ARCHITETTURA FARE PENSARE

Il nuovo organo del Duomo di Arezzo


Tra le antiche pietre del Duomo aretino, il nuovo strumento a canne si inserisce con linguaggio nuovo che raccoglie il messaggio imperituro del dialogo e dell’accordo, non solo nel linguaggio della musica ma anche nella figurazione plastica. Lo strumento è stato realizzato dalla famiglia Pinchi, con la partecipazione delle scultrici Rachele Biaggi e Alessia Porfiri.

Per la prima volta dopo secoli, almeno in Italia, la genesi di un organo si manifesta come incontro di più sensibilità pronte a esprimere il linguaggio del loro tempo. Quando mi fu chiesto di disegnare la veste dell’organo del Duomo di Arezzo avevo già in testa la fusione tra l’arte di Rachele Biaggi, Alessia Porfiri, la mia matita e l’anima musicale che mio padre Guido e mio fratello Claudio stavano meditando.
Tante volte ci siamo ritrovati a esprimere e confrontare le nostre idee nel desiderio di metterle in campo e questo oggi è finalmente realtà: una scultura sonora per la lode di Dio. Quando tornai a passeggiare tra le verticalità di quello spazio sacro meraviglioso, erano trascorsi circa dieci anni dall’ultima volta.
Le impressioni che avevo catturato erano tutte lì intatte a narrarmi lo scandire dei secoli e il ritmo della sua pietra calda, posata a una ad una da generazioni di costruttori sapienti. Le geometrie manifestavano le proporzioni divine e mi avvolgevano. Tornando a Foligno continuai a respirare quel genius loci.
Come sempre ho pensato che un nuovo organo sarebbe stato destinato al suo ruolo liturgico, quindi funzionale. Ma anche a quello di testimone silente, pronto a narrare delle generazioni future, dei loro canti e del loro vivere la chiesa.
Ecco che l’organo si faceva già memoria presente e futura, memoria intesa come luogo da abitare, dove percepire emozioni e vivere la condizione di appartenenza a un’intera Comunità. Quando disegno non dimentico mai il precetto di Le Corbusier: "Lo scopo dell’architettura è commuovere.

Il nuovo organo del Duomo di Arezzo.
Pagina a lato, da sinistra: il complesso delle canne;
la scultura di Alessia Porfiri e Rachele Biaggi
sull’architettura dell’organo.

L’emozione architettonica si verifica quando l’opera risuona dentro di noi in armonia con un universo alle cui leggi tributiamo obbedienza, fede, rispetto".. Per il Duomo di Arezzo ho visto subito un inserimento verticale della santa
croce e la sua trasformazione in albero della vita, da legno morto a legno vivo: un messaggio di speranza, Dio che non ci abbandona mai.
Tutto si è generato nel vortice dell’esagramma, cercando l’incontro tra la musica e l’armonia, nella sovrapposizione perpetua dei due triangoli che lo compongono, manifestazione della complementarità di tutte le forze solo apparentemente avverse. Da queste geometrie nascono le croci, intatte le laterali ed in trasformazione quella centrale, simbolo di Resurrezione.
Il germoglio nuovo, appunto. L’impianto è stato pensato in simbiosi con le sculture e le altre opere applicate, le proporzioni sono state contemperate con gli elementi presi a prestito dalla natura ed è stato fissato lo spazio irrinunciabile per i messaggi da imprimere nella materia.

L’organo che oggi si può vedere ed ascoltare nel Duomo di Arezzo è il risultato del lavoro di persone che si considerano strumenti nelle mani di Dio affinché si rinnovi perpetuamente il Suo messaggio.
Se questa opera susciterà emozioni, suggestioni sonore, se costituirà un aiuto alla preghiera, allora potremo dire di avere fatto ciò che andava fatto. Un pensiero doveroso a chi ritiene superflua ogni manifestazione artistica nella Chiesa, che fa vanto di progettare chiese in cui non si può appendere nemmeno un quadro e, possibilmente,
neanche il crocifisso: sono orgoglioso di pregare con la mia matita e di cercare di dare voce alla bellezza, così come lo sono della mia famiglia che ogni volta tenta di piegare la materia al primato dell’arte sacra, poiché la bellezza è dono di Dio.

Andrea Pinchi

L’organo è stato progettato sul tema della passione, croce e Resurrezione di Gesù Cristo. Nella parte inferiore si nota l’aprirsi di uno spazio che rimanda al Golgota, sul quale si ergono le tre croci, di cui le due laterali mantengono la forma della croce come condizione dell’uomo che partecipa alla passione di Cristo.
La croce centrale è in glorioso disfacimento e sta assumendo la forma dell’albero della vita, è la croce di Cristo che ridona la vita all’uomo. Il mistero della morte e Resurrezione è rappresentato nella sua unità (croce e albero della vita). Sovrasta la croce un elemento che ricorda il segno convenzionale della notazione musicale medievale, ossia il pes, posto sopra il tutto, come ultima nota per essere il segno della condizione nuova a cui la Resurrezione ci conduce
e che ci rende capaci di vivere ora l’esperienza della realtà trasfigurata. La storia della Resurrezione ha inizio nei due pannelli che sono alla base della composizione, "pietre" nel tempio nuovo ricostruito dal Risorto, sui quali sono incisi i neumi iniziali dell’Exultet, inno pasquale liturgico per eccellenza. Quest’inno vuole essere l’introduzione dell’opera realizzata e, attraverso di essa, è raccontata la storia della salvezza: la passione di Cristo, nella traccia del Golgota e
delle croci, l’annunzio della grande gioia nell’Exultet, il passaggio del Risorto che fa rifiorire la croce, facendo spuntare il germoglio nuovo, esaltato dalla verticalità rituata dalle canne dell’organo. Il significato forte è dato dallo stendardo che è capace di rimandare ad un’azione, ad un passaggio avvenuto, evocativo e narrativo e che porta i segni (le abrasioni) del passaggio che il Signore opera, diventando così traccia del passaggio di Cristo nel turbine della situazione umana attuale.
Il Suo passaggio non si arresta, ma ascendendo al Padre, attira e trasfigura tutte le cose, trasfigurazione avvenuta e indicata nel pes, posto nella parte più alta e ultima dell’organo. In questo senso si legge tutta la contemporaneità di quest’opera dove gli elementi non raffigurano un evento lontano, ma diventano essi stessi segni tangibili di un’esperienza presente ora. E proprio per questo è interamente legato alla tradizione, perché ripropone l’avvenimento già accaduto in una espressione umana attuale.

Rachele Biaggi, Alessia Porfiri

condividi :
PREVENZIONE, SICUREZZA E CURA
17/02/2010
UN NIDO in montagna
16/03/2011