| Una
favola diventa realtà
|
" Il cesto di fichi", illustrata
da W. Molino
|
Biagione, per riaversi della tremenda paura patita, si mise nuovamente
a sedere. Ripenso ai fichi grossi e piccoli, poi gli verme in mente Fioretto
e, si immalinconì. Per associazione di idee pensò al re che
gli aveva mandato lontano il figliolo e un pensiero gli balenò nella
mente: - Ora ci penso io a far tornare Fioretto. E tornerà col treno
rapido, anzi con l'aeroplano!
Il treno rapido, veramente, e l'aeroplano, a quei tempi non erano ancora
stati inventati; ma qui si fa per dire.
Senza pensarci due volte. Biagione andò dalla sora Beppa e le chiese
il cestino pill elegante che avesse.
La moglie gliene dette uno bello grande, tutto dipinto di verde, con un
gran fiocco di seta rossa sul manico.
- Questo va proprio bene - disse il giardiniere soddisfatto.
- Va bene E perché va bene - gli chiese la donna incuriosita.
- Perché sì e non voglio dirti nulla altrimenti fra un'ora
lo saprebbero tutti in città e anche nei dintorni.
La sora Beppa s'offese.
- Chissà mai che segreto!
- Sicuro, che è un segreto, e io ben rammento quel che sempre mi
diceva nonno Cencio bonanima che chissà mai dove l'aveva appreso:
-Non dire ad alcuno le cose che tu non vuoi che si sappiano, perché
sono varie le cose che muovono gli uomini, e figurati poi le donne, a
cicalare, chi per stoltizia, chi per profitto, chi vanamente per parere
di sapere. E se tu, senza necessità, hai detto un tuo segreto e un
altro, sia pure a uno dei tuoi parenti, non ti deve punto meravigliare
se colui - che in questo caso saresti tu - fa il medesimo.
- Insomma non ci capisco nulla - rispose spazientita la buona donna.
- Capirai fra poco, capirai. Per ora nulla. Tu sei donna e le donne serbano
soltanto i segreti piccoli. Questo viceversa è grosso e tu lo spargeresti
per conseguenza ai quattro venti.
Ciò dicendo il giardiniere prese la via dell'uscio e s'avviò
col suo elegante paniere infilato al braccio, lungo il viale del parco
che conduceva al frutteto, cantarellando:
Corn' è ver che son Biagione conduco alla ragione con la forza
o con l'amore il sovrano senza cuore. Se Fioretto partirà senza indugio
tornerà.
La canzoncina, come tutte le poesie estemporanee, non sapeva di nulla,
è vero, anzi era piuttosto scema. Ma al brav'uomo piacque di molto
perché la ripeté tre o quattro volte sorridendo di compiacimento
sotto sotto, finché si chetò. Era arrivato sotto l'albero dei
fichi grossi.
- Ora ci siamo disse cogliendone
alquanti finché il paniere fu ricolmo.
Una voce lo riscosse. Biagione si voltò. Era la Beppa che, non potendo
resistere dalla curiosità, gli era corsa dietro. - Che roba è
mai codesta - chiese sorpresa.
-. Tu li vedi e li riconosci. Son fichi. - Fichi per davvero?
- Certo, freschi e non fichi secchi. - Di questa stagione
- Così è.
- Oh, bella! E' vero, sono proprio fichi freschi. E sono buoni?
- Altro che.
- Li hai assaggiati Dammene uno.
- Senti, Beppa. Vuoi bene al tuo figliolo, sì, a Fioretto? - Che
domanda! - Ebbene, se è vero che gli vuoi bene, torna a casa e non
ti azzardare a toccarne nemmeno uno, di questi fichi. Sarebbe per te peggio
che morire. - Gesummaria! Sono avvelenati! - Peggio.
Biagione, insomma, tanto impaurì la sua donnetta che quella se ne
andò tutta spaventata.
- E non fare parola di quanto tu hai visto e t'ho detto, se vuoi riveder
presto Fioretto. Le mamme son tutte uguali, quando si tratta dei loro
figlioli. Capaci di qualsiasi sacrificio; anche quello di non aprir bocca,
sacrificio che è grosso assai.
Con quel cesto di fichi, che era per davvero una meraviglia, il giardiniere
si recò senza indugio al palazzo reale.
La strabiliante notizia - che si scherza - si sparse in un battibaleno
per le ampie sale della reggia e tutti - dame e gentiluomini di corte
- si chiedevano:
- Possibile? Fichi freschi di dicembre? lE grossi e maturi come non se
ne vedono neppur di settembre; anzi, come non se ne sono visti neppure
al tempo delle fate.
La voce giunse sino al re. Questi, che per l'appunto andava matto per
i fichi, volle solennizzare il fatto straordinario con un pranzetto al
quale invitò tutta la corte. E a mezzodì, un gran vassoio d'oro
colmo dei frutti meravigliosi troneggiava in mezzo alla tavola e faceva
venire l'acquolina in bocca a tutti i convitati. Ognuno immagina come
essi si misero d'impegno quando comparvero anche i vassoi pieni di profumato
prosciutto. Ci si buttarono sopra, divorarono i fichi e insieme le fette
di prosciutto. E che fette eran quelle!
Ma, ragazzi, che avvenne quando il piatto d'oro rimase vuoto! Che nasi
spuntarono sui visi dei commensali!
Nasi che si incrociavano da tutte le parti, che s'accavallavano, si urtavano,
si malmenavano.
Urla altissime di sgomento, allora, si levarono.
Accorsero d'urgenza tutti i medici di corte; ma, davanti a quei nasoni,
ammutolirono spaventati e furono poi presi addirittura dal terrore quando
il re, infuriato, minacciò che avrebbe fatto tagliar loro la testa
se non avessero trovato subito un rimedio.
Rimedi inefficaci
- E Graziella?
- Anche lei, sì, anche Graziella aveva uno sciabolone di naso come
tutti gli altri ed era infelice e disperata al par di tutti.
I medici, per guadagnar tempo, dopo aver fatto consulto ordinarono agli
infermi di mettersi a letto, poi propinarono farmachi a base di resina,
di scialappa, di olio di ricino ristretto e di sale britannico concentrato.
Ma a che cosa potevano servire quei medicamenti I nasi non diminuirono
neanche di un centimetro.
A un tratto un pensiero balenò nella mente del gran ciambellano:
la colpa era dei fichi decembrini! Quella birbonata l'aveva combinata
Biagione! Espresse il suo dubbio al re che subito fu della stessa idea,
e, più; infuriato che mai, fece venire Biagione alla sua presenza
e gli minacciò ii solito taglio della testa.
- Maestà - rispose tranquillo il brav'uomo - è inutile adirarsi.
Se mi fate tagliar la testa i nasi rimangono lunghi. Ci vuoi ben altro
per risolvere la faccenda! E so!tanto io so il segreto. Fate ritornare
il mio Fioretto e chissà che i nasoni non ridiventino nasetti.
- Ah! è così! - urlò il re fuori di senno.
- Così spero, almeno. Ma se riesco a salvarvi tutti, Fioretto deve
anche diventare per io meno conte De' Fichibus, perché passi ai posteri
la memoria dei fichi decembrini. E sarà paggio d'onore, al vostro
servizio. Perché per merito suo la principessa Graziella diventò
bellissima.
Il re, fuor dei gangheri per quel po' p0' di naso che gli arrivava fin
gill ai piedi del letto, e affranto perchè sapeva che anche la regina
e Graziella erano tormentate da identici tremendi nasoni, avrebbe in quel
momento ceduto forse anche il regno.
PercIò rispose subito che avrebbe nominato Fioretto non solo conte
De' Fichibus, ma anche duca De' Prosciuttibus e che lo avrebbe colmato
di onori. Bastava che Biagione tutti liberasse da quella terribile proboscide!
- Che meraviglia! - esclamò ancora. Ma la gioia del brav'uomo durò
poco. Un gran prurito al naso lo costrinse a grattarselo in fretta e furia.
- Mamma mia! - si lamentò allarmato, quando si accorse che il naso
gli stava crescendo a dismisura sotto le dita.
Che nasone gli era venuto!
Rammentate Pinocchio? Quando gli - assassini È, quelle due
figuracce nere, che poi erano la volpe ¥e il gatto, lo inseguirono
e poi, raggiuntolo lo impiccarono a un ramo della quercia grande?
Rammentate che poi, dopo aver stirate le gambe, spalancata la bocca e
dato un grande scrollone, invocò il suo babbino e invece di quello
arrivò il Falco al servizio della bella Fatina dai Capelli turchini
a liberarlo?
Rammenterete, infine che, messo a letto e visitato da tre medici per sapere
se fosse vivo o morto, Pinocchio mangiò lo zucchero ma non volle
purgarsi e visti i becchini che venivano a portarlo via prese allora la
purga e poi disse una bugia dietro l'altra e alla terza il naso gli si
allungò in un modo così straordinario che il meschinello non
poteva più; rigirarsi da nessuna parte.
Ebbene il naso del povero giardiniere era diventato talmente lungo che
lo poteva persino guardare, essendo la punta distante dagli occhi almeno
mezzo metro.
Quello di Pinocchio, al confronto, era un naso minorenne.
Le bugie son di due specie - aveva detto la buona Bambina dai capelli
turchini al burattino - quelle che hanno le gambe corte e quelle che hanno
il naso lungo!
Biagione rimase un momento senza respiro e pensò subito che lui,
di bugie, non ne aveva mai dette perché le aveva anzi in uggia in
quanto sapeva benissimo che mentire è disonesto e la bugia - vizio
brutto, vizio abbominevole - inganna soltanto colui che la dice.
Allora si mise a piangere a dirotto. Ma smise subito allorché si
avvide che, anche a versar lacrime, il naso gli rimaneva tale e quale
e ci sarebbe voluto poi un lenzuolo per soffiarselo.
La paura di Biagione
Angosciato, il pover'uomo si mise a sedere su una panchina reggendosi
la testa con le mani fra le quali sporgeva quel nasaccio enorme e prepotente.
Come avrebbe potuto comparire dinanzi alla gente, così mal concio
Con quel po' p0'
di naso sarebbe diventato lo zimbello di tutti e il re lo avrebbe certamente
scacciato. Quando mai un sovrano tiene al suo servizio un simile dipendente
Mentre così addolorato Biagione pensava, un uccellino - sicuro,
proprio uno di quegli uccellini che amavano Fioretto e gli tenevano buona
compagnia cantando delle belle canzoncine - si mise a volare, gorgheggiando,
d'intorno allo sciagurato giardiniere, e non si chetò finché
Biagione non se ne accorse e non lo seguì con lo sguardo.
- Comincia lui a burlarsi di me! - lamentò con un sospiro. Ma Biagione
era ingiusto perché quell'uccellino non ci pensava nemmeno.
Forse era fatato e forse gli parlo?
Nossignori. L'uccellino non disse proprio nulla. Probabilmente non era
neppure fatato. Era soltanto una graziosa creatura dell'aria che aveva
il cuoricino tanto buono. Dunque l'uccellino, attirata l'attenzione di
Biagione, volò sul fico carico di frutti grossi e ne beccò uno,
sostando su un rametto. Ma anche a lui, che naso: anzi, che becco, venne
fuori. Un rostro lungo come quello d'una cicogna, su un batuffolo di piume.
Il giardiniere trasalì, ma l'uccellino non sembrò affatto addolorato
per quel cambiamento. Ci cantò sopra una allegra canzonetta e, come
se il lunghissimo becco non appartenesse a lui, così minuscolo,
lasciò andare una beccata contro uno dei piccolissimi fichi dell'albero
vicino. Il piccolo fico sparì nell'estremità cornea della bocca.
Il giardiniere si stropicciò gli occhi.
- Dal gran dispiacere ho le traveggole di certo - mormorò - E' impossibile
quel che vedo.
Allora, guardò ancora e si sentì dapprima raggelare e poi il
cuore prese a battergli a doppio, forte forte.
- E' mai possibile? - Si disse ancora - Eppure è così. Da grosso,
il becco, è tornato piccino. Che stregoneria o magia è mai questa
Nessuna stregoneria; certo però la magia - che è poi l'arte
di operare prodigi con incantesimi o strane evocazioni - doveva entrarci
per qualche cosa. - Per dindirindina - mormorò il giardiniere spalancando
gli occhi. Per dindirindina per davvero. C'era proprio di che strabiliare.
L'uccellino era ritornato col suo delicato beccuccio di prima; e, come
se niente di niente fosse avvenuto, dette due o tre trilli gioiosi. Poi,
spiccando un piccolo volo, si posò sul naso di Biagione.
- O che scherzi son mai questi - brontolò il giardiniere cui le zampette
dell'uccellino gli mettevano prurito sul naso - lE che maleducato tu sei
e senza alcun rispetto!
Anche questa volta Biagione aveva torto. Come mai poteva - ditelo un po'
voialtri - quell'uccellino conoscere l'educazione se nessuno aveva pensato
a insegnargliela
Sapete bene cos'è l'educazione dalla quale, fra l'altro, proviene
il rispetto; è quell'ammaestramento morale, quel governo dell'anima
per cui si volge al bene ogni facoltà umana e che ha per oggetto
la formazione della felicità. I bimbi la ricevono, e si può
dire quasi tutta, nei primi due o tre anni di vita. Noi, naturalmente,
non ce ne accorgiamo; ma soltanto perché quelli, essendo piccolini,
non sanno ancora parlare.
L'uccellino, senza punto badare al rimprovero del babbo di Fioretto, quasi
si trovasse sul ramo spoglio di un albero, si mise a gorgheggiare una
bella filastrocca.
- Ora si mette anche a cantare - borbottò - Ho proprio voglia di
sentir cantare Biagione, però, ciò dicendo, aveva compreso subito
quel che l'uccellino gli consigliava. - Ohe stupidone - si disse - dovevo
ben capirlo prima. E, senza aggiungere parola, Biagione si diresse senza
indugio alla pianta dei fichi piccoli, badando a scansare inciampi, a
non sbattere quel suo naso di lungo corso di qua e di là, per non
sbucciarselo, mentre l'uccellino, senza abbandonare il suo sostegno, continuava
a cantare.
La trovata del giardiniere
Mangiare un fico piccolino fu nulla. Ingollato il primo, per essere più;
sicuro del rimedio, ne mangiò subito un secondo. Ma uno solo sarebbe
bastato. Oh, che fichi erano quelli! Il nasone del giardiniere scomparve
per incanto, lasciando al suo posto un naso non troppo regolare né
troppo minuscolo, è vero, ma un nasetto a confronto della prominenza
tra fronte e bocca di poco prima. - E l'uccellino? - L'uccellino, s'intende,
privo di appoggio, con un ultimo gorgheggio (che forse era di saluto,
forse di scusa per la sua irriverenza) decollando veloce a campanile,
si allontanò lieto della buona azione compiuta. Gli uccellini, del
resto, non fanno male a nessuno, neppure quando desinano con qualche chicco
di grano o con qualche ciliegia, dato che son creature di Dio anche loro
e non possono andare a sdigiunarsi in trattoria!
Virtù; del controfico
Biagione annunziò allora che il controfico avrebbe operato il miracolo.
Controfico? - esclamò il re. - Questa è un'altra birbonata.
E' già stato di troppo un fico solo! - No, maestà. Si tratta
di un fico - contro>) quel fico, di un controfico, insomma.
Lasciate fare a me, che ne so più; di tutti i mediconzoli e di tutti
i cerusici che vi stanno d'intorno. Basta che siamo d'accordo in quanto
al resto. - Allora, senza indugio, il controfico; e, quanto a Fioretto,
parola di re. Biagione fece una bella riverenza e corse difilato al fico
dai frutti piccolini, non senza essersi informato prima del numero preciso
dei nasi lunghi. Erano diciannove: occorrevano perciò altrettanti
fichi. E diciannove ne spiccò dall'albero, a uno a uno, con gran
cura, e li ripose in un panierino. Poi, recatosi alla reggia, fece il
giro degli infermi adagiati supini nei letti; ordinò a ciascuno di
chiudere gli occhi e di spalancare la bocca e giù;, il fico, come
se fosse stato una pillola.
La pesca prodigiosa
Fioretto, visto che ormai l'aveva colta, si mangiò la pesca dolce
e profumata. Ma quando si trovò a tu per tu col nocciolo ripulito,
si accorse che apparteneva a un frutto spicco, perché il nocciolo
si divise da sé in due, mostrando nell'interno, al posto del solito
seme bianco e amaro - che i bimbi dovrebbero gettar via subito perché
molto dannoso - una grossa, magnifica perla. -Questa sì che
la posso regalare a Graziella! E' davvero dono degno di una principessa!))
esclamò, tutto meravigliato. E si mise subito in cerca della bimba.
La trovò poco dopo intenta ad osservare i piccoli pesci d'oro e d'argento
che guizzavano veloci nell'acqua cristallina d'una fontana di marmo. -
Guardate, principessa Graziella - disse, salutando con la solita riverenza
e mostrando la perla. - Se vi piace, -ve la regalo di tutto cuore. La
piccola principessa, sorpresa, guardò prima Fioretto, poi la grossa
magnifica gemma che il ragazzo teneva fra le dita. - Oh, come è bella!
- esclamò. - Dove l'hai trovata? Forse in una conchiglia in riva
al mare. Saputo lo strano nascondiglio, prese la perla lattata e lucente
giallazzurri e si mise a rimirarla con attenzione. Ma la perla era così
fragile che, pur fra le esile dita della fanciulla, si ruppe. Ne uscì
fuori spiegato un ampio condido velo leggerissimo, più; sottile assai
della tela di ragno. - Oh! - esclamò Fioretto stupito. - Che bel
velo! - fece eco Graziella. - Lo preferisco alla perla. Me lo metterò
sui capelli.
Così fece; poi ringraziò di nuovo e salutò il ragazzo
che si allontanava e non rispose neppure al saluto, tant'era commosso
di averle fatto cosa grata. Graziella, intanto, poiché il velo era
molto grande, se ne era ravvolto tutto il capo e così velata entrò
nella reggia. Subito qualcuno le si avvicinò e le chiese chi cercasse
e come fosse arrivata fino al palazzo del re. La fanciulla stupì.
Chiese: - Perchè questa domanda Sono la figlia del vostro re. Non
mi riconoscete? - Voi, la figlia del re? - esclamò uno scudiero ridendo.
- Ma sì, sono io, Graziella. Perché? Nel grande atrio della
reggia era accorsa intanto altra gente. Dame e gentiluomini guardavano
meravigliati colei che si diceva Graziella: una fanciulla bellissima,
splendente così da sembrare un raggio di sole ravvolto in una trasparente
nuvola d'argento.
La principessa corse allora verso una grande specchiera celata da una
tenda azzurra
tutti gli specchi del palazzo, d'ordine del sovrano, erano stati coperti
perché
Grazi‘lla non ci si potesse rimirare - e con rapido gesto la scoprì.
Un grido le usci dalla gola; ma un grido di gioia e sorpresa insieme:
- Fioretto!
Quel che avvenne poi è più; facile immaginare che dire.
La corte andò in subbuglio. Tutti gridarono al miracolo. Ad un prodigioso
miracolo del buon Dio, di quel Dio che è gioia e amore, di quell'Onnipotente,
che come il vento che passa tu senti dappertutto e non vedi in nessun
luogo, e che premia coloro i quali sono puri di cuore.
Il re e la regina quasi impazzirono dalla gioia alloché si avvidero
che era vero, sì; clic la sorprendente trasformazione della loro
adorata Graziella non era un sogno vissuto a occhi aperti ma una realtà
tangibile.
Così tutti furono felici. E Graziella più; di ogni altro perché,
finalmente, in virtù; di quel prodigio, ogni pena era spenta nel suo
cuore, ogni lacrima asciugata.
Pensate un po' voi come dovesse essere veramente felice Graziella che
già buona buonissima, era diventata ora anche bella bellissima.
Più; sorpreso di tutti fu Biagione quando, còlte per ordine del
re tutte le altre pesche e apertele, non vi trovò che i soliti amarissimi
semi. Come spiegare la presenza del frutto fatato dal potere meraviglioso?
Nessuno, a cominciare dal re, riuscì a trovare la soluzione del
fatto tanto straordinario. E nessuno poteva trovarla, si capisce.
Chi avrebbe potuto rendersi conto che soltanto la bontà che era nel
cuore di Fioretto aveva fatto nascere quella perla e quel velo: la bontà,
il più; grande dei beni, la bontà che rende possibile ogni cosa.
Se tutti questo sapessero, se ognuno lo sperimentasse!
Fare ogni cosa per essere nobili, soccorrevoli e, soprattutto buoni: perché
la bontà, più; di ogni altra cosa, disarma anche i malvagi.
C'è non so che piacere a far del bene, che ci fa godere dentro di
noi e un generoso orgoglio che accompagna la buona coscienza.
Il sovrano colmò di doni il giardiniere, e si capisce, e quindi ordinò
che Fioretto fosse inviato in un famoso collegio. Là il ragazzo avrebbe
potuto studiare, istruirsi, educarsi. Educarsi, per l'appunto, ché
il profitto degli studi consiste soprattutto nel diventare migliori e
più; saggi.
Una volta che fosse uscito dal collegio, Fioretto sarebbe stato proclamato
nobile cavaliere per volontà sovrana; e con quel beneficio, il re,
almeno così pensava, si sarebbe sentito in pace con la propria coscienza,
in quanto avrebbe pagato il suo grande debito di gratitudine verso il
fanciullo. Ma non sarebbe stato così; e Graziella, che non era diventata
superba per la miracolosa bellezza conquistata, non la pensava come il
suo augusto padre.
La piccola principessa dal cuore buono avrebbe voluto Fioretto vicino
a sé, sempre, nel palazzo sontuoso; avrebbe voluto star sempre con
lui. Voleva bene al ragazzo, lo considerava ormai come un suo caro fratellino
e per nulla al mondo si sarebbe separato da lui. Il re e la regina cercarono
dissuadere la figliola. Non potevano permettere, per nessuna ragione,
che una principessa trattasse pari a pari un piccolo giardiniere. Ci sarebbe
stato da vergognarsene. Purtroppo, nei genitori di Graziella l'orgoglio
era più; forte di qualsiasi altro sentimento e perciò a nulla
valsero le lacrime della loro figliola diventata bella bellissima, è
vero, ma ora tanto infelice.
Fioretto dovette partire in molta fretta. Neppure gli fu concessa la gioia
di salutare la fanciulla che era diventata la più; bella del regno
per merito suo. A nulla valsero neppure le lacrime del buon babbone e
della brava mammetta del ragazzo cui il pensiero dell'avvenire brillante
riserbato al loro amato figliolo non valeva a racconsolare.
Sapete bene com'è: io piango, voi piangete, tutti piangono. A veder
lacrimare quei poveretti. (lacrime furon date alla gioia, lacrime furono
concesse ai dispiaceri) tutto il personale della reggia si mise a piangere
perché, e questo è vero, si asciugan le lacrime mescolandole
e poi perché sono le sorelle del sorriso: perciò esse hanno
grande valore.
Qualcuno, a questo punto, chiederà: - Graziella tornò forse
brutta?
- Macché! Graziella rimase bellissima. - E allora? che accadde poi?
- Allora, quando da una pesca nasce una perla e da questa vien fuori un
candido velo sottile, ch'è poi un velo di smagliante bellezza, c'è
da aspettarsi tante altre cose straordinarie, altri prodigi sono permessi.
Perciò nessuna meraviglia se, nel giorno medesimo che Fioretto si
allontano, si verificò a corte un altro avvenimento che neppur si
trova menzionato nelle -Mille e una notte>) dove pure ce ne
sono tante e poi tante.
I fichi decenibrini
L'inverno era fitto, soffiava una sizza gelida, eppure il babbo di Fioretto,
per il gran struggimento di non vedersi più; d'attorno il suo figliolo,
vagava sconsolato per il giardino deserto e spoglio. Ad. un tratto il
brav'uomo, giunto nelle vicinanze del pesco fatato, si fermò stupefatto.
Accanto a quell'albero c'erano due piante di fichi, vestite come di pieno
agosto. La prima era carica di fichi dottati settembrini, più; grossi
dei già grossi badaloni, che con uno solo ci si desina anche senza
prosciutto e ce n'avanza; l'altra con certi fichi da niente, tanto piccolini
che sembravano nocciòle.
- O gente! - esclamò il giardiniere. - Fichi di dicembre! E chissà
come son buoni, maturi come sembrano!
Volle provarne uno: lo colse e lo mangiò. Era dolce, dolcissimo,
di una polpa sostanziosa e saporita.
colomba. E si sa come certe cose vanno a finire. Graziella voleva bene
a tutte le creature buone, e Fioretto era buonissimo; voleva bene a tutte
le creature forti, audaci, coraggiose e Fioretto era forte, audace e coraggiosissimo.
Così venne l'amore (l'ala che l'Onnipossente dette alle anime per
salire fino a lui) e fu meraviglioso perché scaturito da una tenera
amicizia.
- Fioretto e Graziella, allora, si sposarono! - Per l'appunto, avete indovinato!
Con l'andar del tempo tutto si concluse come una bella fiaba. Il re accondiscese
alle nozze che di poi si celebrarono solennemente. In tutto il regno vi
furono sei mesi di feste e da tutte le parti del mondo vennero sovrani
e principi.
Gli sposi vissero molti anni felici e contenti finché Fioretto ereditò
addirittura la corona del suocero e la sua Graziella divenne la regina
pi bella e più; amata che esistesse in quei tempi sulla terra.
Gli uccellini continuarono a cantare spensierati le loro belle canzoncine
da mattino al vespro nel giardino di re Fioretto e a sera volavano sui
grandi alberi neri neri a recitare le orazioni, prima di addormentarsi
con i capini sotto l'ala.
|