ARCHITETTURA PENSARE

Il problema dell’orientamento


Mentre da più parti si ripropone il tema della disposizione assiale al fine di recuperare un rapporto cosmico oggettivo, il liturgista Prof. Manlio Sodi osserva che nel mondo contemporaneo forse tale obiettivo potrebbe essere perseguito con una attenta progettazione dell’apparato iconografico, che nel suo complesso può rivestire lo spazio del valore di simbolo.

Da qualche tempo si fa un certo parlare dell’orientamento nel contesto del linguaggio architettonico dell’edificio chiesa. E talvolta sorge un intreccio tra edificio e assemblea. A un primo sguardo il discorso potrebbe sembrare univoco:
se ci si concentra sull’orientamento dell’edificio, automaticamente consegue quello dell’assemblea. Ma forse questo automatismo è meno essenziale di quanto si possa credere. Proviamo a stilare alcuni elementi per un confronto.
Rev. Prof. Manlio
Sodi, SDB

A PARTIRE DALLA STORIA.
Il culto è la tradizione in atto; e ogni celebrazione – o qualunque sua espressione – va sempre collocata in quella prospettiva di traditioredditio che è tipica ed esclusiva dell’azione liturgica. Nella liturgia infatti si celebra il memoriale della Pasqua: questo è l’elemento fondante. Attorno a esso si muove tutto il resto, a cominciare anche dal modo con cui – fin da quando fu possibile – si iniziò ad innalzare l’edificio sacro per accogliere una communitas. Il posizionamento a Oriente in talune circostanze – ma non si dimentichi che la maggior parte delle chiese
non segue questa linea, a cominciare dalle basiliche romane! – ha facilitato un rapporto peculiare tra la struttura-edificio e il contesto ambientale e spirituale che si veniva creando con l’avvolgere l’assemblea di fasci di luce provenienti dall’abside o dal rosone della facciata o dai grandi finestroni istoriati.
Le fonti luminose permettevano di cogliere meglio, anche per ragioni oggettive determinate dalla poca luce artificiale, che Cristo è il Sole che sorge e che con la sua Parola illumina l’assemblea; oppure è la Luce senza tramonto che aiuta a concentrare lo sguardo dei fedeli verso il vero punto di orientamento: il Cristo dell’abside o comunque verso il Crocefisso.

OGGI C’È SIMBIOSI TRA LUCE E ASSEMBLEA?
Un’assemblea senza luce è priva di un valore essenziale. Ne è segno eloquente lo sforzo che ieri e oggi deve affrontare ogni architetto quando pone mano a un progetto. I punti luce naturali sono spesso considerati in seconda posizione rispetto a quelli artificiali.
Questi ultimi costituiscono infatti la soluzione di "quasi" tutto il problema. E se tornassimo a una maggiore attenzione all’orientamento alla luce? È vero che oggi, soprattutto in Italia, nel realizzare nuove chiese ci troviamo di fronte a terreni già prescelti e per di più situati in contesti abitati, strutturati e regolati. Come fare per recuperare l’intreccio tra
movimento della luce e "respiro spirituale" dell’assemblea? Sembra assurdo: nel momento in cui il rapporto con il cosmo si fa più intenso grazie agli sviluppi dell’astronomia, si è sempre più lontani dal percepire il valore psicologico e spirituale di un sorgere o di un calar del sole nella vita di ogni giorno. Per esempio, sarebbe impensabile oggi la costruzione di una domus vitrea come la Cattedrale di Pienza (Siena). Quando però si entra in quella chiesa voluta
da papa Pio II Piccolomini e dedicata nell’agosto del 1462, che sia piena o vuota, il fedele si trova immerso nella luce e, nel dinamismo delle forme, la leggerezza dello spirito si evolve verso la contemplazione, non paga di quella finitudine che pur tuttavia orienta verso l’Infinito. Anche una chiesa vuota deve dire che cosa è la Chiesa-comunità!

La cattedrale di Pienza: la “domus vitrea”.

SI PUÒ IPOTIZZARE – A PARTIRE DALLA SFIDA ARCHITETTONICA – UN RECUPERO DEL RAPPORTO TRA EDIFICIO, ASSEMBLEA E COSMO?
Entrando in alcune chiese troviamo le grandi meridiane che destano sorpresa e curiosità. Si tratta di strutture solo per misurare il tempo? Per alcuni aspetti sì; ma sono anche elementi che per la collocazione nell’aula ecclesiale aiutano a esperire un rapporto più vivo tra la celebrazione e la sorgente della luce. Lo sviluppo delle grandi meridiane si delinea tra il 1437 (S. Sofia a Costantinopoli) e il 1830 (Monastero benedettino di Catania), passando per quelle di Firenze, Bologna, Marsiglia, Roma (1702, S. Maria degli Angeli), Parigi, Milano, Napoli e Messina: uno dei tanti
modi per misurare la luce in un ambiente generatore di luce spirituale, come l’aula ecclesiale.
Ma oggi quale "meridiana" può contribuire a recuperare questo rapporto? Solo una maggior attenzione al rapporto tra edificio e movimento naturale della luce può essere premessa per predisporre un ambiente adatto alla preghiera, personale anzitutto. Per quella comunitaria intervengono i fattori artificiali che risolvono tutte (o quasi) le attese di un’assemblea celebrante.

COME E VERSO DOVE È ORIENTATA L’ASSEMBLEA?
Il gioco delle luci e delle ombre è un linguaggio che permea, insieme ad altri, la celebrazione. Il bisogno di recuperare
questo dinamismo è fondamentale perché trovi un senso la luce che brilla sull’altare o quella che accompagna la processione al Vangelo e prima ancora quella del cero pasquale.
Ma l’assemblea ha bisogno di trovare il vero fascio di luce in quell’insieme di elementi che costituiscono il progetto iconografico dell’intero edificio. È l’unitarietà di questo progetto che, al di là del movimento del sole, ha la capacità di affascinare e di avvolgere l’assemblea per aiutarla a concentrarsi, pur nella dialettica dei messaggi, verso quel punto centrale costituito dal Crocifisso, sintesi del mistero che si compie tra l’ambone e l’altare: punti d’incontro tra cielo e terra.
Il segreto del messaggio della luce risiede oggi nella sintesi che tutti questi elementi possono offrire attraverso la poesia dei simboli. Da qui l’impegno nell’elaborazione di linguaggi iconografici che contribuiscano a collocare l’assemblea al centro di un oceano di luce la cui sorgente non è nel sole ma in tutte quelle immagini e nella disposizione degli elementi che fasciano di soprannaturale una presenza orante, mentre danno luce anche a chi non la possiede. Vogliamo aprire un confronto su questo tema perché la luce garantisca la vita di una comunità orante?
Il discorso è aperto.

Rev. Prof. Manlio Sodi, SDB

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