Tratto da:
Il camino n°112
Memoria - Amore - Sogno
I tre colori: il rosso, il rosa, l’azzurro.
Di Baio Editore

Una favola diventa realtà


" Il cesto di fichi", illustrata
da W. Molino

Biagione, per riaversi della tremenda paura patita, si mise nuovamente a sedere. Ripenso ai fichi grossi e piccoli, poi gli verme in mente Fioretto e, si immalinconì. Per associazione di idee pensò al re che gli aveva mandato lontano il figliolo e un pensiero gli balenò nella mente: - Ora ci penso io a far tornare Fioretto. E tornerà col treno rapido, anzi con l'aeroplano!
Il treno rapido, veramente, e l'aeroplano, a quei tempi non erano ancora stati inventati; ma qui si fa per dire.
Senza pensarci due volte. Biagione andò dalla sora Beppa e le chiese il cestino pill elegante che avesse.
La moglie gliene dette uno bello grande, tutto dipinto di verde, con un gran fiocco di seta rossa sul manico.
- Questo va proprio bene - disse il giardiniere soddisfatto.
- Va bene E perché va bene - gli chiese la donna incuriosita.
- Perché sì e non voglio dirti nulla altrimenti fra un'ora lo saprebbero tutti in città e anche nei dintorni.
La sora Beppa s'offese.
- Chissà mai che segreto!
- Sicuro, che è un segreto, e io ben rammento quel che sempre mi diceva nonno Cencio bonanima che chissà mai dove l'aveva appreso: -Non dire ad alcuno le cose che tu non vuoi che si sappiano, perché sono varie le cose che muovono gli uomini, e figurati poi le donne, a cicalare, chi per stoltizia, chi per profitto, chi vanamente per parere di sapere. E se tu, senza necessità, hai detto un tuo segreto e un altro, sia pure a uno dei tuoi parenti, non ti deve punto meravigliare se colui - che in questo caso saresti tu - fa il medesimo.
- Insomma non ci capisco nulla - rispose spazientita la buona donna.
- Capirai fra poco, capirai. Per ora nulla. Tu sei donna e le donne serbano soltanto i segreti piccoli. Questo viceversa è grosso e tu lo spargeresti per conseguenza ai quattro venti.
Ciò dicendo il giardiniere prese la via dell'uscio e s'avviò col suo elegante paniere infilato al braccio, lungo il viale del parco che conduceva al frutteto, cantarellando:

Corn' è ver che son Biagione conduco alla ragione con la forza o con l'amore il sovrano senza cuore. Se Fioretto partirà senza indugio tornerà.
La canzoncina, come tutte le poesie estemporanee, non sapeva di nulla, è vero, anzi era piuttosto scema. Ma al brav'uomo piacque di molto perché la ripeté tre o quattro volte sorridendo di compiacimento sotto sotto, finché si chetò. Era arrivato sotto l'albero dei fichi grossi.
- Ora ci siamo disse cogliendone
alquanti finché il paniere fu ricolmo.
Una voce lo riscosse. Biagione si voltò. Era la Beppa che, non potendo resistere dalla curiosità, gli era corsa dietro. - Che roba è mai codesta - chiese sorpresa.
-. Tu li vedi e li riconosci. Son fichi. - Fichi per davvero?
- Certo, freschi e non fichi secchi. - Di questa stagione
- Così è.
- Oh, bella! E' vero, sono proprio fichi freschi. E sono buoni?
- Altro che.
- Li hai assaggiati Dammene uno.
- Senti, Beppa. Vuoi bene al tuo figliolo, sì, a Fioretto? - Che domanda! - Ebbene, se è vero che gli vuoi bene, torna a casa e non ti azzardare a toccarne nemmeno uno, di questi fichi. Sarebbe per te peggio che morire. - Gesummaria! Sono avvelenati! - Peggio.
Biagione, insomma, tanto impaurì la sua donnetta che quella se ne andò tutta spaventata.
- E non fare parola di quanto tu hai visto e t'ho detto, se vuoi riveder presto Fioretto. Le mamme son tutte uguali, quando si tratta dei loro figlioli. Capaci di qualsiasi sacrificio; anche quello di non aprir bocca, sacrificio che è grosso assai.
Con quel cesto di fichi, che era per davvero una meraviglia, il giardiniere si recò senza indugio al palazzo reale.
La strabiliante notizia - che si scherza - si sparse in un battibaleno per le ampie sale della reggia e tutti - dame e gentiluomini di corte - si chiedevano:
- Possibile? Fichi freschi di dicembre? lE grossi e maturi come non se ne vedono neppur di settembre; anzi, come non se ne sono visti neppure al tempo delle fate.
La voce giunse sino al re. Questi, che per l'appunto andava matto per i fichi, volle solennizzare il fatto straordinario con un pranzetto al quale invitò tutta la corte. E a mezzodì, un gran vassoio d'oro colmo dei frutti meravigliosi troneggiava in mezzo alla tavola e faceva venire l'acquolina in bocca a tutti i convitati. Ognuno immagina come essi si misero d'impegno quando comparvero anche i vassoi pieni di profumato prosciutto. Ci si buttarono sopra, divorarono i fichi e insieme le fette di prosciutto. E che fette eran quelle!
Ma, ragazzi, che avvenne quando il piatto d'oro rimase vuoto! Che nasi spuntarono sui visi dei commensali!
Nasi che si incrociavano da tutte le parti, che s'accavallavano, si urtavano, si malmenavano.
Urla altissime di sgomento, allora, si levarono.
Accorsero d'urgenza tutti i medici di corte; ma, davanti a quei nasoni, ammutolirono spaventati e furono poi presi addirittura dal terrore quando il re, infuriato, minacciò che avrebbe fatto tagliar loro la testa se non avessero trovato subito un rimedio.

Rimedi inefficaci

- E Graziella?
- Anche lei, sì, anche Graziella aveva uno sciabolone di naso come tutti gli altri ed era infelice e disperata al par di tutti.
I medici, per guadagnar tempo, dopo aver fatto consulto ordinarono agli infermi di mettersi a letto, poi propinarono farmachi a base di resina, di scialappa, di olio di ricino ristretto e di sale britannico concentrato.
Ma a che cosa potevano servire quei medicamenti I nasi non diminuirono neanche di un centimetro.
A un tratto un pensiero balenò nella mente del gran ciambellano: la colpa era dei fichi decembrini! Quella birbonata l'aveva combinata Biagione! Espresse il suo dubbio al re che subito fu della stessa idea, e, più; infuriato che mai, fece venire Biagione alla sua presenza e gli minacciò ii solito taglio della testa.
- Maestà - rispose tranquillo il brav'uomo - è inutile adirarsi. Se mi fate tagliar la testa i nasi rimangono lunghi. Ci vuoi ben altro per risolvere la faccenda! E so!tanto io so il segreto. Fate ritornare il mio Fioretto e chissà che i nasoni non ridiventino nasetti.
- Ah! è così! - urlò il re fuori di senno.
- Così spero, almeno. Ma se riesco a salvarvi tutti, Fioretto deve anche diventare per io meno conte De' Fichibus, perché passi ai posteri la memoria dei fichi decembrini. E sarà paggio d'onore, al vostro servizio. Perché per merito suo la principessa Graziella diventò bellissima.
Il re, fuor dei gangheri per quel po' p0' di naso che gli arrivava fin gill ai piedi del letto, e affranto perchè sapeva che anche la regina e Graziella erano tormentate da identici tremendi nasoni, avrebbe in quel momento ceduto forse anche il regno.
PercIò rispose subito che avrebbe nominato Fioretto non solo conte De' Fichibus, ma anche duca De' Prosciuttibus e che lo avrebbe colmato di onori. Bastava che Biagione tutti liberasse da quella terribile proboscide!
- Che meraviglia! - esclamò ancora. Ma la gioia del brav'uomo durò poco. Un gran prurito al naso lo costrinse a grattarselo in fretta e furia.
- Mamma mia! - si lamentò allarmato, quando si accorse che il naso gli stava crescendo a dismisura sotto le dita.
Che nasone gli era venuto!
Rammentate Pinocchio? Quando gli - assassini È, quelle due figuracce nere, che poi erano la volpe ¥e il gatto, lo inseguirono e poi, raggiuntolo lo impiccarono a un ramo della quercia grande?
Rammentate che poi, dopo aver stirate le gambe, spalancata la bocca e dato un grande scrollone, invocò il suo babbino e invece di quello arrivò il Falco al servizio della bella Fatina dai Capelli turchini a liberarlo?
Rammenterete, infine che, messo a letto e visitato da tre medici per sapere se fosse vivo o morto, Pinocchio mangiò lo zucchero ma non volle purgarsi e visti i becchini che venivano a portarlo via prese allora la purga e poi disse una bugia dietro l'altra e alla terza il naso gli si allungò in un modo così straordinario che il meschinello non poteva più; rigirarsi da nessuna parte.
Ebbene il naso del povero giardiniere era diventato talmente lungo che lo poteva persino guardare, essendo la punta distante dagli occhi almeno mezzo metro.
Quello di Pinocchio, al confronto, era un naso minorenne.
Le bugie son di due specie - aveva detto la buona Bambina dai capelli turchini al burattino - quelle che hanno le gambe corte e quelle che hanno il naso lungo!
Biagione rimase un momento senza respiro e pensò subito che lui, di bugie, non ne aveva mai dette perché le aveva anzi in uggia in quanto sapeva benissimo che mentire è disonesto e la bugia - vizio brutto, vizio abbominevole - inganna soltanto colui che la dice.
Allora si mise a piangere a dirotto. Ma smise subito allorché si avvide che, anche a versar lacrime, il naso gli rimaneva tale e quale e ci sarebbe voluto poi un lenzuolo per soffiarselo.

La paura di Biagione

Angosciato, il pover'uomo si mise a sedere su una panchina reggendosi la testa con le mani fra le quali sporgeva quel nasaccio enorme e prepotente.
Come avrebbe potuto comparire dinanzi alla gente, così mal concio Con quel po' p0'
di naso sarebbe diventato lo zimbello di tutti e il re lo avrebbe certamente scacciato. Quando mai un sovrano tiene al suo servizio un simile dipendente
Mentre così addolorato Biagione pensava, un uccellino - sicuro, proprio uno di quegli uccellini che amavano Fioretto e gli tenevano buona compagnia cantando delle belle canzoncine - si mise a volare, gorgheggiando, d'intorno allo sciagurato giardiniere, e non si chetò finché Biagione non se ne accorse e non lo seguì con lo sguardo.
- Comincia lui a burlarsi di me! - lamentò con un sospiro. Ma Biagione era ingiusto perché quell'uccellino non ci pensava nemmeno.
Forse era fatato e forse gli parlo?
Nossignori. L'uccellino non disse proprio nulla. Probabilmente non era neppure fatato. Era soltanto una graziosa creatura dell'aria che aveva il cuoricino tanto buono. Dunque l'uccellino, attirata l'attenzione di Biagione, volò sul fico carico di frutti grossi e ne beccò uno, sostando su un rametto. Ma anche a lui, che naso: anzi, che becco, venne fuori. Un rostro lungo come quello d'una cicogna, su un batuffolo di piume.
Il giardiniere trasalì, ma l'uccellino non sembrò affatto addolorato per quel cambiamento. Ci cantò sopra una allegra canzonetta e, come se il lunghissimo becco non appartenesse a lui, così minuscolo, lasciò andare una beccata contro uno dei piccolissimi fichi dell'albero vicino. Il piccolo fico sparì nell'estremità cornea della bocca. Il giardiniere si stropicciò gli occhi.
- Dal gran dispiacere ho le traveggole di certo - mormorò - E' impossibile quel che vedo.
Allora, guardò ancora e si sentì dapprima raggelare e poi il cuore prese a battergli a doppio, forte forte.
- E' mai possibile? - Si disse ancora - Eppure è così. Da grosso, il becco, è tornato piccino. Che stregoneria o magia è mai questa
Nessuna stregoneria; certo però la magia - che è poi l'arte di operare prodigi con incantesimi o strane evocazioni - doveva entrarci per qualche cosa. - Per dindirindina - mormorò il giardiniere spalancando gli occhi. Per dindirindina per davvero. C'era proprio di che strabiliare.
L'uccellino era ritornato col suo delicato beccuccio di prima; e, come se niente di niente fosse avvenuto, dette due o tre trilli gioiosi. Poi, spiccando un piccolo volo, si posò sul naso di Biagione.
- O che scherzi son mai questi - brontolò il giardiniere cui le zampette dell'uccellino gli mettevano prurito sul naso - lE che maleducato tu sei e senza alcun rispetto!
Anche questa volta Biagione aveva torto. Come mai poteva - ditelo un po' voialtri - quell'uccellino conoscere l'educazione se nessuno aveva pensato a insegnargliela
Sapete bene cos'è l'educazione dalla quale, fra l'altro, proviene il rispetto; è quell'ammaestramento morale, quel governo dell'anima per cui si volge al bene ogni facoltà umana e che ha per oggetto la formazione della felicità. I bimbi la ricevono, e si può dire quasi tutta, nei primi due o tre anni di vita. Noi, naturalmente, non ce ne accorgiamo; ma soltanto perché quelli, essendo piccolini, non sanno ancora parlare.
L'uccellino, senza punto badare al rimprovero del babbo di Fioretto, quasi si trovasse sul ramo spoglio di un albero, si mise a gorgheggiare una bella filastrocca.
- Ora si mette anche a cantare - borbottò - Ho proprio voglia di sentir cantare Biagione, però, ciò dicendo, aveva compreso subito quel che l'uccellino gli consigliava. - Ohe stupidone - si disse - dovevo ben capirlo prima. E, senza aggiungere parola, Biagione si diresse senza indugio alla pianta dei fichi piccoli, badando a scansare inciampi, a non sbattere quel suo naso di lungo corso di qua e di là, per non sbucciarselo, mentre l'uccellino, senza abbandonare il suo sostegno, continuava a cantare.

La trovata del giardiniere

Mangiare un fico piccolino fu nulla. Ingollato il primo, per essere più; sicuro del rimedio, ne mangiò subito un secondo. Ma uno solo sarebbe bastato. Oh, che fichi erano quelli! Il nasone del giardiniere scomparve per incanto, lasciando al suo posto un naso non troppo regolare né troppo minuscolo, è vero, ma un nasetto a confronto della prominenza tra fronte e bocca di poco prima. - E l'uccellino? - L'uccellino, s'intende, privo di appoggio, con un ultimo gorgheggio (che forse era di saluto, forse di scusa per la sua irriverenza) decollando veloce a campanile, si allontanò lieto della buona azione compiuta. Gli uccellini, del resto, non fanno male a nessuno, neppure quando desinano con qualche chicco di grano o con qualche ciliegia, dato che son creature di Dio anche loro e non possono andare a sdigiunarsi in trattoria!

Virtù; del controfico

Biagione annunziò allora che il controfico avrebbe operato il miracolo.
Controfico? - esclamò il re. - Questa è un'altra birbonata. E' già stato di troppo un fico solo! - No, maestà. Si tratta di un fico - contro>) quel fico, di un controfico, insomma. Lasciate fare a me, che ne so più; di tutti i mediconzoli e di tutti i cerusici che vi stanno d'intorno. Basta che siamo d'accordo in quanto al resto. - Allora, senza indugio, il controfico; e, quanto a Fioretto, parola di re. Biagione fece una bella riverenza e corse difilato al fico dai frutti piccolini, non senza essersi informato prima del numero preciso dei nasi lunghi. Erano diciannove: occorrevano perciò altrettanti fichi. E diciannove ne spiccò dall'albero, a uno a uno, con gran cura, e li ripose in un panierino. Poi, recatosi alla reggia, fece il giro degli infermi adagiati supini nei letti; ordinò a ciascuno di chiudere gli occhi e di spalancare la bocca e giù;, il fico, come se fosse stato una pillola.

La pesca prodigiosa
Fioretto, visto che ormai l'aveva colta, si mangiò la pesca dolce e profumata. Ma quando si trovò a tu per tu col nocciolo ripulito, si accorse che apparteneva a un frutto spicco, perché il nocciolo si divise da sé in due, mostrando nell'interno, al posto del solito seme bianco e amaro - che i bimbi dovrebbero gettar via subito perché molto dannoso - una grossa, magnifica perla. -Questa sì che la posso regalare a Graziella! E' davvero dono degno di una principessa!)) esclamò, tutto meravigliato. E si mise subito in cerca della bimba. La trovò poco dopo intenta ad osservare i piccoli pesci d'oro e d'argento che guizzavano veloci nell'acqua cristallina d'una fontana di marmo. - Guardate, principessa Graziella - disse, salutando con la solita riverenza e mostrando la perla. - Se vi piace, -ve la regalo di tutto cuore. La piccola principessa, sorpresa, guardò prima Fioretto, poi la grossa magnifica gemma che il ragazzo teneva fra le dita. - Oh, come è bella! - esclamò. - Dove l'hai trovata? Forse in una conchiglia in riva al mare. Saputo lo strano nascondiglio, prese la perla lattata e lucente giallazzurri e si mise a rimirarla con attenzione. Ma la perla era così fragile che, pur fra le esile dita della fanciulla, si ruppe. Ne uscì fuori spiegato un ampio condido velo leggerissimo, più; sottile assai della tela di ragno. - Oh! - esclamò Fioretto stupito. - Che bel velo! - fece eco Graziella. - Lo preferisco alla perla. Me lo metterò sui capelli.
Così fece; poi ringraziò di nuovo e salutò il ragazzo che si allontanava e non rispose neppure al saluto, tant'era commosso di averle fatto cosa grata. Graziella, intanto, poiché il velo era molto grande, se ne era ravvolto tutto il capo e così velata entrò nella reggia. Subito qualcuno le si avvicinò e le chiese chi cercasse e come fosse arrivata fino al palazzo del re. La fanciulla stupì. Chiese: - Perchè questa domanda Sono la figlia del vostro re. Non mi riconoscete? - Voi, la figlia del re? - esclamò uno scudiero ridendo. - Ma sì, sono io, Graziella. Perché? Nel grande atrio della reggia era accorsa intanto altra gente. Dame e gentiluomini guardavano meravigliati colei che si diceva Graziella: una fanciulla bellissima, splendente così da sembrare un raggio di sole ravvolto in una trasparente nuvola d'argento.
La principessa corse allora verso una grande specchiera celata da una tenda azzurra
tutti gli specchi del palazzo, d'ordine del sovrano, erano stati coperti perché
Grazi‘lla non ci si potesse rimirare - e con rapido gesto la scoprì.
Un grido le usci dalla gola; ma un grido di gioia e sorpresa insieme: - Fioretto!
Quel che avvenne poi è più; facile immaginare che dire.
La corte andò in subbuglio. Tutti gridarono al miracolo. Ad un prodigioso miracolo del buon Dio, di quel Dio che è gioia e amore, di quell'Onnipotente, che come il vento che passa tu senti dappertutto e non vedi in nessun luogo, e che premia coloro i quali sono puri di cuore.
Il re e la regina quasi impazzirono dalla gioia alloché si avvidero che era vero, sì; clic la sorprendente trasformazione della loro adorata Graziella non era un sogno vissuto a occhi aperti ma una realtà tangibile.
Così tutti furono felici. E Graziella più; di ogni altro perché, finalmente, in virtù; di quel prodigio, ogni pena era spenta nel suo cuore, ogni lacrima asciugata.
Pensate un po' voi come dovesse essere veramente felice Graziella che già buona buonissima, era diventata ora anche bella bellissima.
Più; sorpreso di tutti fu Biagione quando, còlte per ordine del re tutte le altre pesche e apertele, non vi trovò che i soliti amarissimi semi. Come spiegare la presenza del frutto fatato dal potere meraviglioso?
Nessuno, a cominciare dal re, riuscì a trovare la soluzione del fatto tanto straordinario. E nessuno poteva trovarla, si capisce.
Chi avrebbe potuto rendersi conto che soltanto la bontà che era nel cuore di Fioretto aveva fatto nascere quella perla e quel velo: la bontà, il più; grande dei beni, la bontà che rende possibile ogni cosa.
Se tutti questo sapessero, se ognuno lo sperimentasse!
Fare ogni cosa per essere nobili, soccorrevoli e, soprattutto buoni: perché la bontà, più; di ogni altra cosa, disarma anche i malvagi.
C'è non so che piacere a far del bene, che ci fa godere dentro di noi e un generoso orgoglio che accompagna la buona coscienza.
Il sovrano colmò di doni il giardiniere, e si capisce, e quindi ordinò che Fioretto fosse inviato in un famoso collegio. Là il ragazzo avrebbe potuto studiare, istruirsi, educarsi. Educarsi, per l'appunto, ché il profitto degli studi consiste soprattutto nel diventare migliori e più; saggi.
Una volta che fosse uscito dal collegio, Fioretto sarebbe stato proclamato nobile cavaliere per volontà sovrana; e con quel beneficio, il re, almeno così pensava, si sarebbe sentito in pace con la propria coscienza, in quanto avrebbe pagato il suo grande debito di gratitudine verso il fanciullo. Ma non sarebbe stato così; e Graziella, che non era diventata superba per la miracolosa bellezza conquistata, non la pensava come il suo augusto padre.
La piccola principessa dal cuore buono avrebbe voluto Fioretto vicino a sé, sempre, nel palazzo sontuoso; avrebbe voluto star sempre con lui. Voleva bene al ragazzo, lo considerava ormai come un suo caro fratellino e per nulla al mondo si sarebbe separato da lui. Il re e la regina cercarono dissuadere la figliola. Non potevano permettere, per nessuna ragione, che una principessa trattasse pari a pari un piccolo giardiniere. Ci sarebbe stato da vergognarsene. Purtroppo, nei genitori di Graziella l'orgoglio era più; forte di qualsiasi altro sentimento e perciò a nulla valsero le lacrime della loro figliola diventata bella bellissima, è vero, ma ora tanto infelice.
Fioretto dovette partire in molta fretta. Neppure gli fu concessa la gioia di salutare la fanciulla che era diventata la più; bella del regno per merito suo. A nulla valsero neppure le lacrime del buon babbone e della brava mammetta del ragazzo cui il pensiero dell'avvenire brillante riserbato al loro amato figliolo non valeva a racconsolare.
Sapete bene com'è: io piango, voi piangete, tutti piangono. A veder lacrimare quei poveretti. (lacrime furon date alla gioia, lacrime furono concesse ai dispiaceri) tutto il personale della reggia si mise a piangere perché, e questo è vero, si asciugan le lacrime mescolandole e poi perché sono le sorelle del sorriso: perciò esse hanno grande valore.
Qualcuno, a questo punto, chiederà: - Graziella tornò forse brutta?
- Macché! Graziella rimase bellissima. - E allora? che accadde poi?
- Allora, quando da una pesca nasce una perla e da questa vien fuori un candido velo sottile, ch'è poi un velo di smagliante bellezza, c'è da aspettarsi tante altre cose straordinarie, altri prodigi sono permessi.
Perciò nessuna meraviglia se, nel giorno medesimo che Fioretto si allontano, si verificò a corte un altro avvenimento che neppur si trova menzionato nelle -Mille e una notte>) dove pure ce ne sono tante e poi tante.

I fichi decenibrini

L'inverno era fitto, soffiava una sizza gelida, eppure il babbo di Fioretto, per il gran struggimento di non vedersi più; d'attorno il suo figliolo, vagava sconsolato per il giardino deserto e spoglio. Ad. un tratto il brav'uomo, giunto nelle vicinanze del pesco fatato, si fermò stupefatto.
Accanto a quell'albero c'erano due piante di fichi, vestite come di pieno agosto. La prima era carica di fichi dottati settembrini, più; grossi dei già grossi badaloni, che con uno solo ci si desina anche senza prosciutto e ce n'avanza; l'altra con certi fichi da niente, tanto piccolini che sembravano nocciòle.
- O gente! - esclamò il giardiniere. - Fichi di dicembre! E chissà come son buoni, maturi come sembrano!
Volle provarne uno: lo colse e lo mangiò. Era dolce, dolcissimo, di una polpa sostanziosa e saporita.

colomba. E si sa come certe cose vanno a finire. Graziella voleva bene a tutte le creature buone, e Fioretto era buonissimo; voleva bene a tutte le creature forti, audaci, coraggiose e Fioretto era forte, audace e coraggiosissimo. Così venne l'amore (l'ala che l'Onnipossente dette alle anime per salire fino a lui) e fu meraviglioso perché scaturito da una tenera amicizia.
- Fioretto e Graziella, allora, si sposarono! - Per l'appunto, avete indovinato!
Con l'andar del tempo tutto si concluse come una bella fiaba. Il re accondiscese alle nozze che di poi si celebrarono solennemente. In tutto il regno vi furono sei mesi di feste e da tutte le parti del mondo vennero sovrani e principi.
Gli sposi vissero molti anni felici e contenti finché Fioretto ereditò addirittura la corona del suocero e la sua Graziella divenne la regina pi bella e più; amata che esistesse in quei tempi sulla terra.
Gli uccellini continuarono a cantare spensierati le loro belle canzoncine da mattino al vespro nel giardino di re Fioretto e a sera volavano sui grandi alberi neri neri a recitare le orazioni, prima di addormentarsi con i capini sotto l'ala.