FARE

La materia grezza e la sua verità


Luogo di pace e tranquillità che serve un centro ospedaliero per malati di tumore, questa cappella dalle linee semplici e nitide progettata da Matti Sanaksenaho ha vinto la sezione internazionale del Premio Barbara Cappochin. Si tratta di una struttura in legno, esternamente rivestita in rame, usata anche per esposizioni di opere d’arte.

Nel medioevo le pievi romaniche punteggiavano le campagne, mentre oggi le chiese nuove si trovano in prevalenza in città. Pertanto l’ubicazione di un edificio di culto in un contesto naturale ai nostri giorni diventa originale quanto ardua: da un lato il tema è inconsueto, dall’altro corre il rischio di contaminazioni paganeggianti, forte essendo la tentazione
di connubi tra edificio e natura che attingano più a tematiche di tipo “new age” che alla tradizione e alle finalità liturgiche.
Nel caso di questa cappella finlandese il rischio era ancora maggiore, trattandosi di un luogo di tipo ecumenico, con funzione anche di spazio espositivo per opere d’arte.
L’idea di costruire una cappella in cui si incontrassero arte e religione scaturì da Hannu Konola, sacerdote e pittore. Il concorso per la sua realizzazione è stato organizzato nel 1995 dalla Safa, l’Associazione degli Architetti finlandesi insieme con l’Associazione Ecumenica S. Enrico. Sono stati invitati quattro nomi noti: Juha Leiviska, Simo e Kaepy Paavilianen, Timo Suomalainen, Ola Laiho e un giovane, Matti Sanaksenaho, che peraltro aveva già vinto il concorso per il padiglione finlandese all’Expo di Siviglia del 1992. La scelta compositiva del vincitore, Matti Sanaksenaho
(che ha collaborato con l’artista Kain Tapper, con Pijo Sanaksenaho e con altri quattro architetti) è ricaduta su un modello compositivo che vagamente ricorda due cappelle realizzate nei boschi dell’Arkansas nei primi anni ‘90.

Si eleva al di sopra di un poggio. La struttura
in legno è rivestita da lastre di rame.
Pianta, prospetto laterale e sezioni trasversali: vi si legge il richiamo alla figura del pesce e della barca.

Tali cappelle sono state progettate, con una struttura lignea di semplice preziosità e leggiadra geometria,
da Fay Jones (cfr. CHIESA OGGI architettura e comunicazione n. 7/1994). La materia adottata (il legno) e il contesto naturale evidentemente suggeriscono questo tipo di soluzione basata su uno slancio verticale che inevitabilmente riecheggia il gotico.
Il sovrapporsi di diverse finalità (ecumenica e artistica), ha ovviamente avuto un grande peso nella formulazione
di un progetto che non presenta alcuno degli elementi e dei segni caratterizzanti la chiesa non solo nella tradizione cattolica, ma anche in quella protestante, cui tale cappella appartiene: non v’è croce né campanile.
L’aspetto significante è lasciato solo al richiamo, leggibile nella leggera sinuosità della pianta e dell’alzato, all’immagine del pesce, ricorrente nella simbolica paleocristiana; infatti il progetto è stato intitolato “Ikthos”. Oltre a questa figura vi si trova quella della barca, anch’essa immagine ricorrente nella tradizione antica. Ma al di là dei richiami simbolici e del problema della sua adeguatezza quale luogo di culto, questa cappella (progettata nel 1998, realizzata nel 2004, consacrata nel 2005) resta principalmente un esempio di architettura dalle linee semplici e pure, ben armonizzata nel sito, luogo di pace e di silenzio che invita alla meditazione.
Un edificio in cui i materiali (legno per la struttura e gli interni, rame all’esterno) diventano espressione di un gesto progettuale che emerge con spontaneità dalla terra: una “grande scultura nel paesaggio e un piccolo edificio” come si legge nella presentazionea cura del Premio Biennale di Architettura Barbara Cappochin, la cui sezione internazionale ha visto prevalere tale cappella.
Quasi a prolungare l’ascesa del poggio su cui si trova, la cappella corona il sito come una guglia e si erge come presenza a contatto col cielo, figura singola, per quanto in realtà essa serva una vicina struttura sanitaria per malati di tumore, organizzata come un villaggio. Dopo la sua realizzazione, la cappella è stata usata per concerti, esposizioni d’arte, battesimi, matrimoni e funerali.
Al termine del percorso che sale sul fianco del poggio, l’ingresso avviene attraverso una “stanza di compensazione” o di “decompressione”, specie di reinterpretazione attuale dell’antico nartece.
L’aula ha una prima sezione usabile come spazio espositivo (i banchi si possono spostare) e la seconda sezione prossima all’altare permanentemente dedita al culto.
Posizionato in asse, l’altare si staglia contro una parete di fondo illuminata da un lucernario a nastro continuo su tutto il contorno. Da qui la luce scivola nella navata, esaltando la progressione dei costoloni lignei della struttura, che generano un incalzante ritmo di luce e ombra.
Così lo spazio si riveste di quella vibrante espressività che apre alla meditazione, a un passo dall’invito alla preghiera.

L’ingresso, al termine del percorso
ascendente sul poggio.
Luce dalla finestra a nastro attorno all’altare.
Il rivestimento interno è in legno grezzo.

De Amicis: un capolavoro inimitabile

Riguardando alla Art Chapel di Matti Sanaksenaho, cui è stato recentemente attribuito il primo premio della sezione
internazionale del Premio Biennale Internazionale di Architettura Barbara Cappochin, insieme all’apprezzamento dell’eleganza e della raffinata semplicità della sua struttura compositiva, mi sono venute alla mente alcune
considerazioni sulla odierna architettura per il culto.
Per secoli la tipologia dell’edificio chiesa è rimasta sostanzialmente fedele al modello di un’aula rettangolare
che si concludeva in uno spazio terminale nobilitato da una maggiore altezza, da particolari aggettivazioni architettoniche o da un uso diverso della luce esterna. Su questa matrice si sono innestati, volta a volta, variazioni
stilistiche o strutturali, integrazioni volumetriche, dettati decorativi diversi, richiesti da mutati orientamenti liturgici
o suggeriti da particolari declinazioni stilistiche. Si è così passati, in modo lineare, senza modificazioni radicali dello schema originario, dalla basilica paleocristiana (derivata dalla basilica romana) alla chiesa romanica, al tempio gotico, alla chiesa rinascimentale, alla chiesa della Controriforma, alle chiese neoclassiche fino al periodo dell’architettura eclettica che riprendeva, solo esteriormente, linguaggi e moduli stilistici del passato.
Uniche eccezioni e, in quanto tali, di numero enormemente inferiore, le chiese a pianta centrale nelle quali il rapporto lunghezza/larghezza veniva drasticamente ridotto a vantaggio di una maggiore circolarità spaziale.
Neppure l’avvento del Movimento Moderno, e poi del Razionalismo, ha portato a sostanziali modifiche di questo
impianto tradizionale, limitandosi, indipendentemente dalla maggiore o minore qualità delle singole opere, a
espressioni formali più semplici e a linguaggi spogliati dalle sovrastrutture decorative dei tempi precedenti.
Solo con la realizzazione, all’inizio degli anni ’50, della Cappella di Ronchamp di Le Corbusier, cioè con la formulazione
di uno spazio multidirezionale e nello stesso tempo unitario, nel quale non erano più riconoscibili gli elementi-base delle strutture precedenti (pilastri, archi, volte, capriate) questo percorso progettuale, sempre rimasto ancorato a uno schema tipologico immodificato, si è definitivamente interrotto aprendo ad altre possibili interpretazioni del tema dell’architettura sacra.
Da allora è passato più di mezzo secolo senza che venisse codificata una nuova concezione dello spazio ecclesiastico
né che il messaggio progettuale di Ronchamp venisse raccolto nella sua essenza e nel suo significato più profondo per essere ulteriormente approfondito, non potendosi comprendere in questo ambito le purtroppo numerose imitazioni di mediocre livello realizzate in questi ultimi cinquant’anni.

In senso orario dall’alto: sezione trasversale; i costoloni in legno lamellare; la parete opaca dietro l’altare; vista interna che evidenzia l’unica sorgente di luce; il prospetto laterale.

Le foto della chiesa sono tratte da “Wood architecture in Finland”, Tiainen Jussi, Copyright 2008, Prairie Avenue Bookshop.

La Art Chapel rompe con gli schemi precedenti, ripropone uno spazio unitario, quasi rarefatto, di raffinata semplicità compositiva e di proporzioni, che nel gioco della luce esterna e della tessitura delle superfici interne, determina quel salto di qualità dell’ambiente architettonico che fa di un edificio un luogo "sacro".
I materiali, dalle strutture in legno alle pareti, al rivestimento esterno in lastre di rame, sono scelti con cura, risultano
coerenti con l’impianto architettonico complessivo e contribuiscono, in maniera non irrilevante, a rafforzare le caratteristiche dell’opera, sia nella definizione dello spazio interno, sia nel rapporto con l’ambiente circostante nel quale è situata la cappella. Il merito, non da poco, di questa architettura è di essere riuscita a coniugare la qualità spaziale con la sua funzione di luogo di culto attraverso la raffinatezza, quasi artigianale, tipicamente nordica, dell’"oggetto" realizzato, che rende questo edificio perfettamente inserito nella cultura e nella tradizione del luogo. Proprio per tali ragioni, sarebbe ora un grave errore se, sulla spinta della notorietà acquisita da questa opera, ne scaturissero riproposizioni affrettate che potrebbero magari richiamarne gli aspetti formali ma che certamente non riuscirebbero a riprodurre quel dialogo, non immemore della storia e della tradizione culturale del sito, fra interno e esterno, fra edificio e contesto ambientale, che fa di questa Cappella un unicum architettonico di grande rilievo.

Piero De Amicis, architetto

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