PENSARE

La storia dell’architettura è tuttafatta a strati

“Non mi sento affatto usurpato”. Questo ha scritto sul New York Times l’architetto statunitense Richard Meier
in merito al fatto che il museo Woodruff Arts Center di Atlanta, da lui progettato nei primi anni ‘80 recentemente
è stato ampliato e trasformato da Renzo Piano, diventando lo High Museum of Art. “E’ completamente appropriato aggiungere la voce di un architetto a quella di un altro. La storia dell’architettura è tutta fatta a strati”, ha specificato Meier, rispondendo così alle implicite obiezioni di chi ritiene che ampliamenti, ristrutturazioni e rimaneggiamenti di ogni sorta dovrebbero essere affidati sempre allo stesso progettista, almeno sinché rimane in vita. La cosa è rimarchevole, non solo perché espressione di signorilità e sensibilità non comune, in un’epoca e in un mondo dove impera solitamente l’egoismo più spinto. Ma perché Meier porta alla luce e riattualizza un concetto che è fondamentale per la storia dell’architettura: che per quanto un’opera sia importante, nel corso della storia è necessariamente soggetta a interventi. Nulla si conserva identico, come se fosse imbalsamato.

Cattedrale di Hamar, Norvegia:
edificio di Lund & Slaatto, XX secolo su
resti medievali
(da CHIESA OGGI architettura e
comunicazione n° 34)

Un’opera architettonica è certamente espressione del genio creativo di un artefice, ma è anche testimonianza di un’epoca: in questo senso rappresenta il comune sentire di un tempo e di un luogo, di una comunità. L’osservazione è particolarmente significativa per le chiese: queste infatti sono primariamente possesso e quindi espressione di una comunità locale. E quando si ragiona di chiese nuove, è vero che il progetto non può che essere appannaggio di un singolo responsabile o comunque soltanto di un team di esperti, tecnicamente capaci di portarlo a termine. Ma è anche vero che deve rappresentare il sentimento della comunità parrocchiale cui la chiesa è destinata. Ed è pure vero che richiede una particolare sapienza, perché la chiesa-edificio è rivestita di una speciale delicatezza iconica derivante dal fatto che, pur disegnata secondo un linguaggio dato e ubicata in luogo preciso, si riferisce sempre e comunque a qualcosa di universale. E, come eloquentemente espresso da S.E. Mons. Mauro Piacenza nelle parole che riportiamo qui a lato, richiede un sapere autorevole, la voce di un liturgista che possa dialogare col progettista così che il progetto sia intonato in ogni suo aspetto con la necessità prima per la quale è concepito: quella di ospitare un rito, e di rappresentare tale rito anche al di fuori della sua celebrazione. E’ “casa del Signore”, “casa della comunità” dei fedeli: non solo, ma anche luogo aperto all’accoglienza, riferimento simbolico di una “presenza” all’interno del tessuto urbano, elemento significativo cui tutti possono guardare come un ambiente “altro”, diverso dal succedersi di edifici spesso anonimi allineati sulle strade. Un luogo denso di carattere e ricco di significato.Tutto questo dev’essere la chiesa. E perché tutto questo si realizzi, la capacità di collaborare, la possibilità di raccontare una storia attraverso voci diverse che si sommano per comporre un coro (dal progettista all’artista, dal liturgista al parroco, dall’impiantista al muratore, e così via) è qualcosa di prezioso. Ed è anche preziosa la possibilità che la stratificazione implichi la compresenza di ambiti diversi entro lo stesso spazio parrocchiale, così che nella nostra società sempre più multietnica e multiculturale, la chiesa possa essere vissuta come amica da tutti i cittadini, e da tutti i viandanti di questo mondo globalizzato che giungono nelle nostre città da ogni dove, mentre magari stanno abbandonando o perdendo la loro identità di origine e sono alla ricerca di nuove speranze, di nuovi segnali. Testimonianza del nostro tempo, la chiesa edificio resta icona al di fuori del tempo. La stratificazione, la collaborazione garantiscono questo aspetto che le è peculiare, unico nel panorama dell’architettura.

Giuseppe Maria Jonghi Lavarini

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