscale, che allora come ora non era cosa da poco.
Come architetto progettò la facciata e ne diresse i lavori a fundamentis fino ai timpani e alla cornice che delimita lo spazio dei portali. Come scultore esegui le straordinarie figure che, in questo spazio, concorrono a prefigurare la Redenzione, in chiave mariana: sul filo conduttore di un programma iconografico che si richiama a Isaia: Propter hoc dabit Dominus ipse vobis signum. Ecce virgo concipiet, et pariet filium. Et vocabitur nomen eius Emmanuel (VII, 14).
Nel concitato movimento – sia espresso sia potenziale – dei personaggi, intenti a un colloquio di cui sembra di avvertire le voci, sorprende l’inserzione di figure che non fanno parte del percorso veterotestamentario: Platone e Aristotele, e una Sibilla che sembra anticipare di due secoli le dieci nel pavimento delle navate. Il risultato figurativo del prestigioso intervento giovanneo è non tanto un predominio della scultura sull’architettura, quanto “l’assunzione di quest’ultima come elemento scenico e naturale ambiente delle figurazioni plastiche”, che sono “perfette antitesi delle Säulenfiguren (figure-colonne)” (Enzo Carli).
Anche dopo aver lasciato Siena i legami di Giovanni con la città non si interruppero. Nel 1299 acquistò una casa in platea sancte Marie, la piazza del duomo. Nel 1314 vide accolto un ricorso e fu confermata l’ esenzione fiscale: questa immunità fu cancellata nel 1319, terminus ante quem per fissare la morte. Lo si dice sepolto a Siena, se si riferisce a lui (come vuole la tradizione) l’iscrizione sepoltuale sul fianco sinistro del duomo, guarda caso come Buscheto a Pisa. Si legge: HIC EST SEPULCRUM MAGISTRI IOHANNIS QUANDAM MAGISTRI NICOLE ET DE EIUS EREDIBUS.
A Tino di Camaino sugli inizi del Trecento è attribuita una sua ‘primizia’, l’architrave con le Storie della Vergine, che sulla facciata è l’unico inserto plastico di carattere narrativo.
Nel corso del Trecento la facciata fu condotta a termine: con la struttura e gli innumeri elementi plastici sempre inseriti nel programma iconografico, a volte di lettura non semplice, di glorificazione mariana. È ormai un t?p?? osservare il non-legame tra le due parti. Alla equilibrata partizione giovannea si sostituisce, in alto sopra la cornice, una forte dilatazione della superficie mediana a detrimento delle laterali. Questa diversa impaginazione compositiva è di solito posta in rapporto con la facciata di Orvieto, che il senese Lorenzo Maitani aveva tracciato (ma con disegno di coerenza unitaria) nei primi decenni del secolo. Tuttavia, nella visione globale della facciata senese, la dissonanza è temperata e assorbita nella festosa e accattivante visione di statue e statuine, marmi policromi e risplendenti mosaici: anche se la pesantezza delle cuspidi-pagoda sui pilastri laterali è sempre difficile da digerire.
Di minore importanza, quanto meno in una scheda di sintesi, sono gli interventi quattrocenteschi, come i rilievi sugli architravi laterali.
L’intervento cinquecentesco più significativo, e ovviamente meglio visibile dallo spazio interno, è la vetrata nel grande occhio mediano. L’Ultima cena si deve a Pastorino Pastorini, pittore e maestro vetraio, 1549 o poco dopo. Il soggetto cristologico non solo è risposta iconografica alla vitrea glorificazione mariana nell’abside: ma si allinea con prontezza alle esortazioni del Concilio – allora in pieno fervore – che non si stancava di proclamare la centralità del culto eucaristico.
Nel Seicento i mosaici nei triangoli cuspidali, per i quali si fa il nome di David del Ghirlandaio, furono sostituiti (1635-1639) da rilievi in bronzo dorato su fondo azzurro, l’Assunta al centro e i Santi Caterina e Bernardino ai lati, opera di Tommaso Redi. Dello stesso Redi sono – nei triangoli sui portali – i busti marmorei dei Beati Ambrogio Sansedoni, Giovanni Colombini, Andrea Gallerani, espressione della ‘Beata Nobiltà’ fortemente accentuata nella devozione senese della Controriforma.
Il purismo ottocentesco, che ebbe in Siena il giudice e arbitro in Luigi Mussini, non poteva tollerare, e non tollerò, la ‘degenerazione’ barocca. In questa crociata per la Neue Ordnung furono sacrificati gli angeli di Giovanni Antonio Mazzuoli genuflessi, nella lunetta centrale, a lato del bernardiniano trigramma cristologico, in bronzo dorato. Sono visibili in una foto Lombardi e nel grande acquerello di Alessandro Maffei, 1851 (Fondazione Monte dei Paschi di Siena), pregevole e preziosa documentazione per le vicende della facciata.
Non sarà male ricordare che, alla fine del secolo, la implacabile enfasi anti-barocca portò a rimuovere dalla navata maggiore, con plebiscitario universorum consensus, le quattordici statue marmoree di Giuseppe Mazzuoli che furono vergognosamente vendute e ora sono a Londra (“una brutta pagina di storia senese”, ha scritto Donatella Innocenti).
Sempre sui rilievi bronzei nelle cuspidi, che dopo la metà Ottocento il gusto purista non tollerava: ne restano rare foto. Negli anni dal 1869 al 1878, su progetto di Giuseppe Partini, si tornò ai mosaici. Il sinistro, Presentazione di Maria al Tempio, si deve al cartone di Alessandro Franchi, il destro (Natività di Gesù) al suo maestro Luigi Mussini, indiscusso dominatore, che nella Assunta del triangolo centrale riprende il tema della esaltazione duccesca nella vetrata dell’abside. Sono composizioni di alta qualità figurativa (i bozzetti sono nel Museo dell’Opera): la luce meridiana accende colori e ori in un fulgore di straordinario fascino.
Ogni epoca, ogni momento di cultura, ogni tendenza di stile ha lasciato nella facciata il suo segno, sempre di alto livello qualitativo. Dal Duecento all’Ottocento: e se si vuole anche al Novecento, se qualcuno vuol posare gli occhi sui battenti bronzei di Enrico Manfrini, che fu installata nel 1958.
Le fitomorfe colonne giovannee del portale maggiore sigillano la porta che custodisce lospazio sacro: Custodiat Dominus exitum et introitum, come nei monasteri: sono un doppio Arbor Vitae che introduce al recinto consacrato. Qui il primo messaggio parla del Templum (non Ecclesia) dedicato alla Virgo (non si fa il nome di Maria). Iscrizione intrigante (voluta forse da Alberto Aringhieri, Operaio sulla fine del Quattrocento) che non può non richiamare le mitologie erudite sulla fondazione della chiesa di Maria Vergine sopra un tempio dedicato alla vergine Minerva.
Il primo riquadro sul pavimento, il non meno intrigante Ermes Trismegistus, è contornato da svastiche intrecciate, un percorso labirintico che però si indirizza all’altare, luogo salvifico, come l’Itinerarium mentis in Deum di san Bonaventura.
Sopra l’altare, sulla parete terminale, un secondo occhio vitreo è contrappunto a quello in facciata. Nella fenestra magna di Duccio (coeva, non ci si riflette mai, al momento di Giovanni Pisano) è espressa la glorificazione mariana: Dormitio, Assumptio, Coronatio.
Tutto si inscrive in una visione di mariolatrìa sienocentrica. Sull’altare maggiore era la Maestà di Duccio, la magna tabula, l’immagine sacra più imponente e importante nell’universo mentale senese. Nella corte celeste che rende omaggio alla Vergine Regina sono, genuflessi in prima fila, gli Advocati Senensium che pregano non tanto per l’umanità quanto per la città di cui sono i patroni: Mater sancta Dei, sis causa Senis requiei. È la conclusione del programma tematico che era stato instaurato nella facciata, il punto di approdo di un itinerario che nella facciata ha avuto inizio.

* Questo percorso concerne la produzione artistica, non l’allontanamento, lo spostamento o la sostituzione degli originali, di cui si tratta in altra sede.

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