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Intervista a Gino Gigante

 
Tratto da:
Il ferro battuto N°24
Gino Gigante trasfigura il duro metallo in volti sensibili

La grande padronanza delle tecniche di forgiatura e finitura permette a un maestro dell’arte come Gigante di ottenere con facilità qualsiasi risultato: tra avere un’idea e realizzarla in metallo sembra non esserci problema, come se non ci fosse nessuna resistenza. Ma non è così, occorre sempre pensare nella strana logica del ferro.

In questa statua di media grandezza, “L’acrobata”, si può vedere plasticamente realizzato quel desiderio di trasfigurazione della materia che Gino Gigante sente come profondo imperativo della sua arte. Non è solo virtuosimo quel raccontare un corpo sottile che s’inventa un modo di stare nello spazio assai innaturale ma anche molto bello; è un modo duttile di plasmare il ferro per farlo rivivere in una forma umana con un suo carattere e una sua storia personale. Si tratta di una sfida all’anatomia e alla statica, che vede vincente un giovane eroe nel suo campo: un acrobata intento a provare un difficile passo di danza.

E’inverno ma dove lavora Gigante fa sempre caldo, e non si tratta solo di meteo. Siamo in Puglia, nel paese di Cavallino a solo quattro chilometri da Lecce, un centro antico dove tutti si conoscono, dove i ritmi sono quelli di sempre e la Storia rimane fuori dalla porta. Gli chiedo quando ha scoperto la sua passione per l’arte del ferro.
Quand’ero nel grembo di mia madre. Ho iniziato a lavorare da un fabbro quando ancora facevo le elementari; poi ho cercato di imparare altri mestieri, ma tornavo sempre a quello perché mi affascinava il fumo, il rumore delle incudini, il ferro grezzo che si trasformava sotto i colpi potenti ma misurati. Fu un’idea di mio padre mettermi in quell’ambiente : allora si usava portare il bambino in una bottega artigiana per non tenerlo in mezzo alla strada.Tutti lavoravano, anche mia madre, e io ero troppo piccolo per aiutarli. Così ha avuto inizio il mio apprendistato in un mestiere tanto particolare.
La sua vena narrativa, il piacere di raccontare storie e personaggi, l’aveva già da ragazzo?
Certamente. All’inizio erano storie da bambino (don Chisciotte, gli Indiani d’America, ecc.), poi si sono evolute, anche se oggi non mi sento tanto diverso da quel che ero. Sempre, quando entro in laboratorio, vedo il ferro ancora vergine che mi aspetta, e sento l’obbligo morale di dargli una personalità, di dargli vita.
Ma non si è limitato a fare sculture; fin dall’inizio si è dedicato ai mobili in ferro, ai complementi d’arredo, che
fa tutt’ora.

Avevo dieci o dodici anni, quando ho cercato di fare oggetti utili per la mia casa, perché era una casa povera e volevo fare delle cose belle per arricchirla. Quando avevo finito qualche pezzo che mi piaceva, lo portavo in casa, chiudevo porte e finestre e mi mettevo a cantare per la gioia. Insomma, questo mestiere mi è piaciuto subito, e se dovessi rinascere lo rifarei una seconda volta.
Che carattere hanno le sue ultime opere? All’ultima estemporanea della Mostra Internazionale di Arezzo ho fatto una “Dafne”, la figura di donna molto stilizzata che si sta trasformando in albero, e il “trono di Apollo” dove il dio artista si sedeva a meditare. Quindi la cultura classica greco-romana, ancora molto presente in Puglia, continua a ispirarla.
A me piacciono molto gli antichi miti, perché vedo che le cose continuano a cambiare; ma gli archetipi rimangono.

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