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Tutto nacque dal fervore
religioso dei primi crociati
che decisero di liberare
Gerusalemme. La loro calata
dalle terre del nord verso il
sud del Mediterraneo aprì la strada
ad altre successive guerre di
conquista che portarono molti nobili
normanni, senza feudi né terre, a conquistare
i ricchi territori del sud d’Italia da
secoli sotto il dominio di Bisanzio. Turgisio, figlio cadetto
del duca di Normandia, avendo partecipato alla fortunata
invasione normanna della Calabria sotto la guida di Roberto
il Guiscardo, venne remunerato nel 1059 con la contea
di Sanseverino presso Salerno.
Nelle foto: Il Chiostro Grande formato
da 84 pilastri che
reggono altrettante arcate.
Veduta dell’ingresso.
Guida esaustiva del prezioso
gioiello architettonico
italiano è il volume Certosa
di Padula. La Reggia
del Silenzio (testi di Giuseppe
Alliegro, foto di Enzo
Capitolino Edizioni Libreria
della Certosa).
Un grande mecenate
Il conte Tommaso di Sanseverino, suo diretto discendente
vissuto all’inizio del ‘300, era molto religioso e guardava con
simpatia al movimento monacale dei Certosini del nord
della Francia (il loro nome deriva dal monte Chartreuse vicino
a Grenoble dove si riunirono per la prima volta). Fu sua la decisione
di erigere a proprie spese una grande Certosa dove
una trentina di monaci potessero dedicarsi alla meditazione.
Della costruzione originaria oggi rimane poco, perché la
Certosa di Padula, grazie a continue donazioni, continuò a
ingrandirsi e a ricostruirsi fin quasi all’arrivo di Napoleone.
Interi paesi passarono in suo possesso e il principio comportamentale
dei Certosini ‘ora et labora’ seppe far fruttare al
meglio le possibilità economiche del territorio aumentando
l’indotto delle attività agricolo-artigianali nel comprensorio.
Chi ancor oggi entra nel monastero e vede la sua splendida
cucina d’impianto ancora gotico, capisce come il benessere
materiale avesse alla fine permeato tutta l’architettura della
Certosa, non solo per gli eleganti prospetti o il mirabile scalone
degno di una reggia, ma anche per quel luogo di febbrile
lavoro che è la cucina di una comunità.
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La grande cucina-camino è stata mantenuta nella
sua integrità.
Il camino polifunzionale
attrezzato con i grandi
lastroni su cui erano cotti
i cibi, è rivestito da preziose
piastrelle in maiolica
decorata con prevalenza
di un giallo abbagliante
perchè a detta
dei monaci il giallo delle
piastrelle tiene lontano
gli insetti dai cibi. Suggestiva
la grande cappa.
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Uno straodinario modo di ‘areare’ la cucina
Sotto l’alto soffitto con volta a botte c’è un imponente blocco
di fornelli, dove si cucina a legna, foderato con antiche
piastrelle dipinte e protetto da una gigantesca cappa a padiglione
sorretta da quattro pilastri. Impressionanti sono le grandi lastre di pietra (e di marmi colorati) del pavimento,
frutto di continue aggiunte nei secoli. L’idea della cappa
isolata autoportante è un’invenzione romanico-gotica utilizzata
anche nei secoli successivi, in questo caso fino al
periodo barocco come dimostra la pittura ‘à ramages’ tipica
del ‘600 che la decora. Si tratta di una concezione perfettamente
funzionale, perché in grado di convogliare in
verticale il calore e i vapori della cucina verso il comignolo
soprastante. In più è anche molto scenografica, perché si
presenta come un baldacchino che rende solenne tutto
quel che avviene al di sotto, in questo caso la difficile arte
dei cuochi per comunità.
(Walter Pagliero)
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