FARE PENSARE

Iglesias

"Siamo stati la prima diocesi sarda che ha concluso l’opera di inventariazione". Don Gianpietro Garau, responsabile
dell’Ufficio Beni Culturali Ecclesiastici della Diocesi di Iglesias non nasconde una certa soddisfazione. La decisione di aderire alla proposta dell’Ufficio Nazionale dei Beni Culturali della Conferenza Episcopale Italiana fu presa collegialmente dalle 10 diocesi sarde.Ora per quanto riguarda la prima parte, quella riguardante i beni culturali mobili, il lavoro a Iglesias è finito: in futuro si passerà a inventariare anche i beni immobili. Come si è proceduto? "Abbiamo costituito una équipe di tre giovani neolaureati, un fotografo, un operatore informatico, diretti da uno storico dell’arte: tutti in servizio semi volontario, nel senso che, essendo il lavoro impegnativo e bisognoso di continuità nel tempo, abbiamo sostenuto finanziariamente l’iniziativa con i fondi della Conferenza Episcopale derivanti dall’otto per mille e con altri contributi della diocesi. Dopo sette anni, il 31 dicembre scorso l’opera è terminata, in tempo per attingere all’incentivo stanziato dalla CEI per chi riusciva a concludere entro il 2005". Come si possono quantificare i risultati raggiunti? "Ci aspettavamo all’inizio di raggiungere qualcosa come 5.400 schede.

Cattedrale di Sant’Antioco Martire, vista interna.

Alla fine ci siamo ritrovati con 7.168 opere schedate, reperite nelle varie parrocchie, tutte fotografate e schedate secondo i criteri stabiliti di comune accordo tra Conferenza Episcopale e Ministero per i Beni e le Attività Culturali. Questo ci ha consentito di ritrovare opere che si ritenevano disperse, soprattutto per quel che attiene ai tessuti e ai paramenti, e di individuare oggetti assai significativi, totalmente ignoti in precedenza – penso per esempio a un calice dismesso, nascosto in una sacrestia, risalente al 1748". E ora che accadrà? "Ogni parrocchia della diocesi riceverà un Dvd con le immagini e le schede ufficiali – e, beninteso, questo catalogo informatizzato sarà presente anche nella banca dati della CEI e del Ministero. Gli oggetti inventariati resteranno nel loro luogo di origine. Ma siamo in attesa di partire con l’opera di restauro della cattedrale di Santa Chiara e della concattedrale della Purissima, dove troverà spazio anche il nuovo museo diocesano, organizzato in due settori: nella cattedrale quello incentrato sulle opere, nella concattedrale quello incentrato sulle architetture (queste ultime esposte attraverso gigantografie). Secondo questi due filoni sarà raccontata la storia antichissima del cristianesimo locale, che comincia nell’anno 480 con Sant’Antioco (questo il nome del primo evangelizzatore, cui è dedicata la prima cattedrale) e prosegue poi con la basilica di Tratalias, seconda sede vescovile e quindi con Iglesias (anticamente Villa Ecclesiae), dove nel 1503 per decreto di Giulio II fu instaurata la diocesi. Questa dal 1513 fu incorporata nella diocesi di Cagliari e nel 1768 restituita alla sua autonomia. E’ una storia che nel nuovo duplice museo diocesano racconteremo con dovizia di iconografia. Dopo cinque anni di chiusura della cattedrale, finalmente oggi, grazie ai fondi europei, riusciremo a fare ripartire il necessario restauro". Come avviene la comunicazione dei beni culturali? "Dal 1998 abbiamo costituito una équipe di giovani, formati attraverso corsi di arte sacra e di iconografia in collaborazione con la Soprintendenza di Cagliari. Si sono quindi costituite alcune cooperative che forniscono le guide che accompagnano i visitatori nelle antiche cattedrali: quella paleocristiana di Sant’Antioco, quella successiva di Tratalias e quella attuale di Iglesias. Si tratta di visite che consentono di apprezzare sia l’aspetto artistico, sia il messaggio cristiano. I visitatori non mancano, soprattutto in occasione delle giornate riguardanti i beni culturali che si svolgono in primavera. Spesso giungono anche visitatori stranieri, che uniscono il tour ai luoghi della storia del cristianesimo con le visite ai luoghi storici minerari. Qui, infatti, sin dall’epoca della dominazione cartaginese c’erano miniere d’argento. In epoche successive si sono aperte anche le miniere di carbone. L’opera dei volontari consente di far conoscere oltre alla storia economica di questi luoghi, anche la loro lunga tradizione cristiana".

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