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Intervista a Rossana Bossaglia, la storica dell’arte che per prima ha studiato il fenomeno Liberty in Italia.
Ritiene che l’arte del ferro battuto abbia contribuito
molto alla bellezza degli esterni e degli interni
delle case milanesi?
A Milano, ma anche nel resto d’Italia, c’è sempre
stato un interesse per l’utilizzo dell’arte fabbrile in
architettura. La diffusione del fenomeno è stata
più intensa nell’800 e nei primi del ‘900, soprattutto
nelle dimore lussuose con ambienti molto vasti
dove il ferro battuto trova lo spazio giusto e viene
preferito per sua lunga durata; ma anche negli
edifici più dimessi c’erano, per ragioni protettive,
cancelli e portoni d’ingresso foderati di questo
metallo.
Pensa che questa preziosa collaborazione tra
architetto e artigiano del ferro sia augurabile
anche oggi?
Può avvenire solo se l’architetto ha una creatività
orientata verso quel tipo di decorazione. L’oggetto
in ferro battuto oggi piace molto e viene scelto con
un’attenzione colta, ma non è molto diffuso nella
pratica progettuale.
Ai nostri giorni il ferro battuto non è più come un
tempo parte integrante dell’architettura, ma è rientrato
nella casa sotto forma di arredo facendo tendenza.
Diversa era la situazione negli anni a cavallo del ‘900 (che Rossana Bossaglia ha documentato in
alcune monografie di a partire dal ‘68, n.d.r.) dove
all’artista del ferro venivano commissionate opere
di grande respiro, vedi il caso di Mazzucotelli a
Milano. Anche negli anni ‘20, all’interno dello stile
art déco, il ferro era molto presente.
Non va dimenticato che vicino a Milano, a Monza,
c’era la Scuola di Arti Decorative che continuava
la tradizione e teneva alto il livello qualitativo di
quell’artigianato.
Ma quando subentra lo stile ‘900 (uno stile liscio e
senza decorazioni nato da una semplificazione
formale di tipo razionalista) il ferro, che prima
veniva usato in forme molto decorative, non viene
più visto come elemento strettamente connesso
all’architettura.
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A Milano, la diffusione
del ferro battuto applicato
all’architettura
è stata particolarmente
intensa nell’800
e nei primi del ‘900
non solo nelle dimore
lussuose, ma anche
negli edifici più dimessi. |
Alessandro Mazzucotelli nacque nel 1865 a Lodi, dove la sua famiglia si era trasferita
dalla Valle Imagna per motivi di lavoro.
Ad appena 18 anni, finito il ginnasio, dovette abbandonare gli studi per problemi economici
e si trasferì a Milano per lavorare presso il fabbro milanese, Defendente Oriani, nella
bottega in via Aldo Manuzio. Furono anni molto duri per i fratelli Mazzucotelli, ma nel
1891, Alessandro riusci a rilevare l’azienda ed a dimostrare la sua creatività che, unita a
grandi capacità esecutive, lo introdussero nell’ambiente architettonico milanese di quell’
epoca, dove le sue realizzazioni divennero richiestissime. Diventò insegnante presso
l'Umanitaria, rettore della scuola superiore di Arti Applicate a Monza e presidente della
Mostra Biennale Internazionale di Arti Applicate. Venne nominato, da Benito Mussolini,
commissario per le arti applicate.
Anche grazie al suo amore per la natura, Mazzucotelli seppe interpretare il motivo dominante
del disegno Liberty, in modo molto personale lavorando il ferro con grande passione
che dimostrava dicendo ai suoi scolari “…pian, bagai. Te ghet de tratà el fer come la
toa morosa…”
Alessandro Mazzucotelli, o meglio Sciur Lisander come spesso veniva chiamato nella sua
bottega, morì a Milano il 29 Gennaio 1938
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Carlo Rizzarda (1883-1931) nacque a Feltre, cittadina dove antica è la tradizione della
lavorazione del ferro, che risale addirittura al medioevo.
Nel 1905, grazie ad una borsa di studio, si trasferì a Milano dove frequentò i corsi sulla
lavorazione del ferro nelle scuole laboratorio della Società Umanitaria e dove lavorò con
Alessandro Mazzucotelli dal quale si separò nel 1910 per mettersi in proprio. Alla prima
mostra d’arte decorativa del 1923 a Monza, Rizzarda presentò pezzi in stile neo-rinascimentale
e neo-barocco ed alcuni oggetti di gusto più rustico, realizzati interpretando in
modo molto personale le tendenze del momento che recuperavano alcuni aspetti degli stili
passati. In questa occasione ottenne un grande successo che lo portò a collaborare con i
migliori architetti ed a lavorare per l’alta borghesia lombarda. Nel 1924 partecipò alla
Biennale di Venezia e, l’anno successivo, all’esposizione internazionale di Parigi vinse il
terzo premio. Rizzarda morì nel 1931. |
E’ in quel momento che viene meno la figura dell’artista- fabbro come demiurgo che riesce a inventare una sintassi decorativa propria e a variarla nel tempo seguendo l’evoluzione del gusto?
Direi che la figura principe in questo senso è proprio Alessandro Mazzucotelli. Molto bravo è stato anche Carlo Rizzarda. Con loro il ferro battuto diventava stile: la famosa lampada delle libellule di Mazzucotelli è diventata un simbolo. Allora
c’era il trionfo dell’artigianato. In Italia settentrionale c’erano molte officine che producevano ferri battuti, ma sono pochi i maestri che hanno lasciato un segno personale, i più si limitavano a riproporre le forme già affermate.
Poi è iniziata l’era della ripetizione industriale dell’oggetto e poco dopo si è teorizzato il design. E’ iniziato così un confronto tra due modi diversi di concepire l’oggetto d’uso: quello artigianale e quello dell’industrial design.
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In Italia settentrionale
c’erano molte officine che producevano ferri battuti, ma sono pochi i maestri
che hanno lasciato
un segno personale
(tra questi ricordiamo Alessandro Mazzucotelli e Carlo Rizzarda)
i più si limitavano
a riproporre le forme
già affermate. |
La difesa del pezzo singolo realizzato artigianalmente si è protratta a lungo, ma l’oggetto di design è riuscito a entrare nei circuiti internazionali dove i designers italiani hanno avuto un successo che ancora continua. Sul futuro è difficile fare previsioni, penso che stiamo andando verso dimensioni di vita di cui non sospettiamo ancora lo sviluppo. La mia sensazione
è che siamo comunque orientati verso una moltiplicazione seriale in grado di soddisfare le esigenze espressive di un numero sempre maggiore di fruitori.
Ma mi posso sbagliare.
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