| La casa dello scrittore
a cura di Giovanna Peroni
Carlo Bo scrive che Piero Chiara ha il gusto di raccontare
delle storie strappate alla realtà, con uno straordinario senso
dell'immediatezza. Che si ha l'impressione che si sia divertito per primo
alle vicende che intendeva raccontare; e che per Chiara il racconto si
identifica con il gusto stesso della vita così com'è, senza
classificazioni, senza giudizi, con il piacere dell'avventura e delle
piccole favole di paese, sempre grazie al grado d'intensità della
sua partecipazione: insomma è stato prima di tutto un attore delle
sue storie. L'unico codice che conta per Chiara è la vita con le
sue contraddizioni, con i suoi eterni errori, con la sua curiosità,
e specialmente la vita sotterranea nascosta alla strada, dove i protagonisti,
meschini, seguono una loro logica personalizzazione che sfugge al teatro
delle grandi rappresentazioni.
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Per la vita minuta quotidiana tragica
e comica dei suoi personaggi molto hanno dato a Chiara le lezioni
dei picareschi spagnoli. Appartiene alla letteratura di vita, alla
letteratura vissuta.
Geno Pampaloni scrive che il personale genere letterario di Chiara
potrebbe definirsi il romanzesco del pettegolezzo. Che il Teatro dei
suoi personaggi è sullo scenario di una società pigra
e provinciale, dominata dal mito borghese della rispettabilità
e da immortali abitudini; dall'altro lato è invece incredibilmente
agitata da estri, umori, innocenti manie e spregiudicato gusto dell'avventura. |
Piero Chiara denuncia subito la sua comicità erotica
al lettore, riportando, a dedica del volume, queste parole di Boccaccio:
" ...a raccontarsi mi tira una novella di cose cattoliche e di sciagura
e d'amore in parte mescolate ". (Decameron, Giornata seconda, Novella
seconda). E ancora: " ...io vi voglio mostrare il più nuovo
squasimodeo che voi vedeste mai ". (Decameron, Giornata Ottava, Novella
quinta).
Sulla sovracoperta dei suoi romanzi è scritto:
" Piero Chiara è nato a Luino nel 1913. Interrotti gli studi,
dopo vari tentativi di lavoro in Italia e in Francia, li riprese e iniziò
una carriera statale. Stabilitosi dopo qualche anno a Varese, in seguito
ad una condanna del Tribunale Speciale fascista si rifugiò in Svizzera,
dove insegnò al liceo italiano di Zug. Nel dopoguerra si dedicò
alla letteratura curando varie opere antiche e moderne e collaborando
a riviste e giornali, ma sempre con l'occhio alla narrativa, sua antica
aspirazione. Abbandonata da anni l'Amministrazione della Giustizia nella
quale, pur con larghe interruzioni, aveva fatto poca carriera e molta
esperienza, si dedica interamente alla narrativa, alternando la fatica
dello scrivere agli ozi e alle distrazioni della vita provinciale: la
più ricca d'emozioni e di sapore umano ".
Ma non è tutto. Altro, e curioso e divertente, lo racconta ora
Chiara chiaccherando con me della sua casa e della casa nei suoi romanzi.
Mi sono gettato dal tetto
- Ho appena scritto un racconto sulla casa della mia infanzia, per il
" Corriere dei Ragazzi " uscirà presto - mi dice. E la
storia di una mia impresa, quando avevo dodici o tredici anni. L'impresa
è questa: mi sono gettato dal tetto di casa con una specie di paracadute,
improvvisato da me, a rischio di spappolarmi sul terreno: ma ho scelto
un giorno di mercato e così sono finito sopra una delle tende che
coprono i banchi. E ho sfondato tutto.
- Era un banco di frutta!?
- No, di chincaglieria, quelli con pettinini specchietti bottoni, tutte
queste cosette, e l'ho proprio inquadrato questo mio volo in quella che
è la casa della mia vita e del mio destino, e che è l'antica
casa Zanella di Luino, davanti al porto, che c'è in tutti i miei
romanzi, con la doppia scala in granito e il balcone barocco.
Questa casa del '600
Questa casa nel '600 era dei miei vecchi, e io ci sono nato forse proprio
in stanze remote, sotto i tetti; e sono cresciuto abitando quei locali
che erano carichi di forme barocche e che hanno finito con l'influire
sul mio gusto col formarmi una mentalità non dico barocca, perchè
la mia mentalità non è certo barocca, ma col darmi l'idea
che la forma che abbiamo avuto attorno nell'infanzia è molto importante
nella nostra vita. E io ho vissuto dentro a queste modellature seicentesche
e settecentesche, a questi vecchi mobili, balconi sinuosi, scale, balaustre,
Gli stessi comignoli erano un capolavoro. E io ci vivevo sul tetto, e
nelle cantine: esploravo tutto da capo a fondo. Era una casa di forse
trenta locali, e in parte magazzini, ripostigli: sono cos“ le antiche
case di paese. Dentro un'ala di quella casa, prima ancora che nascessi
si era installata una trattoria, che si chiama " Delle due scale
" e poi ci stava un sarto da una certa parte, e da quell'altra un
salumiere. Noi eravamo finiti in una parte di questa casa, però
io la giravo tutta, era piena di misteri e ho scoperto armadi che non
si aprivano da centocinquant'anni. Ho ancora qualche relitto di questi
ritrovamenti. Poi sono andato in un Collegio dei preti, perchè
ero un po' troppo discolo, e quando sono tornato era morto quel vecchio
zio che amava più degli altri questa casa, e mio padre e mia madre,
che amavano la campagna, si erano fatti fare una casa verso la periferia
del paese con un bel pezzo di terreno attorno. Mio padre era un solitario
e voleva dedicarsi al giardinaggio. Questo l'hanno fatto nel 1923 e per
quarant'anni mio padre ha goduto la sua casa e il suo giardino. E morto
a novantasei anni, tranquillo. Aveva avuto quello che desiderava: il giardino
e la casa, saliva e scendeva, e scendeva e saliva da uno all'altra.
La vecchia casa dove sono nato
Questa è stata la mia seconda casa, che ho abitato saltuariamente:
la mia vera casa, la casa della mia vita e del mio destino come ho detto,
e che ha permeato con le sue forme la mia mentalità, è stata
la vecchia casa dove sono nato, davanti al porto, nella parte più
antica del borgo, fra la Chiesa e il lago.
Nella strada che fiancheggia la casa dove sono nato, la via Felice Cavallotti,
una volta via dei Mercanti, ho ambientato tutti i miei romanzi. "
Il piatto piange "si svolge lì intorno; la casa de' "La
spartizione " è in quella via, e lì vanno e vengono
le tre sorelle.
- E come le ricordo (come no), Fortunata Tarsilla Camilla.
- Altri miei racconti sono legati a questa strada e a questa casa, anche
se parlo di altre case e di altri avvenimenti. Dopo ho avuto camere ammobiliate,
non case, nei miei viaggi nelle mie soste in Svizzera e in Francia. Solo
a Zug, quando insegnavo al Collegio Montana ho avuto due camere per me.
Una casa l'ho avuta solo quando mi sono sposato la prima volta, e qui
a Varese, dove sono rimasto. Ho anche scritto uno dei miei primi racconti
proprio sulla mia prima casa all'ultimo piano, dalla quale vedevo la vita
della città. Era in centro. Poi sono passato in un'altra, lontana
pochi metri dalla prima, e lì ho abitato per venti anni, sempre
all'ultimo piano. Sentivo i rumori della città e della gente sotto
i portici, e quando mi stancavo di leggere prendevo l'ascensore e nel
richiuderlo alle mie spalle ero giù fra la gente: mi stancavo del
caffè e degli amici, riaprivo l'ascensore e subito ero di nuovo
nella solitudine del mio piccolo regno.
| Da una decina di anni mi sono sistemato qui,
questa però è la mansarda, sotto ho la casa dove vivo
dove mangio dove leggo il giornale, dove guardo (raramente) la TV
dove ho la gran parte dei miei libri e dove ho quei cimeli che si
raccolgono nella vita. Però in casa c'è la cucina e
i suoi odori, c'è mia moglie che va e viene, c'è una
donna di aiuto che è con me da trent'anni e che è diventata
come le oche del Campidoglio, e con il suo piccolo chiasso movimenta
la casa, ma dà anche fastidio e allora giù ci posso
lavorare nelle prime ore del mattino o nelle ore tarde della sera.
Per lavorare durante il giorno ho uno studio in città, come
un avvocato o un notaio, con un'impiegata, dove tengo anche la mia
piccola amministrazione. |
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Da lì vado nelle Banche, negli
uffici e anche al caffè. Qui, dove siamo, ho fatto fare io questa
specie di isola mansarda, che avrei potuto fare in montagna: ho preferito
qui perchè la raggiungo con venti scalini, pochi minuti e sono
già lontano da tutti con davanti la vista della catena delle Alpi
del lago della campagna. Rumori niente e anche qui lavoro e qui vengono
a trovarmi gli amici e chi viene come lei da fuori, sempre per il mio
lavoro. Già è troppo intimo, ci sto malvolentieri a lavorare:
sono convinto che quelli che lavorano in casa finisce che quello che fanno
sa un po' di cucina. Insomma bisogna lavorare in un ambiente dove si senta
l'odore dei libri. Si lavora bene nelle biblioteche private: è
un mio sogno, e in quelle case dove nella biblioteca hanno in un angolo
un mappamondo, e nel mezzo un tavolo infinito. Io vorrei avere un tavolo
di quaranta metri perchè quando comincio un lavoro lo interrompo
sempre, e se lo dovessi mettere via non ci penserei più, deve rimanere
lì“, aperto, steso tutto sul tavolo. Ogni mio lavoro deve
cominciare con un suo spazio e non deve essere più mosso fino a
che è finito. E ho più tavoli con sopra lavori avviati,
qui, sotto, è nello studio in città.
Tanti tavoli per quarante metri
- Se li accosta questi suoi tanti tavoli superano i quaranta metri. Il
suo desiderio è realtà. Anch'io desidero un tavolo un po'
lungo, un pò' largo, diciamo due metri, ma ormai dimentico anche
di desiderarlo. E fumando un sigaretto biondo lungo, già con appiccicato
un bocchino bianco, proprio svizzero, ciarliamo per un p0' dei tavoli
e delle librerie, fino a che ricordo che dobbiamo parlare, e glielo chiedo,
delle case nei suoi romanzi.
- Ne' " Il piatto piange " - mi risponde non c'è un gran
che di case.
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C'è qualche intemo. (Il film io non l'ho
visto, e taccio). Invece- ne' " La spartizione " c'è
la casa delle tre sorelle nella quale va a prendere il caffè
il Paronzini (Emerenziano, dico io, alias Tognazzi) il protagonista,
che poi sposa una delle tre sorelle e si impianta a vivere in questa
casa, che è la casa che nei miei romanzi ho curato di più,
perchè è il simbolo di quel genere di vita e di quella
mentalità. é vecchia tramandata dai nonni, dal padre
defunto di quelle tre zitelle che hanno lasciato tutto intatto con
i gufi impagliati, le mostruosità con le quali il padre si
dilettava come fossero dei cimeli straordinari; e c'è il giardino,
anche quello tutto addomesticato, tutto chiuso da un' altissimo muro,
e casa e giardino formano un qualcosa di chiuso, di protetto. |
Certe estrinsecazioni dell'animo urnano,
in bene o in male, secondo me vanno chiuse come dentro a un alvo, a una
conchiglia che è la casa, che le condiziona o le aiuta a formarsi.
Quindi la casa, il camino, le poltrone che portano ancora l'impronta dei
corpi dei vecchi che ci si sono seduti per anni, i letti pesti, per quanto
rifatti ogni mattina, che hanno proprio dentro il respiro dei morti, tutta
questa casa, cos“ ben delimitata incisa quasi all'acquaforte, mi
pare una delle cose essenziali del romanzo.
Le inferiate in alto ai muri
- Insomma è la casa dove non si è visti nè uditi,
se lo si vuole neppure dai familiari, solo dai morti.- E dove le tendine,
le lamiere sulle inferiate in alto ai muri escludono ogni sguardo, ed
è proprio quella la casa sulla quale si fantastica di più
e che si arriva a ricostruire quello che avviene dentro solo con l'aiuto
dell'immaginazione. La spaventosa chiusura che le tre donne aprono tanto
quanto da potere vedere la scala, e poi !brurn! si chiude, stimola e alimenta
la curiosità.
Tognazzi è bravissimo
- Non la nostra, perchè Piero Chiara ci porta nel giardino "
tutto circondato da muri altissimi e da facciate cieche ", e in tutte
le stanze della casa; e nel film abbiamo anche visto le belle gambe "
torce di polpa " di Tarsilla, le mani di fata di Camilla, e la splendida
capigliatura di Fortunata, e soprattutto Tognazzi: Emerenziano Paronzini
sia con "quell'aspetto cornposto e a prima vista distinto ",
e sia dopo...
- Sì, Tognazzi è stato bravissimo,
anche Lattuada, e l'architetto che veramente ha ricostruito la casa come
io l'avevo vista per il romanzo.
Il pretore di Cuvio
- E la casa (e che casa!) nel romanzo del dottor Augusto Vanghetta? "
che di forza propria, cioè con esami regolari, non sarebbe mai
diventato nè avvocato nè notaio e tanto meno giudice o pretore..
". " Riformato alla visita militare, piccolo, tozzo, grasso,
un po' gobbo, con una barbetta sale e pepe".
- La casa de' " Il pretore di Cuvio " è una villa di
uno dei paesi delle nostre valli, di Cuvio per esempio, che viene affittata
e ammobiliata con i mobili di famiglia di questo Pattavuncia, cioè
patta unta, magistrato e poi avvocato. Anche questa è la casa della
colpa perchè da questa casa lui evade continuamente in cerca di
casini, di amorazzi, ed in questa casa sboccia anche il fiore della passione
di Evelina, la sua moglie monacale che sembrava distrutta da un male segreto,
male causato dall'infelicità di avere un tal marito. L'amore sboccia
fra Evelina e il giovane collega e sostituto del marito, anche lui lontano
da ogni pensiero d'amore e anzi pare negato alle donne, effemminato, molto
di chiesa: una persona garbatissima. Scoppia questa passione che ridona
la salute e la giovinezza a Evelina e che si corona con la nascita di,
un figlio, illegittimo naturalmente. E il Pretore che è dedito
a tutte le donne che può conquistare, si trova davanti a questa
incredibile situazione che non può attribuire
al suo sostituto o collega, perchè esclude che sia capace. Questa
tragedia e questa felicità sono vissute nella casa con la scala,
nella parte abitata dalla moglie e dalla cameriera e dal sostituto (perchè
anche lui dorme e vive in casa, così aveva voluto il pretore);
e sotto nello studio e alloggio del marito, marito che però aveva
la porta chiusa della camera da letto della moglie. Il pretore fa pedinare
la moglie, non scopre nulla e nel segreto teme che nella stanza di sopra,
durante la notte, avvenga quello che lui non vuole neanche confessare
a se stesso. E allora a ogni rumore che proviene dai mobili vecchi che
crepano e scricchiolano nella notte, dai pipistrelli che si annidano nel
solaio, dagli infiniti rumori di una vecchia villa, tutti quei rumori
si moltiplicano nella sua mente e per tutti trova una spiegazione diversa,
ma pensa che siano dagli incontri notturni della moglie e si ripercuotono
nei legni e dai legni in sibilanti coltellate nel suo cuore. E lui, il
pretore, addirittura sale sul tavolo per tendere l'orecchio al soffitto,
per cogliere, tradurre questi rumori. Ma nessun rumore può dare
la certezza di un fatto. Ma lui non sale di sopra, no, non vuole salire,
non vuole, qualche cosa glielo impedisce, e ascolta... La moglie ha chiuso
a chiave le porte che portano al piano di sopra, e dorme con Mario Landriani
in una stanza lontana. La fedelissima cameriera è la garanzia che
non possono esserci scambi di camera o
percorsi notturni, ma il pretore moltiplica questi rumori, li interpreta,
e una notte si mette lui a fare dei rumori per disturbarli per fare capire
di sopra che lui veglia che lui è attento che lui ascolta e nasce
così la sua follia.
La casa in città è una vetrina in
provincia no
Il mondo della provincia è tutto articolato
nella casa. In città la casa è spesso una vetrina, in provincia
no. Io poi odio le case fredde, senza passato, arredate da altri, sono
anonime e difficile imprimere a queste case la propria per-
sonalità perchè sono dominate da mobili da forme che appartengono
a un'idea della forma, non a un'idea dell'uomo. Mentre le vecchie case,
per l'uso continuo, la disposizione stessa dei mobili e una quantità
di cose impercettibili per proiettare la personalità del capofamiglia
e del suo comportamento. Ho ancora, sotto, un vecchio mobile che era dei
miei vecchi e dico la verità quando poso la mano su quel legno
mi pare di prendere contatto con mio padre, con i miei vecchi zii, con
i miei nonni.
- E nel " Balordo"?
- Nel " Balordo " c'è una casa: non c'è romanzo
che non ci sia qualche casa, ma il temadella casa non è dominante.
E' dominante il tema del peregrinare su e giù in Italia che fa
il protagonista e non ha mai una casa sua, vive a lungo in un'osteria
quando è confinato nel meridione, e prima di partire per il confino
è ospite in casa di uno che suona nella stessa orchestra dove suona
lui, un'orchestra di paese. Anche la casa dove vive con le figlie è
appena accennata
e solo per dire da dove uscivano i suoni del suo pianoforte quando suonava
la notte.
I giovedì della signora Giulia
- " I giovedì della signora
Giulia ", è stato dato in televisione a puntate.
- Sì, è un racconto nato per un giallo televisivo, che io
ho scritto come guida alla sceneggiatura e che ho poi pubblicato avvertendo
che non si tratta di un romanzo e che non ha l'impegno stilistico e linguistico
che è necessario a
un romanzo. L'ambientazione, la psicologia dei personaggi,
le tensioni e le passioni che operano in questa storia sono a livello
degli altri libri, ma stato scritto per la Televisione e non sapevo
n chi sarebbe stato il regista n gli attori che l'avrebbero
interpretato. La villa della signora Giulia, dove si compie il delitto,
ha molta importanza per la disposizione delle stanze, e diventa la chiave
del delitto. una villa con il parco, e le ville con il parco sono state
l'ossessione della mia giovent perch sono cresciuto dove vi
erano stupende ville, come quella della contessa Crivelli Serbelloni e
erano e sono il grande richiamo alla mia fantasia.
La casa romana
- Ne' " Il Satiricon di Petronio Arbitro "?
- Nel " Satiricon " c'è la casa romana abbastanza visibile.
Vi sono più episodi che avvengono nelle case di una città
del meridione, che aveva già secoli alle spalle. E possibile leggendo,
ricostruire le case e una certa urbanistica e il mercato e i lupanari
e il circolare dei giovani per le strade. Però è un fatto
archeologico.
Anche nei libri " Con la faccia per terra "e " Sotto la
sua mano " la casa non è importante e non è un simbolo.
La mania dei tavoli
- Su tutti i suoi tavoli coperti di fogli e libri, che cosa sta nascendo?
- Questo sì, ho proprio la mania dei tavoli, ma ho anche un'altra
mania che è quella di avere un letto in tante case Racconto. Ho
una casa anche a Luino, una casa modesta, era quella dove è morto
mio padre, non la abito, l'affitto, però ho tenuti per me alcuni
locali. Più avanti, sul lago, ho una vecchia bicocca crollante
dove c'è solo un locale abitabile ma che non abito. Ho avuto (adesso
non l'ho più) a metˆ strada fra questa cittˆ e il mio
paese di nascita, una cascina con un bel terreno attorno. Ho sempre desiderato
di avere più luoghi, non case, qua e lˆ dove mi sarebbe possibile
dormire: un tavolo e un letto: basta. Al mio paese se trovassi comprerei
subito una stanza sotto a un tetto per avere un rifugio: insomma mi piacerebbe
avere, scaglionati lungo un percorso ideale, sei o sette punti di appoggio,
stazioni, " moradas " diceva Santa Teresa d'Avile, cioè
luoghi dove fermarsi, lei nella contemplazione e nell'esercizio dell'ascetismo,
io, invece, così, in quelle pause della vita, in quella specie
di bisogno di appartarsi di rifugiarsi di sentirsi ignoti al mondo. E
questa mania di avere più luoghi di appoggio, che in parte ho appagato
e che non serve a nulla, la ritengo la conseguenza del fatto che ho avuta
una gioventù errabonda, dalla Francia alla Svizzera a varie città
d'Italia dove ho avuto delle camere ammobiliate. La mia casa erano le
valige.
Il periodo poi del mio internamento (non voglio adoperare
la parola asilo benchè fossi fuggito davanti a una condanna a quindici
anni di carcere dal Tribunale fascista) in Svizzera l'ho vissuto nei campi
di raccolta, nei campi di lavoro. Nelle vicissitudini di questi anni molte
volte mi è capitato di essere in viaggio da un luogo all'altro
e di non sapere dove avrei dormito la notte. Ricordo benissimo una sera,
ero partito sul finire dell'estate da Zurigo per venire a Lugano in cerca
di amici, di internati, di appoggi, di comunicazioni con l'Italia, forse
inseguivo anche una faccenda sentimentale del momento, e avevo dormito
a Zurigo occasionalmente in una certa casa di conoscenti, e a Lugano non
sapevo dove sarei finito a dormire: non all'albergo perchè avevo
pochissimi soldi, speravo di trovare prima di mezzanotte al caffè
qualche amico internato, o non amico, che mi avrebbe offerto un letto.
Il treno passava nei sobborghi ricchi di Zurigo, dal lato occidentale
del lago, in mezzo a tante case e dalle finestre, dentro, vedevo la gente
a tavola, i letti preparati per la notte; e vedevo sulla parte opposta
del lago illuminarsi migliaia di piccole case, di ville villette tutte
con il loro letto la loro cucina le loro sedie e mi dicevo: guarda quanti
letti ci sono al mondo e io stasera non so dove dormirò.
Dentro con un letto
Questa angoscia di non avere un posto dove chiudermi dentro con un letto,
mi ha fatto venire la passione di avere un locale qui, un locale là,
anche uno scantinato o una soffitta: ecco, un posto (là, almeno)
dove tirarmi dentro. L'albergo no, è il segno dell'uomo che non
ha una casa, di un uomo che non ha una base: è il segno della precarietà
della vita, della nostra provvisorietà sulla terra. Per negare
a noi stessi questa provvisorietà, che purtroppo c'è, e
si può credere di poterla superare creando una casa, cioè
una cosa che ci sarà sempre. L'uomo è nato viandante, migratore,
nomade ma con l'aspirazione a fermarsi. E' il sogno di tutti.
A caratteri d'oro
Ascolto. " é il sogno di tutti È, mi ripeto: ma non
il mio. Per Chiara, penso, Varese è la sua villa; il giardino e
la casa è Luino. E non lo dico, e neppure ascolto bene tutti i
nomi delle montagne che mi sta dicendo che si vedono dalle sue finestre,
e altri nomi di quelle che ancora si vedono nelle giornate limpide, perchè
guardo l'acqua del lago e l'acqua mi ricorda il mare. Ecco, il mio sogno
è di riavere davanti a casa il mare. Poi, c'è silenzio.
Dopo poco scendiamo nell'appartamento sotto, la casa numero uno diciamo,
fitta di mobili e soprammobili e quadri e cimeli e libri. E tavoli, perch
anche qui c'è il suo studio con il suo tavolo largo e lungo quanto
di più non era possibile e dove sulla porta leggo a caratteri d'oro:
Nessun'altro impegno oltre a quello di narrare. Casanova. Negli scaffali
vedo tutte le opere di Casanova e subito chiedo a Chiara, che è
uno dei più noti studiosi casanoviani, notizie su questo suo lavoro.
- Dal 1964, da quando ho curato la prima edizione italiana del manoscritto
originale delle "Memorie" di Giovanni Giacomo Casanova (Mondadori),
non ho più abbandonato questo studio che del resto coltivavo da
anni. Da Longanesi ho pubblicato tre opere minori del Casanova, e poi
l' "Epistolario ". Ho scritto molti articoli, ho tenuto conferenze
in Italia, in Olanda, in America, in Francia, un po' dappertutto sul Casanova.
Il '700, e il Casanova in particolare, sono il mio maggiore interesse.
- Racconti di Casanova.
- Quando ho cominciato a interessarmi di questo personaggio ho capito
che era uno dei pochi uomini di altra epoca che poteva vivere oggi, e
riuscire di grande interesse. Dal 1835 si sono fatte 450 edizioni circa,
delle " Memorie " di Casanova, che sono state tradotte in più
di 20 lingue; sono stati fatti 7 o 8 films; diverse rappresentazioni teatrali
da commedie scritte su Casanova, e, fatto veramente eccezionale, proprio
uno dei registi più aggiornati, e più attenti al costume,
Fellini, si sta preparando a un grosso film su Casanova e sarà
uno dei film più costosi, anche come preparazione, e come scene
e ambienti e ricchezza di angolo visuale.
Casanova e l'aborto
Sono curioso di vedere come Fellini riuscirà a delinearlo: come
vorrà delinearlo. In ogni modo il personaggio si presenta di continuo
sotto una luce nuova e direi sempre attuale.
Ho da poco fatto un giro di conferenze per l'Associazione Culturale Italiana
sulla vita e l'attività del Casanova non conosciuta: è passato
in proverbio come un seduttore un libertino, invece è un uomo molto
attento ai problemi della sua epoca, autore di un saggio sulla emancipazione
della donna, di scritti sul problema dell'aborto, di opere di matematica
di astronomia di medicina di linguistica, e innanzi tutto di stona. La
storia delle turbolenze di Polonia, è uno dei testi base della
storia della Polonia nel '700, scritto con idee nuove di come scrivere
la storia, perchè ha innovato proprio nella teoria della storiografia.
Questa opera è uscita tre mesi fa in due edizioni parallele e contemporanee,
una a Napoli da Guida, e l'altra a Padova dall'editore Marsilio. Io ho
curato la presentazione di quella di Giampiero Bozzolato (Marsilio, Padova)
professore di storia dei paesi dell'Europa orientale, che è stato
a lungo in Polonia e lì ha cominciato a interessarsi di Casanova
storico, e ha arricchito il volume di molte note. L'altra edizione invece
è annotata e prefazionata da Giacinto Spagnoletti, altro studioso
di Casanova. Ogni generazione suscita casanovisti, fra i giovani di oggi
ricordo Giampiero Bozzolato, Luigi Baccolo e Roberto Gervaso.
Nella mia biblioteca casanoviana sono riuscito a raccogliere tutte le
opere scritte da Casanova in tutte le lingue ho anche qualche edizione
originale fatta stampare da lui molte documentazioni, fotocopie, fotografie
di luoghi casanoviani, ritratti, dei quali solo cinque o sei sono ritenuti
sicuri. C'è tutto, anche quanto basta a risolvere il problema della
iconografia casanoviana. E un tema che mi interessa sempre.
Barbarìa delle tolle
- E la casa? per Casanova.
- Non ebbe mai la sua casa. Figlio certamente bastardo di un patrizio,
ma legalmente figlio di un piccolo attore e di un'attrice, Zanetta Farussi
(che andò vagabondando per l'Europa tutta la vita per morire poi
a Dresda) non ebbe mai una casa se non quella forse modestissima, misera,
ove viveva la nonna Marzia, dove ha passato i primi anni dell'infanzia;
e poi di qua e di là a pensione, negli alberghi, in appartamenti
che affittava. Una volta, in un periodo di ricchezza, affittò a
Parigi una intera villa con scuderie e parco. A Londra forse è
stato uno dei primi che ha fatto un'inserzione in cerca di casa sui giornali,
e l'ha fatto per affittare un intero appartamento e per subaffittarne
una parte.
Si può dire che ebbe una casa Casanova, quella in Barbarìa
delle Tolle a Venezia, e credo di essere l'unico casanovista che ha messo
i piedi lì prima che quel piccolo appartamento fosse rammodernato.
Vi abitò negli ultimi due anni del suo secondo soggiorno veneziano,
dopo di che andrà in esilio per sempre, e morirà in Boemia.
In quei due anni vi abitò con la Francesca Buschini, la di lei
madre e un fratello e una sorellina. Francesca Buschini, sui trent'anni,
era una cucitrice, una mezza sarta veneziana, del popolo, che lui ha amata
e con la quale visse una vita casalinga, familiare, dedita solo allo scrivere.
Forse gli anni più tranquilli della sua vita. In
una lettera della Buschini (lui non l'ha mai nominata e noi non sapremmo
che è esistita se non fossero state ritrovate, per fortuna, trentasette
sue lettere a Dux, in Boemia, lettere che lei ha scritto a lui dopo averlo
salutato per sempre nel 1784), ricchissima, come tutte, di notizie, riassume
anche la lettera ricevuta da lui, apprendiamo che uno degli ultimi giorni
a Venezia, Casanova si era messo un grembiule intorno alla vita e aveva
confezionato in questa povera casa, in Barbarìa delle Tolle, un
dolce, forse unica delizia casalinga di questo vagabondo che ha girato
tutta l'Europa fino all'ultimo giorno della sua vita. E viaggiare allora
non era certo comodo e facile come oggi. Anche nel periodo di Dux, l'ultimo
della sua vita (che è di undici anni), non è mai fermo,
da lì di continuo va a Vienna a Praga a Dresda a Berlino: sempre
in cerca di qualcosa di nuovo. La casa che ha a Dux è la casa di
un servo perchè era stato assunto come bibliotecario, cioè
una camera, e lavora in biblioteca. Quando parla "della mia casa
e della mia servitù " - a Venezia allude, in forma arricchita,
a quella modesta casa di pochi piccoli localetti all'ultimo piano in Barbarìa
del Tolle.
- Nei suoi scritti parla della casa? la desidera?
- Non si può dire che desiderasse una casa. Desiderava la quiete,
la tranquillità. Due volte, a venticinque anni e nel 1786 quando
aveva più di sessant'anni, è tentato di chiudersi in un
convento e di farsi monaco per avere un rifugio sul quale contare: ma
sono tentazioni passeggere, il suo destino è di passare da un luogo
all'altro per tutta la vita. Forse la sua casa era l'Europa, e in verità
ovunque si fermasse dopo poco si muoveva con sicurezza. Casanova con tutti
i meriti di carattere intellettuale, scientifico, letterario che ha, non
si pu˜ negare che è un avventuriero.
La fuga dai piombi
- Chi sa, forse di attore girovago, come la madre, attore della commedia,
da lui vissuta e poi scritta, della sua vita.
- Quando parte dalla casa di Barbarla delle Tolle (deve andare via se
non vuole rischiare una seconda volta il carcere) scrive una lettera a
Francesco Morosini: Ho cinquantatre' anni e se penso che viene l'inverno
e debbo andarmene a piedi solo per il mondo e rifarmi avventuriero, mi
guardo allo specchio...
Capisce che non è più adatto alla vita dura difficile che
aveva vissuto per tanti anni. Ma non si sottrae al suo destino e con coraggio
ancora parte. E un personaggio straordinario, e le sue " Memorie
" sono il più valido romanzo europeo del '700. Romanzo che
racchiude più romanzi, come quello del duello con Branichi la fuga
dai piombi l'episodio amoroso con Pauline in Inghilterra. Il periodo inglese,
il periodo spagnolo, il periodo napoletano che è stato studiato
anche da Benedetto Croce che era anche lui un casanovista. Dall'originale
francese (un francese settecentesco piuttosto aspro, duro, discontinuo
pieno di italianismi) ho curato e fatto tradurre in italiano le sue "
Memorie " con quattromila note, un intero volume di documenti, un
indice analitico di trecento pagine, stampato da Mondadori in sette volumi.
A guardarli sono un mattone, eppure hanno avuto milioni di lettori e ne
avranno sempre in tutti i tempi. Se uno incomincia a leggere il primo
volume li legge tutti e quando arriva all'ultima pagina riapre la prima,
perchè non è una storia ferma, fissa. Piace, interessa anche
nei particolari, perchè è storia. E Casanova fino alla morte,
continuamente la aggiorija. Viene a sapere che Cagliostro è morto
cerca nel manoscritto dove ha parlato di lui (circa venti anni prima)
e annota:
Mi hanno detto che è morto! (1795).
Queste vecchie povere case veneziane
- Della complicata errabonda commedia della sua vita (doveva
piacergli così, e che attore!) - Qui nella sua casa lei ha portato
tutto della annotava tutto: ma come ha fatto? a non sper- sua vita, anche
cimeli, ricordi di viaggio. Anche dere il materiale, proprio perch
non aveva una Casanova ha custodito tutto per la sua casa, sua casa dove
accatastare e richiudere tutto. ch'era il suo rifugio il suo unico vero
corn paCome a fatto? a scrivere tanto senza un lungo gno e amico. Tutto.
La sua casa sono le sue tavolo, o più tavoli come lei? In Barbaria
delle " Memorie ", "la casa " che ci sarà sempre,
che Tolle mi sa che ha scritto sulla tavola di cucina supera la provvisorietˆ
della nostra vita. Come o altra accostata a quella. Le conosco bene que-
ha detto lei.
Credo che tenesse molte carte, tutto, anche patia per il
Casanova perchè non si era mai i biglietti di viaggio, i passaporti
di posta, i sposato, e le donne non amano gli uomini che conti di albergo.
E sorprendente che non si è quasi mai trovato in errore e tanto
meno in mendacio. Non mente mai, quello che dice è vero, e viene
fuori col tempo attraverso i controlli. D'altra parte lo dice: Io non
invento, scrivo. E sapeva benissimo che non avrebbe mai pubblicato le
sue "Memorie" durante la sua vita. Il poco che aveva pubblicato
era stato sempre un fallimento, e aveva dovuto pagare i tipografi: chi
gli avrebbe stampato 4.545 pagine!: nessuno, e era vecchio, povero. Sapeva
benissimo che le sue " memorie " le lasciava ai posteri, e allora
perchè mentire? Scriveva per vincere la malinconia, per dimenticare
la vecchiaia e la povertà. Scriveva per divertirsi, per rievocare
i tempi buoni della sua vita e su quanto, veramente quanto aveva saputo
vivere. Aveva poi la convinzione profonda che la morte è la fine
di tutto.
Le donne di Casanova
Qui nella sua casa lei ha portato tutto della sua vita
anche cimeli, ricordi di viaggio. Anche Casanova ha custodito tutto per
la sua casa, ch'era il suo rifugio il suo unico vero compagno e amico.
Tutto. La sua casa sono le sue "Memorie", "la casa"
che ci sarà sempre, che supera la provvisorietà della nostra
vita. Come ha detto lei.
Che cosa ha scritto Casanova delle donne?
Le donne non hanno mai avuto grande simpatia per il Casanova
perchè non si era mai sposato, e le donne non amano gli uomini
che non si sposano, che non si fermano su una donna. Le donne che lui
non ha amato, naturalmente.
Un metro e novanta: bello no'
Era molto alto, più di un metro e novanta centimetri, aitante,
un magnifico parlatore. Bello, proprio bello no. Anzi il principe di Ligne
dice: Sarebbe un bellissimo uomo se non fosse brutto. Il viso era olivastro,
il naso un po' curvo, gli occhi un po' sporgenti, la fronte molto proiettata
indietro. Una figura che si notava, signorile.
- Ma ha saputo farsi amare dalle donne? o l'amore per lui era solo avventura.
- Dalle donne che ha avuto, si è fatto amare. Tutte lo hanno ricordato
con grande piacere anche dopo che lui le aveva lasciate, o che si erano
lasciati. Ha sempre avuto un grande riguardo per le donne. E stato un
devoto del mondo femminile tanto che nelle sue " Memorie " non
fa mai il nome, nè dice alcuna cosa che le possa far riconoscere,
delle donne con le quali è stato legato da affettuosa amicizia,
si dice oggi. Le nasconde tanto bene che i casanovisti hanno dovuto ricercare
con infinita pazienza particolari che li hanno poi aiutati a dare il nome
a alcuna. A Teresa Bellino è stato possibile darle il vero nome
pochi anni fa perchè a un certo punto scrive: Incontrai Teresa
a Londra, recitava quella sera. Cerca e cerca è stata trovata la
locandina di quella sera dove era il nome di Angiola Calori, una delle
più grandi cantanti del '700, milanese, o bolognese.
Un cancello foderato di lamiera
- Ha scritto anche dell'emancipazione della donna.
- Sì. Ha scritto un saggio, intitolato "Lana Caprina",
pubblicato a Bologna, proprio in contestazione e in polemica contro due
professori dell'Università di Bologna che avevano scritto delle
assurdità sulle donne, sostenendo che la donna è dominata
dalla sua natura femminile, e che ci sono influssi dell'utero sul cervello
della donna. Casanova è più aggiornato di questi medici
di Bologna e li smentisce, li prende in giro, e parla della parità
della donna con l'uomo, intellettualmente e moralmente, e auspica già
allora una parità di diritti.
Senza luce senza gas
Vedo una vecchia fotografia, molto bella, la guardo: E sua madre?, chiedo
a Chiara. Sì, mi risponde sorridendo, e aggiunge:
- Le ho parlato della casa dove sono nato, ma ce n'è ancora una.
E la casa di mia madre, in un paese affacciato a mezza costa sulla riva
piemontese del basso Lago Maggiore. E abbandonata da decenni e in via
di disfacimento, ma durerà certo più di me. Ogni tanto,
anche a distanza di anni, vado a vederla. Varco un portone chiuso da un
cancello foderato di lamiera e mi si apre davanti un largo portico. A
destra c'è un cortile invaso dalle erbacce, cosparso di pietre
e di tegole che cadono dai tetti. Su un lato del cortile si affaccia la
casa, di due piani, con una scala esterna che porta al primo piano e una
a pioli, di legno, che porta al secondo.
Non ha impianto di luce elettrica, di gas nè di acqua. E una casa
di contadini del secolo scorso, col fienile di fianco e la stalla. Mio
nonno, Giulio Maffei, nato nel 1828 e soldato all'assedio di Gaeta, la
ereditò da suo padre e la lasciò in parti uguali ai suoi
sette figli. Mia madre me ne trasmise quindi un settimo, indiviso, che
può corrispondere a una camera e un pezzetto di cortile. Nessuno
degli eredi la abitò mai dopo il 1920, cioè dopo che mio
nonno e due mie zie morirono con la " Spagnola ". In quella
casa ho passato le estati della mia infanzia. Mia madre, che vi nacque,
la abitò fino all'età di sedici anni e me ne parlò
per tutta la vita come di un luogo favoloso dal quale era venuta la nostra
semenza. Il paese al centro del quale è posta, non ha ormai più
di duecento anni. E lo spettro di quello che fu un paese di piccoli proprietari
terrieri che lavoravano direttamente i loro fondi. Ci torno ogni tanto,
sosto alcuni minuti nel cortile o sotto il portico, solo, in silenzio.
Mi pare che dai muri, dal pozzo interrato, dalle stalle scure e vuote,
dal fienile spalancato verso il cielo, escano le voci dei miei nonni,
delle mie zie, dei miei zii, tutti morti da chissà quanti anni
ormai. L'ultima volta che ci andai, qualche anno fa, sentii davvero una
voce, vicina, allegra quasi, che cantava una vecchia canzone. Era la voce
di un mio secondo cugino di settantacinque anni, unico abitatore di un
tugurio addossato alle stalle, un parente pazzo ma forse più saggio
di me, che si ostina ancora a coltivare i suoi campi e vive solitario
da più di cinquant'anni, rifugiandosi ogni sera nel suo buco. Mi
avvicinai alle soglie del suo tugurio e lo vidi inginocchiato davanti
al camino che faceva fuoco, cantando a mezzavoce. Non si accorse di me.
Cantava davanti al padellino dove si cuoceva un paio di uova delle sue
galline prima di andarsi a coricare sopra un sacco imbottito con le spoglie
delle pannocchie. Ultimo custode della casa, mi pareva morto anche lui
da trent'anni e tomato quella sera per dare voce a una canzone della mia
infanzia.
Ormai è tardi, me l'ha ricordato il vecchio cugino, forse più
saggio anche di me, e vorrei di fretta andare da lui e chiedergli se la
vera casa, la casa rifugio dobbiamo costruirla dentro di noi con una stanza
difesa da un alto muro, alto per custodirla, aperta aldilà, al
limite del segreto, oscuro, di un altro cielo, di un'altra luce. Ferma
allato del tavolo penso che avrei anche una voglia matta di leggere quei
sette volumi con il rischio d'arrivare all'ultima pagina e riaprire svelta
la prima (che altro farei?). Staccandomi dal tavolo saluto Chiara, lo
ringrazio e nel richiudersi la porta alle mie spalle mi viene di chiedermi:
Con quante case torni a Milano stasera?
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