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Il rustico N° 27

Case rustiche degli anni '30

Di Baio Editore

Una inedita pagina della nostra architettura recentemente riscoperta

La categoria del rustico (inteso come architettura delle zone rurali con attività agricola) ha avuto in Italia alla fine degli anni ‘20 e negli anni ‘30 un’interpretazione in chiave modernista dovuta alla volontà del governo di contrastare la fuga dei contadini dalle campagne.

Testo di: Walter Pagliero

Nel panorama dell’architettura contadina (che oggi desta nuovo interesse grazie allo stile di vita che porta molti ceti sociali ad avere la prima o la seconda casa in campagna) un’importante eredità di edifici costruiti e di tipologie inventate l’abbiamo ricevuta dal periodo fascista, che soprattutto negli anni ‘3O vide una sistematica azione di bonifica sia dei terreni agricoli sia degli edifici ad essi adibiti. Come in quel periodo i centri storici cittadini si arricchirono di palazzi di qualità che oggi etichettiamo come “stile fascista”, così nelle campagne e nei centri agricoli tipo Sabaudia e Littoria sorse una nuova architettura, non firmata dai grandi architetti del regime ma creata da un’avanguardia di giovani ingegneri che inseguivano con metodo scientifico il sogno della modernità. Si tratta di case dichiaratamente “funzionali” che, pur badando all’economia dei mezzi impiegati, erano in grado di essere “igieniche”(come allora si diceva) e confortevoli secondo i nuovi standard di vita richiesti anche da chi non abitava nelle più aggiornate città.
Stilisticamente i due tipi di architettura, quella aulica cittadina e quella rurale più dimessa, malgrado le evidenti diversità ebbero importanti convergenze.

Il rustico durante l’era fascista
Il cosiddetto “stile fascista” nacque dalla volontà di Mussolini e dei suoi ministri di ridare attraverso l’architettura una nuova immagine dell’Italia, non più ai margini delle grandi potenze europee ma protagonista della storia moderna
e degna erede dei fasti dell’Impero Romano. Un gruppo di architetti che si identificavano nella figura carismatica di Marcello Piacentini (a Roma divenne il regista di tanta parte dell’EUR e fu l’autore del Palazzo di Giustizia di Milano,
dell’arco di trionfo di Genova e di piazza della Vittoria nel centro storico di Brescia) in quell’ottica hanno avuto la possibilità di coniugare nei nuovi progetti un’impostazione moderna e funzionalista con la tradizione monumentale dell’architettura romana sopravvissuta ai millenni per la sua straordinaria solidità. Il “colosseo quadrato” dell’EUR , che rifà in chiave moderna il Colosseo storico, è rimasto della nuova architettura l’emblema più vistoso. Anche nei progetti
per le costruzioni rurali di quel periodo si è avuta la confluenza di due diverse realtà culturali: la volontà di rinnovare secondo i precetti del razionalismo modernista e, d’altro canto, il rispetto per le preesistenze locali e per l’architettura
“spontanea” mediterranea di cui proprio allora si stavano ricoprendo sia i valori plastici che quelli funzionali. Grazie a questa seconda direttiva i progetti concreti che l’autorità centrale propose per la realizzazione (appoggiandoli con
finanziamenti e agevolazioni del credito) non furono eguali per tutta l’Italia, ma articolati secondo le diverse tradizioni regionali. Abbiamo quindi la casa valdostana, la casa veneta, la casa lombarda, quella toscana, giù giù fino a quelle
prettamente mediterranee del nostro meridione. Ed eccone alcuni esempi.

"La casa alpina", un progetto modello del Segretariato per la Montagna.

La casa alpina (qui sopra)
Il “Segretariato per la Montagna” aveva messo a punto questo progetto di baita per una zona di pascolo estivo a oltre 1500 m. d’altezza nella valle del Gran San Bernardo che congiunge la Valle d’Aosta con il territorio francese. E’ un fabbricato a forma di L con un’ala a un solo piano e un’ala doppia: la parte a due piani ha in basso la stalla e sopra, raggiungibile da una scala esterna, il fienile, il dormitorio e un ripostiglio; la parte a un solo piano ha invece il deposito del latte, il locale per la sua lavorazione e il magazzino formaggi parzialmente incassato nel terreno e con volta a botte per mantenere la giusta temperatura. Per rinfrescare la camera del latte, nel pavimento sono state fatte delle cunette rivestite di pietra entro cui scorre l’acqua derivata da un ruscello. Il fienile, data la pendenza, è raggiungibile dai carri nella parte posteriore più alta. Più a valle è stata fatta la concimaia da cui parte una rete di canaletti per l’irrigazione fertilizzante dei terreni coltivati. Per la costruzione è previsto l’impiego di materiali del posto: pietrame per le murature e legname per i solai. L’aspetto è quello di una normale baita alpina da utilizzare solo nei mesi caldi, ma molto “razionalizzata” e semplificata. Tutto è molto funzionale, di ornamentale ci sono solo due fasce marcapiano che ne sottolineano l’orizzontalità, e una piccola pergola davanti all’ingresso sulla scala. L’utilitarismo contadino è stato rispettato e la tradizione locale anche.

Una casa rurale nell'Oltrepò Pavese dell'ing. G. Gorini

Casa rurale nell’Oltrepo Pavese (qui sopra)
E’ stata costruita in una località collinare della provincia di Pavia su progetto dell’ing. Giovanni Gorini. Eseguita interamente con materiale locale, dispone al piano terra di un’ampia cucina e di una stalla con androne e portico coperto; al piano superiore, cui si accede da una scala esterna, si trovano due camere da letto e il fienile. La scala
esterna porta sia all’ingresso delle stanze, sia a un piccolo gabinetto pensile (come spesso si usava in campagna: molto igienico ma decisamente scomodo). L’effetto decorativo, grazie al gioco di volumi e di scale, è notevole, ma sempre inserito in un rigoroso discorso funzionale.

Casa rurale in Toscana

Casa rurale in Toscana (qui sopra)
Nella Val d’Asso in provincia di Siena, in un podere di 24 ettari, di cui 16 in collina, sui terreni sabbiosi e argillosi si coltiva il grano, crescono gli ulivi e ci sono ampi prati per il pascolo. Il fabbricato principale ha un corpo rettangolare
con due appendici che formano cortile. La stalla dei buoi occupa la parte centrale del piano terra, è divisa da una
corsia e prende luce ed aria dalle due fronti. Ai due lati della stalla vi sono quattro locali adibiti a deposito attrezzi, cantina, trinciatura dei foraggi e granaio con due silos che si caricano dall’alto. Il piano superiore è invece destinato
alle persone e vi si accede con due scale simmetriche che danno carattere al prospetto. Si entra direttamente nella cucina, particolarmente ampia, che disimpegna ben cinque camere. Nella descrizione del progetto si fa notare che “la latrina ha anche un’antilatrina”. Perché voleva essere una cascina importante, quasi di lusso. Le dimensioni della cucina fanno pensare a un’organizzazione ancora patriarcale della famiglia: con più coppie che dividono lo stesso desco e lo stesso lavoro. L’aspetto architettonico è quello della tipica casa rurale toscana, nata alla fine del ‘500 prendendo a modello le tante residenze medicee di campagna.

Casa rurale in Sicilia

Casa rurale in Sicilia (qui sopra)
L’Ente di Colonizzazione del Latifondo Siciliano, una struttura d’intervento sul territorio tipica di quel periodo, elaborò vari modelli edilizi per la ripopolazione dei terreni agricoli non più produttivi. I progetti si ispiravano all’architettura spontanea mediterranea, in particolare a quella dei villaggi di pescatori sulla costa, di cui si cominciava ad apprezzare la varietà e la bellezza delle forme. Elementi come le scale in muratura e gli archi si sprecavano, in sintonia con i paesaggi della pittura del periodo che oscillavano tra la metafisica di De Chirico, i valori plastici di Carrà e il neoprimitivismo di Sironi.

Si trattava di case rustiche come le intendiamo oggi?
La risposta non può essere univoca. Perché, se sotto l’aspetto funzionale sono case per contadini a pieno titolo, dal punto di vista della “rusticità” nel suo aspetto materico sono carenti, con nessuna concessione al pittoresco. L’intonaco bianco domina sovrano, niente muri in pietra o in mattoni a vista e, anche se nella realizzazione si impiegano materiali locali, questo viene fatto con la sensibilità di un ingegnere modernizzatore, non con quella dell’artigiano legato ai sapori della tradizione. Eppure sono le ultime case rustiche autentiche, pensate con l’ottica tradizionale che vuole uomini e bestie in stretto contatto (l’occhio del padrone fa ingrassare il cavallo), con le grandi cucine in ingresso dove pranza e riceve la famiglia patriarcale, e le misere latrine sempre all’esterno. In effetti sono più “utopie di regime” che non architetture spontanee. Perché pensate all’interno di un’ideologia, quella del radicamento dei contadini sul territorio agricolo per contrastare il moderno fenomeno dell’urbanizzazione che richiamava masse crescenti intorno alla città. Ma la storia raramente si fa con gli editti ed è difficile contrastare i movimenti sociali legati all’evoluzione. E dopo la parentesi bellica il fenomeno dell’abbandono delle campagne continuò, nonostante i bellissimi e illuminati progetti degli ingegneri.