FARE

Editoriale


Editoriale

Dopo aver percorso un anno intero il regno, Quattrofoglie e Saint-Sylvain andarono al castello di Fontblande dove il re s’era fatto trasportare per godere la freschezzza dei boschi.
Lo trovarono in uno stato di prostrazione, che allarmava la Corte. Gli ospiti non abitavano il castello di Fontblande, che era piuttosto un padiglione di caccia. Il segretario particolare e il primo scudiero presero alloggio nel villaggio e ogni giorno si recavano nei boschi, presso il sovrano.
Durante il tragitto, incontravano spesso un piccolo uomo, che se ne stava in un gran platano cavo della foresta. Egli si chiamava Mousque ed era tutt’altro che bello, con la sua faccia camusa, i suoi zigomi sporgenti e il suo largo naso dalle narici affatto rotonde. Ma i denti quadrati, che le labbra scoprivano in risate frequenti, davano luce e piacevolezza alla sua figura selvaggia.
Nessuno sapeva come si fosse impadronito del gran platano cavo; ma egli vi si era fatta una bella camera, fornita di tutto il necessario. Veramente gli abbisognavano poche cose. Viveva della foresta e dello stagno, e viveva benissimo.
Gli si perdonava l’irregolarità della sua condizione perchè era servizievole e sapeva piacere. Quando le dame del
castello passeggiavano in vettura nella foresta, offriva loro, in cestelli di vimini, da lui stesso intrecciati, favi, fragole
di bosco o il frutto amaro e zuccherato del ciliegio.

Era sempre pronto a dare un colpo di spalla ai carri affondati nella mota e aiutava a ritirare il fieno se il tempo
minacciava. Senza affaticarsi, lavorava più degli altri. La sua forza e la sua agilità stupivano. Con le mani spezzava le mandibole d’un lupo, afferrava una lepre in corsa e s’arrampicava sugli alberi come un gatto.
Per divertire i bambini, fabbricava dei flauti, dei piccoli mulini a vento e altri giocattoli.
Quattrofoglie e Saint-Sylvain sentivano spesso dire nel villaggio: "Felice come Mousque".
Questo modo di dire li colpì, e un giorno, passando sotto il gran platano cavo, videro Mousque che giocava con un cucciolo e pareva contento come il cane.
Gli domandarono se era felice.
Mousque non sapeva che cosa fosse la felicità.
I gentiluomini glie ne spiegarono in quattro parole il concetto.
Dopo aver pensato un poco, rispose di sì.
Allora Saint-Sylvain gridò impetuosamente:
“ Mousque, noi ti diamo tutto quel che puoi desiderare: oro, un palazzo, zoccoli nuovi, quel che vuoi. Dacci la tua
camicia.”
Il buon volto di Mousque espresse non il disinganno e il dispiacere, che era incapace di provare, ma una grande
sorpresa.
Egli fece segno di non poter dare quel che gli chiedevano.
Non aveva camicia.

Anatole France
(pseudonimo di Jacques Anatole Thibault)
(Parigi, 16 aprile 1844 – Saint-Cyr-sur-Loire, 12 ottobre 1924) è stato uno scrittore francese, Premio Nobel per la Letteratura nell’anno 1921.

Ricevette un’istruzione classica presso l’Institution Sainte Marie prima e al Collège Stanislas poi, uscendone nel
1862 senza aver brillato e ottenendo il baccellierato nel 1864. Già dal 1863 iniziò a collaborare a riviste bibliografiche, come il Bullettin du bouquiniste, lo Chasseur bibliographe e l’ Intemediaire des chercheurs et des curieux, finché non fu assunto nel 1867 dall’editore parigino Lemerre come lettore, ossia con l’incarico di proporre e curare la pubblicazione di nuove opere; al 1868 risale il suo primo scritto, un saggio su Alfred de Vigny. In occasione della rivoluzione comunarda non prese posizione, preferendo allontanarsi da Parigi, dove rientrerà solo alla fine del 1871.
Cominciò a scrivere poesie, due delle quali furono pubblicate nel 1872 nel Parnasse Contemporain, cui fa seguito, l’anno dopo, il volume di poesie, di fattura parnassiana, i Poèmes dorés (Poemi dorati). Nel 1875 cura la terza antologia poetica del Parnasse Contemporain, e l’anno dopo, tratto da una ballata di Goethe, pubblica il dramma in versi Les noces corinthiènnes (Le nozze di Corinto).

Scrittore ormai affermato e ricercato nei salotti, legato di amicizia con Ernest Renan, pubblica nel 1882 Les désirs de Jean Servais (I desideri di Jean Servais) e nel 1883 Le livre de mon ami (Il libro del mio amico) e collabora come critico letterario a diversi quotidiani. Il risultato di queste collaborazioni sono i quattro volumi de La Vie littéraire pubblicate dal 1888 al 1893 dove lui, classicista, non esita a polemizzare apertamente con il creatore del naturalismo Émile Zola e con il poeta parnassiano Leconte de Lisle, dal quale fu perfino sfidato a duello.

Insignito della Legion d’Onore, celebre in tutta la Francia, amante dell’antichità classica, viaggia anche in Italia e prosegue la produzione letteraria con il romanzo Le lys rouge (Il giglio rosso) del 1894 e i racconti Il pozzo di Santa Chiara (1895), mentre ne Le jardin d’Épicure (Il giardino di Epicuro) affronta con ironia temi filosofici, volgendosi a dimostrare quanta irrazionalità vi sia nella società contemporanea.

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