ARCHITETTURA FARE PENSARE

I coloranti naturali e sintetici


Stabilire con precisione quando le tecniche pittoriche siano state applicate alla tintura dei tessuti, non è possibile. Reperti archeologici fanno presupporre che intorno al 3000 a.C., con il passaggio dal nomadismo alla vita stanziale, gli uomini cominciarono a tingere il tessuto.
La natura fu ed è tuttora, la grande fornitrice dei materiali da sempre utilizzati per la tintura naturale della stoffa: piante quali la robbia, il guado e l’uva ursina sono state coltivate dagli antichi proprio a questo scopo. Tuttavia anche dal regno animale, gli uomini hanno saputo attingere per creare i colori; i Fenici coloravano i tessuti con la porpora ricavata da un mollusco, il “Murex Brandis”, mentre gli Indios dell’America centrale ottenevano il colore dalla cocciniglia, un insetto parassita delle piante di cactus.
La tintura dei tessuti era praticata presso tutti i popoli antichi, soprattutto in Medio Oriente, anche se con caratteristiche diversificate; i veri maestri della tintura furono gli Egizi che tingevano il lino con colori ottenuti da diverse piante: l’henné il cui colore veniva utilizzato anche in cosmesi per tingere i capelli, il cartamo da cui si ricavavano il giallo ed il rosso, lo zafferano che dava vita al giallo, mentre l’azzurro veniva estratto da alcune specie di Indigofera.
I Cinesi tingevano la seta con il cartamo (giallo e rosso), il mirtillo (blu e lilla), il sommaco (giallo) e l’indaco, ma anche con altri colori naturali la cui provenienza rimane a tutt’oggi un affascinante mistero.
I Giapponesi utilizzavano le alghe per le loro raffinate e tenui tinteggiature.
Gli antichi popoli italici vennero a conoscenza delle tecniche di tintura mediante i traffici commerciali, così i Tarantini diventarono esperti nella tintura con la porpora e l’oricello, un lichene, mentre gli Etruschi utilizzavano la robbia, il pastello, il guado e lo zafferano.

Foto: Athos Lecce    

A Roma, abbandonata l’austerità dei padri fondatori della Repubblica, nel II secolo a.C., la tintoria era talmente evoluta che si contavano diverse corporazioni a seconda delle sostanze usate per tingere le stoffe: i Croceari (giallo), i Violari (viola), le Officinae Purpurinae (porpora). I colori usati a Roma erano: l’azzurro ricavato dalla malva; il giallo ricavato dalla reseda, curcuma e ginestra; i bruni e i neri derivati dal mallo di noce.
Anche nella nostra epoca, i colori naturali sono ottenuti prevalentemente da sostanze vegetali come ad esempio il castagno, il noce, la robbia e la cipolla.
I coloranti naturali di origine vegetale o animale, hanno avuto nel corso della storia un ampio utilizzo in diversi settori: da quello tessile, al cosmetico, all’alimentare fino all’artistico; le caratteristiche di biodegradabilità e compatibilità ambientale di questi coloranti li hanno da sempre contraddistinti, tuttavia con l’industrializzazione, alla fine del XIX secolo, lo sviluppo di coloranti sintetici si è progressivamente imposto nel mercato grazie anche alle caratteristiche di maggiore uniformità ed ai costi più contenuti.
Nel settore tessile, i coloranti naturali sono affiancati da quelli chimici, ottenuti come sottoprodotti del petrolio, quali l’anilina e altri derivati aromatici; si assiste talvolta ad un superamento dei primi rispetto ai secondi soprattutto in una particolare fascia di mercato indirizzata ad un consumatore attento non solo alla qualità del prodotto finito, ma anche alle caratteristiche di salubrità (per l’uomo e per l’ambiente) delle materie prime utilizzate: dalla fibra ai prodotti di finissaggio quali mordenti, coloranti e sbiancanti.
Nell’impiego dei coloranti, le sostanze e le dosi consentite sono regolate da una ben precisa normativa ancora in evoluzione, sia nazionale che comunitaria, tesa a stabilire l’innocuità ed i limiti di tossicità dei coloranti.

 

condividi :
La casa bioclimatica
31/07/2005
L’intelligibilità della parola
10/07/2009