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Termostufa Caldea “il
valore di un idea”
La stufa che produce acqua calda
Sotto l’apparenza di una bella stufa si nasconde il cuore del riscaldamento
domestico. Caldea, prodotta da JOLLY-MEC è una stufa a legna che scalda
l’acqua destinata ai termosifoni di tutta la casa. Il suo cuore totalmente
in acciaio è stato concepito per durare a lungo senza problemi e,
grazie ad un sistema costruttivo d’avanguardia, consente bassi consumi
e alti rendimenti (circa 85%). La grande efficienza del sistema di
combustione, che sfrutta la massimo il potere calorifico della legna,
consente a Caldea di scaldare un appartamento di 60 metri quadri con
una sola carica di legna al giorno, ma è in grado anche di scaldare
superfici molto maggiori, producendo acqua calda per i sanitari di
bagno e cucina. È progettata per chi, rientrando a casa, desidera
trovare un accogliente tepore e la termostufa ancora accesa. La gamma
comprende, oltre a una versione base, anche finiture particolarmente
curate e personalizzabili in funzione dei vari ambienti; esiste anche
la versione Caldea caldaia per chi necessita di grande autonomia.
Inoltre è possibile “vestire” Caldea anche come fosse un caminetto,
integrandola perfettamente nell’arredamento. Tutte le versioni possono
funzionare in modo autonomo, o in parallelo con una caldaia a gas,
integrando l’impianto già esistente. Caldea permette di cucinare contemporaneamente
alla brace, al forno, sulla piastra e allo spiedo, per riscoprire
il gusto della cucina sana ed economica di un tempo. |
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125 anni di inverni
alsaziani
Proprio nel cuore dell’Alsazia, regione particolarmente attenta alla
salvaguardia dell’ambiente, SUPRA ha acquisito, dal 1878, la sua esperienza
e la sua tradizione del fuoco. SUPRA ha sviluppato una gamma di apparecchi
di riscaldamento arricchiti dalle ultime tecnologie e dai moderni
dispositivi di sicurezza. Il risultato è una vasta gamma di prodotti
che rispondono a ogni esigenza.
Nella foto il focolare chiuso Temporis. |
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FUORI SALONE... CON
CAMINO
Come ogni anno il Salone del Mobile di Milano, travalica i confini
della fiera per estendersi in tutta la città. Il coinvolgimento è
totale: negozi, piazze, palazzi e fabbriche dismesse vivono il loro
massimo splendore improvvisandosi vetrine per presentare le anteprime
del design e diventano i luoghi privilegiati per incontrare i protagonisti.
Tra gli eventi Fuori Salone, il Des Sensi, lo show room di Domenico
De Marzio, ha reso protagonista il camino, ospitando il Dominique
Imbert. Un incontro informale, a base di Sushi e Champagne, per presentare
Filofocus e Ifocus, due nuovi modelli della linea Focus, distribuita
da Celsius, e nati dalla ingegnosa creatività di Dominique Imbert.
Ma come ha scoperto di possedere questa incredibile energia creativa?
“Fu in occasione - racconta - di un convegno internazionale sulla
Filosofia e sul Design, che mi domandarono se fossi o meno un designer.
Al quesito rivoltomi risposi di non aver mai frequentato la scuola
di design, di non aver mai fatto studi di architettura, di scultura,
di belle arti… Ho imparato a lavare i piatti insieme a un cuoco greco
in un ristorante indiano a Londra dove sono rimasto per molti mesi.
Nonostante questo cucino male sia le pietanze indiane che greche.
Ho imparato l’etnologia ed ho trascorso un po’ di tempo in Alaska
tra gli eschimesi, ma non mi vengono in mente delle grandi cose tranne
che faceva molto freddo… Ho ottenuto il dottorato in Sociologia alla
Sorbonne di Parigi approfondendo argomenti riguardanti “l’influenza
estetica nel lavoro sul comportamento umano”. Questo mi ha consentito
di insegnare storia in un liceo parigino.
Quando un Ministro Francese mi ha conferito a Parigi nel 1995 il Premio
Nazionale per la Creazione, quando ho visto alcuni modelli esposti
in vari Musei d’Arte Contemporanea, ad esempio di Bordeaux, di Grenoble,
di Stoccolma oppure al Guggenheim di New York, quando mi hanno consegnato
una medaglia d’oro ai Trofei del Design (a Parigi nel 1995, nel 1997,
nel 2001) oppure quando mi hanno assegnato il Premio per l’innovazione
del Salone Batimat nel 1999, quando Sir Norman Foster mi ha chiesto
di creargli un modello per lui, io ho cominciato a domandarmi perché.
Ho cominciato a chiedermi che cosa possa essere successo, a chiedermi
se quando ero piccolo, come Obelix, sono caduto in una pentola di
design… L’unica cosa che posso dire è che quando ero adolescente e
mi trovavo in campagna per le vacanze, trascorrevo molto tempo a costruire
mobili dal fabbro del paese e realizzavo delle forme in acciaio che
non oso chiamare sculture. Questa passione, a ventisette anni, mi
ha spinto a lasciare Parigi e a creare il mio atelier nel sud della
Francia, ove ho iniziato a costruire mobili, sculture, camini, oggetti
e case assumendomi la responsabilità di controllare la fabbricazione
e la commercializzazione di ciò che creavo. Oggi una cinquantina di
persone lavorano per Focus, che esporta la maggior parte della produzione
in Europa, in Giappone e negli Stati Uniti. Ho la fortuna di poter
continuare a rispondere alle intuizioni personali ed a farlo con piacere…
Ciò che mi interessa è ciò che mi commuove. Ciò che mi commuove è
scoprire, nascosto in fondo ad alcune forme, la complicità, la vita
interiore e l’anima della materia”.
(Per saperne di più su Dominique Imbert IL CAMINO, n. 85, DI BAIO
EDITORE) |
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