| ...la casa in campagna, bella bellissima
appartata solitaria, la casa rifugio, la casa della fatica, la casa del
contadino.
in dialogo con Giovanna Peroni
Nel "Memoriale" leggo. " Come sempre,
mi consolai camminando per la strada verso casa mia".
Mi racconti che cos'è per lei la "sua" casa; e la "casa"
nei suoi romanzi.
Posso dire che non ho mai vissuto in
una casa che mi sia piaciuta e che abbia sentito completamente mia. Forse
quella della primissima infanzia, quando abitavamo ancora con i miei nonni:
era una grande casa per una grande famiglia, e offriva molte occasioni
di gioia di scoperte di conoscenze. Mi piaceva. Poi ho vissuto sempre
in case che non mi sono mai piaciute non mi piaceva neppure quella dove
ho passato la mia adolescenza e la mia prima gioventù in Urbino.
Era la mia casa, l'amavo, ci stavo con i miei genitori ma non mi piaceva.
Dopo aver lasciato Urbino, la mia casa per anni è stata la stanza
d'affitto o la stanza d'albergo.
A Ivrea poi ho avuto per un periodo una bella casa: aveva anche il giardino
e il piccolo orto, e guardava il fiume Dora e le montagne perchè
era in collina. La ricordo molto volentieri con una grande magnolia al
centro del giardino.
Vi sono entrato sposandomi e vi sono nati i miei figli: la ricordo bene
per questi bei giorni della mia vita. Era bella, ma non era la mia casa.
Sono più fastidiose le case presuntuose, dove la mancanza di cultura
è più grave perchè rifiuta quella propria precedente,
e si accoda a quella imperante senza discuterla. Cioè imita.
L'imitazione contraddistingue grandi strati
della nostra piccola e media borghesia. La casa dove abito è di
questo tipo ma le cose che ho intorno sono di altro tipo. Le vede. Le
ho scelte io o mia moglie incontrandole, direi riconoscendole.
Ma di Gerolamo Aspri ricordo la
scoperta di Ca l'ala...
...la casa in campagna, semidiroccata, bella bellissima appartata solitaria.
La casa rifugio, la casa della fatica, la casa del contadino con tutte
le stagioni davanti, con percorsi astrali propri.
Da noi sembra che le case dei contadini sulle dosso. colline, per l'aria
tersa, abbiamo un proprio cielo il proprio percorso astrale. Sembra che
le stelle siano disposte in modo distinto per ogni casa.
Questa à Ca l'ala, dove ho amato abitare insieme con Gerolamo Aspri
che vi ha passato notti fredde e vi ha sofferto. Però aveva un
legame con questi vecchi muri che una volta avevano difeso una famiglia.
E Trasmanati...
E' importante la casa in Urbino dell'avvocato Trasmanati,
nobile di primo rango. Il palazzotto è scuro però bello,
pieno di libri, di bei quadri, riempito malamente, a casaccio, dove è
chiaro che non vi ha mai vissuto una donna, o qualcuno che abbia fatto
delle scelte o posto un ordine.
Questa casa è un groviglio di sentimenti e di risentimenti, di
ombre, di odori, di misteri, di confusione, di cose belle e di cose brutte
e tutto questo racconta la storia di un uomo in conflutti con la società
che porta questo conflitto anche nella sua vita e nella sua casa, che
si agita e si scontra fra i suoi mobili, i suoi quadri, i suoi libri anche
se queste cose lo aiutano, lo proteggono, gli sono amiche. Gli servono
per vivere. E cos“ la casa ha una sua bellezza. Un suo fascino.
Un silenzio urbinate. E una certa umidità un certo odore di muffa
che è nella vita nella storia e nel clima di Urbino, che io ho
percepito nell'infanzia e che mi è rimasto addosso.
E lo si ritrova nelle sue pagine. "Quando arrivai
sotto casa, nell'angolo in cui le siepi, gli alberi, il cane, il piazzale
stanno sempre tutti insieme ad aspettarmi, alzai gli occhi... ".
E ancora, un suo ricordo infantile nel clima e nell'ambiente urbinate.
"Da bambino tenevo le imposte aperte, non tanto per paura quanto
per non isolarmi del tutto e avere argini al sonno, quasi uno spazio dove
rigirarmi e tentare qualcosa con una mano".
Mi è rimasto addosso Urbino, come mi è rimasto
addosso il problema della casa. Lo sento molto: e ho una casa a Urbino
e l'ho anche risistemata, ma non è la casa nella quale andrei a
vivere, cioè la mia casa ideale.
Mi ha incuriosita. Che deve offrirle questa casa che lei desidera da sempre,
che non ha mai saputo avere?
Provo a descriverla.
Una casa padronale di campagna, non lussuosa, di grande comodità
e di grande civiltà artigianale non lontana da una cittadina delle
Marche, come Urbino o Urbania o Cagli. Con molte stanze, anche spoglie,
per poter vagare dentro la casa. E scale: amo l'animazione delle scale,
potere muovermi su diversi piani. E poi la cucina, La casa deve essere
disposta in modo da consenuna grande cucina con la dispensa, pure abbastanza
grande. Mobili semplicissimi, di legno, non pezzi di antiquariato ma domestici.
Questa casa assomiglia a quella di Albino Saluggia (Memoriale) che pure
guardava verso un luogo d'acqua, il lago invece del fiume, e anche i paesaggi
sono quelli che io vedevo dalla finestra della
casa di Ivrea.
Da Ivrea sono venuto a abitare a Milano, in questa casa, che non mi piace.
Non ha neppure posto per tutti i libri, e lo studio dove io possa appartarmi:
a una certa età ci si accorge di aver bisogno di un rapporto con
un luogo proprio, esclusivo.
Nella Macchina Mondiale vi sono le case dei contadini del preappennino
quelle della borgata di mia madre; ma non è giusto dire borgata
perchè non è che ci sia il paese: sono case sparse, poderi.
In questa zona preappenninica la casa è di solito bella, davanti
ha il pozzo e l'orto, e poi i campi; e è ombreggiata da alberi
da frutta, grandi noci e fichi. Il pianterreno è una stalla e il
posto per gli attrezzi agricoli, e lì la famiglia trova un riparo
immediato durante il giorno. Per la scala, spesso esterna, si sale all'abitazione.
Una grande cucina e le stanze da letto.
Sono molto belle queste case per le loro virtù domestiche,
e per il modo in cui vi si svolge la vita della famiglia. Tutto è
fissato. Tutto è stabilito. Un chiodo è un punto di riferimento
sul quale si lascia una cosa, non un'altra. E' bello anche il modo stesso
con cui è stata costruita la scala, e il camino dove le donne cucinano
e dove la famiglia si raccoglie l'inverno per riscaldarsi. O almeno si
raccoglieva fino al 1950, '55.
Ne sono rimaste poche di queste case. O sono state trasformate malamente
dai contadini per adattarle ai servizi attuali, con il rifiuto del passato;
o sono state abbandonate e diroccate dalle intemperie; o non sono più
case contadine ma villette adattate da gente della città "per
il ritorno alla natura" ma senza profondo amore e rispetto della
natura.
Le più belle, quelle a volte di impianto cinquecentesco, sono come
la villa di campagna della contessa Carsidoni ne
"La Macchina mondiale ".
In tutti i suoi libri c'è il suo amore per la
campagna. Leggo. " Io non potrei vivere in città, pensavo,
dove mi sento solo e dove vedo benissimo che la gente è cattiva,
troppo furba e interessata ". " Trovare una strada è
una fatica e così sapere dove andare. Io amo la campagna che dice
prima, con strade e viottoli, che cosa si deve fare e che si fa vedere
tutta onestamente. Amo la campagna più ancora del mio stesso paese
".
Nel suo ultimo romanzo " Corporale ", come sono le case?
Sono di diverso tipo. Appartamenti che sono quel che sono,
dove si può star bene e dove si può star male. O che si
può rendere piacevoli con il proprio gusto, e la capacità
di scegliere e la propria vita e gli oggetti intorno, per animarla. Oppure
sono quegli appartamenti squallidi monotoni uguali, con gli stessi mobili,
con le stesse seggiole, con le stesse lampade, con gli stessi soprammobili.
E lo stesso odore.
E' il grande anonimato della città e della cultura di massa. E
io non li disprezzo, sono confortevoli. Sono confortevoli quando non sono
presuntuosi. E mi piace che la famiglia piccolo borghese e la famiglia
dell'operaio abbia i suoi tre vani, la cucina, i doppi servizi e il salottino.
Magari tutti l'avessero, sarebbe un vivere al caldo e ben protetti, godendo
di certi servizi che può apprezzare meglio chi non li ha avuti,
di chi li ha sempre avuti.
La casa deve essere disposta in modo da consentire tanti percorsi, e dare
una costante soddisfazione con l'ambiente, e quiete e la quiete deve essere
il rapporto con il luogo che si sente proprio.
E' questa la mia casa ideale. E deve avere anche il poggio, delle belle
querce, il frutteto, e i boschi vicini per avere frotte di uccelli migratori,
per darmi il carattere delle stagioni.
Se non fossi costretto a vivere in città e a lavorare per l'industria,
mi ritirerei in una casa così senza rimpianti della vita cittadina.
Il paese mi piace, anche la vita di paese: paese che non dovrebbe avere
nemmeno la dimensione di Urbino che è già la dimensione
di una piccola città e che non si può controllare e vivere
per intero. No. Un paese che abbia massimo duemila abitanti, così
che la vita sociale sia tutta stabilita, rituale, di incontri certi e
dove tutti in qualche modo siano sempre presenti e partecipi di tutto
quello che capita nella vita comunitaria. Questo mi piacerebbe. Dovrebbe
pero essere un paese rurale, delle mie parti, di qualche vallata marchigiana
(mi porto addosso anche questo). Penso al nome di Frontone, anche di un
luogo un pò' più grande come Fossombrone. Anche Sant'Ippolito
o Sant'Angelo in Va do o Sant'Angelo in Lizzola, però dicendo che
amo questi paesi credo di cadere in un'indulgenza letteraria. Vivendoci,
dopo un po' potrei essere sopraffatto dalla noia e dal tedio, e anche
dal calore di tanti rapporti, e finirei per desiderare di ricacciarmi
in città dove almeno in qualunque ora del giorno e della notte
si può fare
quello che si vuole se si dispone di un minimo di libertà, e ci
si può arrabbattare a sfuggire gli altri e a fare delle scelte
dettate dalla propria urgenza psicologica o dalla propria nevrosi.
Però del desiderio della casa in campagna sono sicuro.
Anche della campagna. "Prima di tornare a casa,
continuai a girare per la campagna senza timore, con slancio, anzi, e
sentivo il mio vigore espandersi in a me e nello stesso tempo mantenersi
caldo e compatto come una tana ". Ma in questa casa dalla lunga sequenza
di ambienti, discosta dall'abitato, per lei è il rifugio per rendersi
imprendibile dalla società, dal suo lavoro nell'industria, che
pure è bello e che lei ama, ma non è il lavoro che ha dato
la vita a Albino Saluggia, Anteo Crocioni, Gerolamo Aspri. E all'avvocato
Trasmanati e Ivana Colnaghi e Imelda Contarini. Nella casa ideale lei
vorrebbe che abitasse Paolo Volponi, scrittore. E basta.
Ma per partire per la mia casa ideale dovrei prima pormi
infiniti problemi pratici. Primo, la mia famiglia. I miei figli sono piccoli,
vanno a scuola e in una casa in campagna non ci starebbero. Sto a Milano
anche perchè i miei figli hanno qui un ambiente abbastanza ordinato,.
organizzato. Milano è ancora una città abbastanza ben amministrata;
dispone di buone scuole, dà ancora degli esempi morali, non è
ancora del tutto corrotta. C'è la presenza del lavoro. C'è
uno stimolo a una certa moralità nei rapporti.
Ha anche aspetti negativi, l'aria. Se uno viene da fuori sente che l'aria
ha uno strano Sapore e anche uno strano odore. E' una città senza
vento e senza cielo; però la sua vita sociale è abbastanza
ricca, vivace, e ospita molteplici presenze. C'è la presenza dei
giornalisti, delle case editrici, del teatro, degli artisti, del mercato
dell'arte, della finanza, dell'industria, del sindacato, dell'università.
Cioè è una città senza un padrone, è una città
con una una grossa libertà: è una città popolare:
è una città abbastanza cordiale, ritagliata sulla discrezione
in certe parti. é chiaro che questo ha dei risvolti, come una certa
violenza, una certa tensione. Però, ripeto, è una città
con una sua moralità. Certamente c'è una tensione sociale
che non è soltanto in termini negativi di violenza e di criminalità,
ma anche di ricerca, di progetto.
In questo è molto meglio di Roma, e meglio anche di altre città
italiane. Meglio anche di Torino. Torino è una città monoculturale
che soffre una dura crisi: è una città importante forse
come Milano e se riesce a risolvere questa crisi e a superarla e ad affermarsi
in un buon rapporto con tutta la sua area regionale, costituirà
un esempio importante di città industriale, di nuova città
industriale.
Come vede Milano negli anni futuri?
Non mi sono mai posto questa domanda. E' un problema politico.
Mi sembra bene impostato dalle forze migliori della politica, della cultura
milanese, degli urbanisti milanesi. E un problema dell'area milanese,
dei rapporti fra Milano e la Lombardia fra Milano e le città che
la alimentano (dalle quali provengono i pendolari), e con le quali ha
uno scambio intenso sul piano economico.
Molto spesso (io almeno che vivo a Milano da pendolare a rovescio, da
forestiero, standoci molte volte solo il sabato e la domenica, chiuso
dentro casa o dentro un cinema) dimentico che Milano ha intorno la Lombardia
che è una regione bellissima che ha i laghi le colline e le montagne
vicinissimi, e zone di pianura molto belle. Dimentico, perchè non
conosco la Lombardia. Non sono mai stato lungo il Ticino, nè in
Brianza. Neppure conosco i laghi.
Tenendo conto della sua regione, Milano dovrebbe svilupparsi con l'organizzare
un rapporto sempre più fresco, più attivo con le zone intorno,
rapporto di tipo economico umano, culturale... ricevere e dare, con uno
scambio che la tenga sempre ordinata e sciolta. E poi, costituendo dei
parchi; costituendo dei centri satelliti; stabilendo dei rapporti velocissimi
con dei centri nuovi residenziali ben attrezzati, che sappiano inserirsi
nelle bellezze della Lombardia, nel suo paesaggio ancora non deturpato.
Anche se temo che pure qui lo sviluppo disordinato abbia compromesso tante
zone.
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