FARE

Il ruolo del committente

Due cantieri: uno in copertina, quello della piazza di San Francesco in Assisi; l’altro, in apertura di “Museum Genius Loci”, dove si mostra in che modo si è riportata alla luce l’antica abside della chiesa sottostante l’attuale cattedrale di Brugnato. Due cantieri che raccontano come nello scavo si ritrova una parte del nostro passato. E come nel lavoro si perfezioni l’opera che solo l’impegno, il lavoro, la perizia ritrovano nella sua compiutezza. Due cantieri che ricordano come l’edificio, che resta come testimonianza storica, pur sempre vive e cambia nel suo viaggio attraverso il tempo. E viene attualizzato con l’impegno di continua conservazione e riscoperta. Questo discorso riporta all’attenzione il tema dell’opera che compie il progetto, estraendo dal pozzo dell’anima un concetto che diventa materia e forma: proprio come nello scavo archeologico si rivela una presenza anteriore e nascosta. E così si ripropone il quesito: in che modo trovo l’arte, la capacità di esprimere qualcosa che oscuramente percepisco ma compiutamente non so esporre? Come si può con sicurezza trasportare il messaggio – coi linguaggi che per piccoli passi si modificano con lo scorrere del tempo – entro il volume di un edificio, soprattutto nella chiesa, dove il significato è immediatamente qualcosa di definitivamente trascendente, di troppo alto per noi esseri umani? Un problema antico: cosa trovo nelle ombre sulla parete della caverna di Platone? Come lo traduco in immagini che porto all’attenzione della sensibilità odierna?
E’ un discorso che riguarda l’arte e il modo con cui questa riesce a esprimere il mistero.

S. Em. Card. Carlo Maria Martini, alla
cerimonia di posa della prima pietra del
complesso, oggi restaurato, dell’ex-Convento
di S. Rocco a Castelletto di Cuggiono.

Un discorso che ricade inevitabilmente sul committente, che con le sue indicazioni indirizza la sensibilità e la maestria dell’artista in modo tale che il pensiero “forte”, qual è quello della Chiesa, sia anche chiaramente leggibile nelle architetture e nelle opere d’arte che le abitano. L’arte sacra, patrimonio fondamentale della millenaria cultura nostra, che è civiltà cristiana, può nascere solo da una sinergia tra committente e artista. Solo il sincronismo vissuto e sofferto tra queste due presenze diventa “Arte”. Il pensiero, l’intuizione, l’esigenza di commissionare un’opera che ha le radici nel presente e nel passato, ma che porta un messaggio verso il futuro, matura solo attraverso un dialogo molto ampio, molto profondo, molto vero. L’arte sacra apre gli occhi e il cuore e aiuta a leggere il presente che giorno per giorno diventa futuro. E il committente della buona arte sacra, è il sacerdote impegnato, dal cuore aperto, dalla solida vocazione, dotato di attenzione compiutamente formata alla teologia. E’ il sacerdote che si è formato nella meditazione per diventare apostolo ricco di entusiasmo verso la missione di comunicare i valori cristiani. Nel dialogo con questo committente, l’artista può ritrovare nel suo animo la vocazione autentica, quella che spesso ha perso nelle insidie dell’effimero. E recupera l’ambizione all’eterno, l’intuito che si spinge verso il mondo delle idee. Quel “quid” in più che fa del gesto manuale dato con sapienza, un gesto artistico: ricco di forza creativa. Perché non basta aver compiuto il curricolo di studi accademici. Quando ci si confronta con i temi che attengono all’arte sacra, occorre una formazione e una vocazione specifica. Qualcosa che va oltre il formalismo dell’espressione umana, per toccare l’inesprimibile del divino. Penso alla quotidianità della vita nei chiostri, nei cenacoli, nelle navate dei conventi. Alla consuetudine con la comunità francescana da cui Giotto ha tratto le immagini per raccontare la vita del Santo. Penso al Beato Angelico, che riecheggia nella sua opera il mistero e il silenzio chiostrale, un misticismo impregnato dello stupore contemplativo che la pacata atmosfera del convento ispirava. Il committente non può avvalersi di deleghe, non può sfuggire alla sua responsabilità. Se intuisce l’esigenza di un’opera d’arte, deve sapere non necessariamente come sarà, ma senz’altro che cosa sarà. Non si possono delegare responsabilità: l’arte sacra è troppo complessa, troppo vasta. Abbiamo visto troppi tentativi andati a vuoto, troppe esposizioni anche autorevoli, campate per aria. L’arte cristiana richiede un “messaggio” chiaro: impregnare un luogo di valori perenni. Il messaggio del vangelo non può essere bisbigliato. E non
è solo tradizione, ma anche proiezione: nel tempo che viene.

Giuseppe Maria Jonghi Lavarini

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