| Tratto da: Il ferro battuto n°27 |
Schizzando razzi di fuoco | |||||
| Di Baio Editore | ||||||
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Dal romanzo di Virgilio Brocchi "Il posto nel mondo" Servizio fotografico di: Francesco Morgana presso il laboratorio San Pietro a Lipomo (CO) …La fiamma brillava nella fucina, le incudini lucevano come fossero contente di trovarsi al pulito; le grandi e le piccole ruote declinavano lungo la parete come i congegni d’un orologio gigantesco; mazze e martelli, lime e tenaglie e ramponi s’allineavano ai loro posti, intorno ai ceppi, tendendo il manico alla mano del lavoratore… …Mica è un fabbro come noi: il ferro sotto il
suo martello diventa pasta; lui lo piega col
fiato, ne fa cancellate, balaustre, candelabri,
lampade, alari, nastri e fiori come un orefice…
…Al di là dell’atrio si protendeva l’officina
ampia come una chiesa: in fondo un’arcata
sostenuta da tre pilastri proteggeva le forge;
dinanzi ad esse squillavano le incudini, sopraffatte
di tratto in tratto dal brutale rimbombo
del maglio meccanico. Su due lati, sotto le
grandi finestre, quanto era lunga l’officina, si
stendevano i panconi da lavoro; e di passo in passo, ciascuno dinanzi alla sua morsa, i garzoni
limavano, scalpellavano, misuravano,
sbalzavano le lamiere fragorose; e nessuno
parlava; solo l’officina parlava col mordere
delle lime, con lo scrosciare delle piastre di
ferro, con lo stridere della sega meccanica, con
lo sfriggere del tornio, col soffiare del ventilatore
sulle fucine mugghianti, col tintinnare
delle incudini, coi brevi rapidi tonfi del maglio
meccanico che picchiava col suo tremendo
pugno snodato sul massello incandescente. In
mezzo alla grande sala posava sui cavalletti
una cancellata poderosa: lunghissimi steli di
Ciascun operaio e
ciascun garzone e ogni macchina lavorava al
compimento al compimento della formidabile
cancellata distesa sui cavalletti: il capo officina,
con l’occhio ai cartoni, disegnava sul massello
spalmato di gesso il lavoro che gli artieri
dovevano eseguire con fuoco e scalpello; i
manovali arrotondavano le borchie; gli
apprendisti affondavano a colpi di mazza
nella pasta rovente del ferro la tacca incisa
dallo strangolatolo, e i fabbri traevano dalla
fiamma la spranga rossa d’un sol pezzo, la
martellavano sull’incudine, la piegavano con
la morsa, la torcevano col tordiglione per fiorirla d’un gladiolo vivo come il fuoco…
Talvolta diceva: “Non c’è arte più bella!
Qui c’è tutto: la forza, la delicatezza, la difficoltà
da vincere, il pericolo da superare.
Col ferro tu fai tutto: l’architettura, la scultura,
e anche la pittura.
Guarda che colore ha il ferro! Guardalo E Pietruccio in quelle ore di bontà sentiva che avrebbe adorato il suo mestiere, se il babbo avesse sempre lavorato accanto a lui con quel fervore, parlando con tanta dolcezza. |
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