PENSARE

CHIESA E GENIUS VOCATIONIS

Domenica 16 settembre 2012, ho seguito con tutto me stesso (in diretta su RAI 1) l’incontro solenne di Papa Benedetto XVI , davanti a quel mare di berretti bianchi, tantissimi, il giorno della consegna dell’Esortazione Apostolica post-sinodale per il Medio Oriente al City Center Waterfront di Beirut.
“Il servizio – ha detto Benedetto XVI – è un elemento costitutivo dell’identità dei discepoli di Cristo… La vocazione della Chiesa e del cristiano è di servire, come il Signore stesso ha fatto… Così servire la giustizia e la pace, in un mondo dove la violenza non cessa di estendere il suo corteo di morte e di distruzione, è un’urgenza al fine di impegnarsi per una società fraterna, per costruire la comunione!”
Mi ha toccato profondamente l’esortazione ai valori di pace di cui la nostra società ha bisogno e in particolare il richiamo alle parole di Giacomo sulle buone opere e la fede. S. Paolo scrive: “L’uomo non è giustificato per le opere della legge ma lo è soltanto per mezzo della fede in Cristo Gesù” (Galati 2, 16). Perché allora Giacomo disse “la fede, se non ha le opere, è morta in se stessa” (Giacomo, 2, 17)?
Perché alcuni di quei credenti a cui stava scrivendo, pur avendo fede in Gesù, evitavano di compiere le opere buone, supponendo che la loro fede fosse sufficiente.
L’architettura compie opere e dall’architettura delle chiese ci si aspetta siano opere buone. Che lo siano veramente, è quanto cerchiamo di promuovere attraverso il dialogo con progettisti, committenti, artisti, fedeli: un dialogo che avviene proprio sulle opere.
Fin dai primi numeri di CHIESA OGGI architettura e comunicazione (sono già passati vent’anni) abbiamo cercato di presentare nelle opere di architettura sacra il messaggio di fede che gli architetti, in armonia con la comunità committente, propone come testimonianza di una cultura. E a tal proposito desideriamo ricordare, ora che purtroppo ci ha lasciato, il compianto Cardinale Carlo Maria Martini, ripubblicando una parte dell’intervista che ci concesse nel 1996.
Le forme, il sasso, la materia, le luci e le ombre sono preghiere? Lo diventano, là dove la comunità li percepisce tali nel momento del raccogliersi assieme per l’ascolto, per il rito. Vogliamo che la chiesa sia “bella architettura “, certo rispettando il “genius loci “ della terra che la ospita, ma le parole di Giacomo ci fanno ancor più riflettere sui valori che l’architettura è chiamata a trasmettere. Allora forse, oltre al “genius loci”, per la chiesa si richiede un “genius vocationis”: perché a chi la progetta si richiede non solo arte e tecnica, ma anche capacità di trasmettere un messaggio di fede. E all’edificio chiesa si richiede un sovrappiù di significato, rispetto a qualsiasi altra architettura.
Ogni chiesa ha una particolare dedicazione: non può anch’essa essere “letta” nella sua presenza fisica?
Non può una chiesa dedicata a s. Paolo richiamarne in qualche accenno la figura di apostolo delle genti?
O, che là dove la dedicazione sia a s. Giovanni Battista, non può ricordarne l’opera profetica? Quali sono i simboli , quali i contenuti che si sono fatti spazi, volumi, percorsi, aule, qual è la facciata , il volto stesso della chiesa? “Il segno è una cosa che, oltre all’aspetto sensibile con cui si presenta, porta a pensare qualcosa di altro a partire da sé” scrive s. Agostino (De doctrina christiana, I.1.1).
Quali sono i segni della fede scolpiti nei volumi, nelle forme, nei percorsi, nei tracciati, nelle luci, nei colori, nella materia stessa della chiesa? Non è solo la fantasia, la creatività , la tecnologia del costruito, ma anche la sensibilità dell’architetto-artista quanto porta a manifestare la “vocazione “ di quell’edificio che è chiesa ma che ha anche un nome specifico: una specifica vocazione.
La chiesa di Schoenstatt, ormai storica, progettata da Alexander von Branca, costituisce un segno ben marcato, un’espressione forte, per la fede, la tradizione locale che raccoglie, la sua natura di “scrigno” mariano.
La chiesa del SS. Salvatore a Pantelleria, con la sua presenza solare e mediterranea, si riveste di un messaggio che parla di accoglienza e di apertura. Sono due esempi che presentiamo su queste pagine: due mondi lontani, la Germania e la Sicilia. Ma anche tanto vicini. La vocazione della chiesa è universale e particolare allo stesso tempo. L’architettura sa esprimere questa complessità, e sa farlo con chiarezza.CERAMICS OF ITALY
http://pro.dibaio.com/ceramica-italianaFIERA DI VERONA
14-17 MARZO
http://pro.dibaio.com/legno-edilizia-fieraFORNITORI DEL VATICANO
http://pro.dibaio.com/trebino-campane-orologiL’ARTE DI CREARE ARTE
http://pro.dibaio.com/progetto-arte-poli
S. Em. Card. Carlo Maria Martini è scomparso il 31 agosto 2012. Desideriamo ricordarlo riproducendo una parte dell’intervista che ci concesse nel 1996, quando era Arcivescovo di Milano.

Chi progetta una chiesa dovrebbe anzitutto ricordare che essa è un edificio in cui una grande assemblea ha diritto di trovarsi a suo agio. Tra le prime necessità segnalo dunque quella del respiro: chi non respira a proprio agio fa fatica a pregare con raccoglimento…
Senza tale requisito, la chiesa può essere bella però non abitabile.
D’altra parte lo Spirito Santo è “soffio” e le chiese dovrebbero dare l’idea di questo respiro cosmico, perché una chiesa parla ai sensi del corpo, non all’intelligenza. Una seconda necessità primaria è quella di vedere bene e di sentire bene. Posso affermare che il “vedere” è stato tenuto di solito presente… Tuttavia non posso dire altrettanto per il luogo della proclamazione della Parola che pure dev’essere ben visibile e degno della sua funzione. (…)
Un’altra indicazione importante riguarda la simbologia delle forme architettoniche.
Più di una volta, entrando in una nuova chiesa, mi sono stati spiegati tutti i particolari.
Ma i simboli non sono da “spiegare”, bensì da intuire.
La simbologia degli spazi e, in genere, delle forme architettoniche, deve essere percepibile con gli occhi e con il respiro, deve lasciare a bocca aperta. (…)
Anche i colori parlano… ammiro le civiltà africane che non possono far niente senza i colori. In proposito noto da noi un’ascesi che sembra eccessiva. È vero che talora si lascia il compito alle vetrate, ai quadri o agli affreschi. Però occorre che tutto concorra alla luminosità e gioia dell’insieme, fin dal principio, senza che si debbano attendere interventi troppo tardivi (…) Mi auguro che il prossimo secolo e il prossimo millennio, rileggendo le nostre chiese, vi trovino quell’ispirazione che noi abbiamo oggi riscoperto nelle chiese dei secoli remoti e ricevano da noi quel supplemento d’anima che, a nostra volta, abbiamo ricevuto dalla tradizione e dalle grandi chiese del passato.
S.Em. Card. Carlo Maria Martini
(intervista tratta da CHIESA OGGI architettura e comunicazione 17-1996)Usa il link pro: aggiungi la stringa chiave e vedi il video correlato:
es: http://pro.dibaio.com/costruttori-cattedrali

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