Una inedita pagina della nostra architettura recentemente riscoperta
La categoria del rustico (inteso come architettura delle zone rurali con attività agricola)
ha avuto in Italia alla fine degli anni ‘20 e negli anni ‘30 un’interpretazione in chiave modernista
dovuta alla volontà del governo di contrastare la fuga dei contadini dalle campagne.
Testo di: Walter Pagliero
Nel panorama dell’architettura contadina (che
oggi desta nuovo interesse grazie allo stile di
vita che porta molti ceti sociali ad avere la prima
o la seconda casa in campagna) un’importante
eredità di edifici costruiti e di tipologie inventate
l’abbiamo ricevuta dal periodo fascista, che
soprattutto negli anni ‘3O vide una sistematica
azione di bonifica sia dei terreni agricoli sia degli
edifici ad essi adibiti.
Come in quel periodo i centri storici cittadini si
arricchirono di palazzi di qualità che oggi etichettiamo
come “stile fascista”, così nelle campagne
e nei centri agricoli tipo Sabaudia e Littoria
sorse una nuova architettura, non firmata dai
grandi architetti del regime ma creata da un’avanguardia
di giovani ingegneri che inseguivano
con metodo scientifico il sogno della modernità.
Si tratta di case dichiaratamente “funzionali”
che, pur badando all’economia dei mezzi impiegati,
erano in grado di essere “igieniche”(come
allora si diceva) e confortevoli secondo i nuovi
standard di vita richiesti anche da chi non abitava
nelle più aggiornate città.
Stilisticamente i due tipi di architettura, quella
aulica cittadina e quella rurale più dimessa, malgrado
le evidenti diversità ebbero importanti
convergenze.
Il rustico durante l’era fascista
Il cosiddetto “stile fascista” nacque dalla volontà
di Mussolini e dei suoi ministri di ridare attraverso
l’architettura una nuova immagine
dell’Italia, non più ai margini delle grandi potenze
europee ma protagonista della storia moderna
e degna erede dei fasti dell’Impero Romano.
Un gruppo di architetti che si identificavano
nella figura carismatica di Marcello Piacentini (a
Roma divenne il regista di tanta parte dell’EUR e
fu l’autore del Palazzo di Giustizia di Milano,
dell’arco di trionfo di Genova e di piazza della
Vittoria nel centro storico di Brescia) in quell’ottica
hanno avuto la possibilità di coniugare nei
nuovi progetti un’impostazione moderna e funzionalista
con la tradizione monumentale dell’architettura
romana sopravvissuta ai millenni per
la sua straordinaria solidità. Il “colosseo quadrato”
dell’EUR , che rifà in chiave moderna il
Colosseo storico, è rimasto della nuova architettura l’emblema più vistoso. Anche nei progetti
per le costruzioni rurali di quel periodo si è
avuta la confluenza di due diverse realtà culturali:
la volontà di rinnovare secondo i precetti del
razionalismo modernista e, d’altro canto, il
rispetto per le preesistenze locali e per l’architettura
“spontanea” mediterranea di cui proprio
allora si stavano ricoprendo sia i valori plastici
che quelli funzionali. Grazie a questa seconda
direttiva i progetti concreti che l’autorità centrale
propose per la realizzazione (appoggiandoli con
finanziamenti e agevolazioni del credito) non
furono eguali per tutta l’Italia, ma articolati
secondo le diverse tradizioni regionali. Abbiamo
quindi la casa valdostana, la casa veneta, la casa
lombarda, quella toscana, giù giù fino a quelle
prettamente mediterranee del nostro meridione.
Ed eccone alcuni esempi.
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"La casa alpina", un progetto modello del Segretariato per la Montagna. |
La casa alpina (qui sopra)
Il “Segretariato per la Montagna” aveva messo a
punto questo progetto di baita per una zona di
pascolo estivo a oltre 1500 m. d’altezza nella
valle del Gran San Bernardo che congiunge la
Valle d’Aosta con il territorio francese. E’ un fabbricato
a forma di L con un’ala a un solo piano e
un’ala doppia: la parte a due piani ha in basso la
stalla e sopra, raggiungibile da una scala esterna,
il fienile, il dormitorio e un ripostiglio; la parte a
un solo piano ha invece il deposito del latte, il
locale per la sua lavorazione e il magazzino formaggi
parzialmente incassato nel terreno e con
volta a botte per mantenere la giusta temperatura.
Per rinfrescare la camera del latte, nel pavimento
sono state fatte delle cunette rivestite di
pietra entro cui scorre l’acqua derivata da un
ruscello. Il fienile, data la pendenza, è raggiungibile
dai carri nella parte posteriore più alta.
Più a valle è stata fatta la concimaia da cui parte
una rete di canaletti per l’irrigazione fertilizzante
dei terreni coltivati.
Per la costruzione è previsto l’impiego di materiali
del posto: pietrame per le murature e legname
per i solai.
L’aspetto è quello di una normale baita alpina da
utilizzare solo nei mesi caldi, ma molto “razionalizzata”
e semplificata. Tutto è molto funzionale,
di ornamentale ci sono solo due fasce marcapiano
che ne sottolineano l’orizzontalità, e una piccola
pergola davanti all’ingresso sulla scala.
L’utilitarismo contadino è stato rispettato e la tradizione
locale anche.
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Una casa rurale nell'Oltrepò Pavese dell'ing. G. Gorini |
Casa rurale nell’Oltrepo Pavese (qui sopra)
E’ stata costruita in una località collinare della
provincia di Pavia su progetto dell’ing. Giovanni
Gorini. Eseguita interamente con materiale locale,
dispone al piano terra di un’ampia cucina e di
una stalla con androne e portico coperto; al piano
superiore, cui si accede da una scala esterna, si
trovano due camere da letto e il fienile. La scala
esterna porta sia all’ingresso delle stanze, sia a
un piccolo gabinetto pensile (come spesso si
usava in campagna: molto igienico ma decisamente
scomodo). L’effetto decorativo, grazie al
gioco di volumi e di scale, è notevole, ma sempre
inserito in un rigoroso discorso funzionale.
Casa rurale in Toscana (qui sopra)
Nella Val d’Asso in provincia di Siena, in un
podere di 24 ettari, di cui 16 in collina, sui terreni sabbiosi e argillosi si coltiva il grano, crescono
gli ulivi e ci sono ampi prati per il pascolo. Il fabbricato
principale ha un corpo rettangolare
con
due appendici che formano cortile. La stalla dei
buoi occupa la parte centrale del piano terra, è
divisa da una
corsia e prende luce ed aria dalle
due fronti. Ai due lati della stalla vi sono quattro
locali adibiti a deposito attrezzi, cantina, trinciatura
dei foraggi e granaio con due silos che si
caricano dall’alto. Il piano superiore è invece
destinato
alle persone e vi si accede con due scale
simmetriche che danno carattere al prospetto. Si
entra direttamente nella cucina, particolarmente
ampia, che disimpegna ben cinque camere. Nella
descrizione del progetto si fa notare che “la latrina
ha anche un’antilatrina”. Perché voleva essere
una cascina importante, quasi di lusso.
Le dimensioni della cucina fanno pensare a
un’organizzazione ancora patriarcale della famiglia:
con più coppie che dividono lo stesso desco
e lo stesso lavoro. L’aspetto architettonico è quello
della tipica casa rurale toscana, nata alla fine
del ‘500 prendendo a modello le tante residenze
medicee di campagna.
Casa rurale in Sicilia (qui sopra)
L’Ente di Colonizzazione del Latifondo Siciliano,
una struttura d’intervento sul territorio tipica di
quel periodo, elaborò vari modelli edilizi per la
ripopolazione dei terreni agricoli non più produttivi.
I progetti si ispiravano all’architettura spontanea
mediterranea, in particolare a quella dei
villaggi di pescatori sulla costa, di cui si cominciava
ad apprezzare la varietà e la bellezza delle
forme. Elementi come le scale in muratura e gli
archi si sprecavano, in sintonia con i paesaggi
della pittura del periodo che oscillavano tra la
metafisica di De Chirico, i valori plastici di Carrà
e il neoprimitivismo di Sironi.
Si trattava di case rustiche come le intendiamo
oggi?
La risposta non può essere univoca. Perché, se
sotto l’aspetto funzionale sono case per contadini
a pieno titolo, dal punto di vista della “rusticità”
nel suo aspetto materico sono carenti, con nessuna
concessione al pittoresco. L’intonaco bianco
domina sovrano, niente muri in pietra o in mattoni
a vista e, anche se nella realizzazione si
impiegano materiali locali, questo viene fatto con
la sensibilità di un ingegnere modernizzatore,
non con quella dell’artigiano legato ai sapori
della tradizione.
Eppure sono le ultime case rustiche autentiche,
pensate con l’ottica tradizionale che vuole uomini
e bestie in stretto contatto (l’occhio del padrone
fa ingrassare il cavallo), con le grandi cucine in
ingresso dove pranza e riceve la famiglia patriarcale,
e le misere latrine sempre all’esterno.
In effetti sono più “utopie di regime” che non
architetture spontanee.
Perché pensate all’interno di un’ideologia, quella
del radicamento dei contadini sul territorio agricolo
per contrastare il moderno fenomeno dell’urbanizzazione
che richiamava masse crescenti
intorno alla città. Ma la storia raramente si fa con
gli editti ed è difficile contrastare i movimenti
sociali legati all’evoluzione. E dopo la parentesi
bellica il fenomeno dell’abbandono delle campagne
continuò, nonostante i bellissimi e illuminati
progetti degli ingegneri.
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