| Tre
manuali sui metodi di rappresentazione delle realtà architettoniche
E' da poco iniziata presso Di Baio Editore una nuova collana chiamata
"Argomenti di Architettura' che vuole far conoscere i nuovi metodi
d'insegnamento in uso nelle Facoltà di Architettura illustrando il
lavoro degli studenti.
All'interno della collana, per la serie "Disegno",
Sergio Coradeschi ha approntato tre libri che mostrano, attraverso le
esercitazioni fatte da chi ha seguito il suo corso, le potenzialità
di un metodo che non vuole essere "ex cathedra" ma sperimentale.
Sergio Coradeschi è un fiorentino che, avendo studiato architettura
al Politecnico di Milano, dopo la laurea ha deciso di rimanervi per insegnare
una materia che gli stava molto a cuore: le tecniche di rappresentazione
delle realtà architettoniche. Oggi è professore di ruolo associato
in disegno e rilievo e direttore del Laboratorio di metodi e tecniche
della rappresentazione, sempre al Politecnico di Milano.
Quali motivi l'hanno decisa a pubblicare le sue esperienze didattiche
in questi tre libri dedicati alla rappresentazione e alla prefigu razione
dell'evento arch itettonico?.
Ci sono due ordini di ragioni: una riguarda il fatto di avere un numero
spaventoso di studenti (sono circa 1500 gli iscritti al mio corso) e quindi
la necessità di disporre di ulteriori strumenti di lavoro da offrire
agli studenti stessi, perché il rapporto personale ovviamente è
estremamente labile dato il numero. Poi c'è la volontà di verificare
il metodo, essendo un metodo di tipo sperimentale diverso dai tradizionali:
esiste un problema, questo problema viene descritto e poi lo studente
cerca autonomamente di risolverlo aiutandosi con una serie di metodologie
di riferimento; si tratta di un sistema che non è un sistema chiuso,
ma aperto. In più il libro mi consente di avere anche una scelta
di esempi di riferimento completamente dissimili. Il metodo sperimentale
non vuole produrre delle scuole, ma vuole formare delle persone intelligenti
che creino attraverso una metodologia corretta la propria personalità,
salvaguardandola al massimo.
Questi libri sono già stati strumenti di corsi precedenti?
No, questi libri sono solo il risultato della sperimentazione: il metodo
sperimentale non può avere dei libri - a mio a- proprio perché
il concetto di sperimenta lità è tale per cui prima si affronta
un problema e poi lo si esperimenta, si vedono i risultati; se i risultati
danno un effetto interessante si pubblicano, in maniera da dar conto di
quello che è stato fatto. Praticamente sono libri che impostano un
metodo di lavoro in un ambito specifico dando dei risultati magari anche
datati, ma che permettono di verificare un metodo con certe forme, con
certi attributi che possono cambiare col tempo, mentre il metodo rimane
strutturato e ancorato a un'impostazione che lo trascende.
é al di sopra del tempo il metodo sperimentale?
Io penso che cerchi di esserne al di sopra. Le dirò che in questo
momentonoi stiamo superando la fase della visione percettiva gestaltica
e ci stiamo avvicinando alle esperienze di tipo sinergetico: nei prossimi
volumi risulterà chiara la volontà di essere sempre in sincrono
con i tempi, osservando come il discorso della percezione visiva stia
nettamente mutando in questi ultimi tempi. Per me questi nuovi metodi
di visione che stiamo cercando di sperimentare sono un avanzamento dei
metodi della percezione visiva della scuola gestaltica. Nel momento in
cui disegnamo e facciamo dei rilievi, noi guardiamo delle situazioni e
cerchiamo di inventare qualche forma, restando sempre ancorati al desiderio
di ritornare a un ordine, di riandare a delle ricette a cui far riferimento.
La potenzialità espressiva, l'invenzione dello studente, resta generalmente
una potenzialità nascosta, in buona parte racchiusa in uno schema.
Invece pensando che tutto è nato dal disordine e tutto andrà
a finire nel disordine, cercando di analizzare profondamente e anche tecnicamente
queste cose, si arriva a un'operazione successiva quasi di rifiuto. Nel
momento in cui c'è il rifiuto dell'ordine ognuno ricrea un ordine
suo, che può avere un sacco di valenze negative, se vogliamo, rispetto
all'ordine precedente; in ogni caso inventa degli ordini nuovi, dei sistemi
nuovi in cui muoversi con maggior disinvoltura, riuscendo a essere più
produttivo. Oltretutto - ed è la cosa che mi interessa maggiormente
- impara a disegnare.
Vuole parlarci più diffusamente del libro
già uscito: "Il rilievo a vista: la piazza"?
Quella sulla piazza è una sperimentazione basata su elementi estremamente
semplici: occorre studiarla storicamente, da un punto di vista architettonico
e da un punto di vista visivo quindi si tratta di un discorso percettivo
- ricorrendo anche alle esperienze gestaltiche. Studiarla soprattutto
in quello che manca solitamente nelle rappresentazioni: cioè il fatto
di doverla vivere, la sua vita insomma. Lo studente è obbligato a
raccontare questo attraverso disegni, grafici e tutto quello che gli serve.
Deve dare una restituzione visiva della vita della piazza, che cosa succede
nella piazza nelle ventiquattro ore; deve riuscire a capire come le persone
che vi agiscono all'interno ci restituiscono un ordine-disordine tutt'affatto
diverso rispetto alla piazza considerata come un fatto senza persone dentro.
Da spazio metafisico diventa così uno spazio reale. Allora lo studente
si rende conto dei problemi della piazza e nel disegnarla impara a capire
anche che cos'è l'ordine, che cos è il disordine, dove sorgono
i problemi e forse in seguito, quando sarà più avanti negli
studi, magari progetterà con molta più attenzione.
A questo metodo da parte degli allievi ci sono state delle risposte
univoche o c'è stato un ventaglio di posizioni che sono raggruppabili,
definibili...?
Direi un ventaglio di posizioni, tantissime, con delle grandi differenze
fra un lavoro e l'altro. La cosa che mi conforta maggiormente è che
non sono assolutamente raggruppabili, quindi mi sono accorto che in fondo
questo apparente disordine ha generato una pluralità di interessi
che si sono orientati in tutte le direzioni.
Per esempio c'è stato lo studente che sapeva già disegnare bene
e che è entrato in crisi perché si è accorto che il suo
disegno era un disegno rappresentativo, ma non era un disegno che riusciva
a restituire gli stati d'animo, la situazione, la comprensione, il traffico,
il mutamento del tempo... La sua tecnica grafica non era sufficiente per
poter rendere queste variazioni e quindi ha dovuto fare tutta un'operazione
di reinvenzione dei suoi mezzi con risultati abbastanza buoni quando c'è
riuscito. In altri casi invece si è accorto che, nonostante avesse
una grande disinvoltura grafica, questa non gli serviva o gli serviva
molto poco.
Poi c'è la reazione degli studenti che invece hanno il culto del
disegno tecnico e quindi del tecnicismo, della precisione, dell'ordine.,,
anche questi sono stati messi in crisi notevolmente per
ché, per esempio, sia da un punto di vista percettivo, sia da quello
di riuscire a tradurre in simboli e in segni la situazione ambientale,
hanno avuto delle grossissime difficoltà. C'è poi un'altra parte
di studenti che non sanno disegnare a mano libera e trovano difficoltà
nel disegno tecnico: quelli che disponevano di una preparazione culturale
avanzata hanno spesso dato risultati straordinariamente intelligenti,
magari con delle deficienze sul piano grafico, ma estremamente interessanti
da un punto di vista metodologico di procedimenti; altri invece, che non
avevano alle spalle un bagaglio sufficiente di cultura e di vita, hanno
abbandonato il corso. Il corso ha perso il 36 per cento dei suoi studenti!
E' imminente la pubblicazione di un altro tipo di sperimentazione
attuata nel suo laboratorio: quella del paraboloide iperbolico. Di cosa
si tratta esattamente?
Le sperimentazioni durante l'arco dell'anno sono cinque. Il corso ovviamente
è un po' faticoso. La seconda è incentrata sul paraboloide iperbolico
a volta sottile, una forma geometrica che deriva da una formula matematica,
una quadrica, dove bisogna riuscire a capire che cosa succede quando,
avendo quattro variabili e variando i valori di queste, riusciamo ad avere
dei tegoIoni, delle forme a volta, a vela oppure dritte, che variano continuamente
variando questi quattro parametri. Se noi prendiamo questi elementi e
ne uniamo tanti insieme, riusciamo ad avere, per esempio, una copertura.
Noi sappiamo che questo metodo lo si può fare sia disegnando, sia
ragionandoci sopra, attraverso un certo metodo, ricercando dei ritmi,
ricercando degli ordini o addirittura dei disordini.., uno studente giapponese
ha fatto una meravigliosa struttura completamente disordinata, ma splendida
a vedersi...
Questo metodo si può attuare anche utilizzando il computer. Mettendo
i dati nel computer e lavorandoci sopra ci si accorge che si riesce a
fare in tempo estremamente breve una notevole quantità di sperimentazioni
riversabili in un video, di modo che uno studente al primo anno di architettura
riesce già a progettare una struttura estremamente complessa, anche
senza avere alle spalle quella serie di conoscenze tipiche e peculiari
della scienza delle costruzioni. Così può entrare in pieno
clima creativo essendo assolutamentesciolto da qualunque pastoia di carattere
tecnico e completamente libero di esprimere la propria personalità,
la propria inventiva.
Ciò che è interessante è riuscire a esprimersi liricamente
in un tema rigiclamente matematico, con precisi riferimenti a strutture
matematiche. Esclusivamente quegli studenti che avevano in sé delle
potenzialità creative sono riusciti a fare questi paraboloidi iperbolici
associati e complessi, validi anche sul piano della piacevolezza o della
bellezza, se vogliamo dirlo fra virgolette, al di là del fatto che
avessero una preparazione pregressa maggiore o minore.
Era così semplice mettere
le mani nei paraboloidi, voglio dire, con le loro conoscenze matematiche
come facevano a stabilire che forme potevano fare per rimanere entro la
quadrica?
Noi siamo partiti in maniera completamente empirica, all'inglese. Cioè
abbiamo detto ---se su un piano c'è unquadrato con i valori O O O
O, è un piano orizzontale; se sollevo uno dei vertici e quindi faccio
i O O O ho un'altra cosa, e allora proviamo cosa succede mettendo 5 e
-5 nei quattro angoli". Ed ecco allora che gli studenti prendono
la loro matita e iniziano a tracciare gli assi cartesiani, facendo le
loro assonometrie. Poi man mano la cosa si complica, occorre trovare uno
standard e ripeterlo, per esempio, come lo si puòaccostare, come
lo si può unire, che cosa succede nel momento in cui i vertici sono
vicini, e a volte sono sfalsati e allora ci si può domandare "se
piove su questa forma che cosa succede?" Sono delle cose minime se
vogliamo, ma è proprio per riuscire a far avvicinare lo studente
ai primi problemi dell'architettura. Fino ad arrivare a delle belle strutture
estremamente complesse e poi a creare anche i modelli. Lo studente deve
verificarlo attraverso i modelli, cioè io credo molto nel disegno,
molto nell'uso del mezzo fotografico, del videoregistratore, del computer,
ma moltissimo anche nella costruzione del modello.
Un altro di questi manuali
prossimamente editi da Di Baio Editore tratta infatti la modellistica.
L'idea mi è venuta quando mi sono accorto che molti studenti avevano
una manualità straordinaria perché provenivano da un'esperienza
(cominciata a dieci/dodici anni) di costruzione di modellini e quindi
conoscevano le colle e avevano acquisito una notevole abilità manuale.
Avevano costruito in casa modellini di navi, di automobili, di aerei,
ecc.
Il problema era di trasferire certi tipi di conoscenze sulla resa del
quadro urbano, eseguendo piccoli modelli urbanistici o di edilizia. Si
è quindi trattato di fare un libro sulla scorta delle sperimentazioni
che hanno fatto i ragazzi, con tutti i tipi di materiale, dai più
poveri ai più ricchi se vogliamo. Abbiamo trovato che si riesce a
fare il plastico di una piazza (o dell'idea della piazza, perché
siamo sempre collegati al fatto di avere degli input psicologici) a volte
in venti minuti, oppure in venti giorni, dipende dai sistemi e dai metodi
di costruzione. Nella costruzione non miriamo ad arrivare alla resa completamente
realistica, al dettaglio; si cerca di farlo al meglio che si può,
ma sempre salvaguardando l'aspetto umano della piazza. A volte sono anche
non corretti da un punto di vista della modellistica ufficiale - che è
estremamente costosa d'altra parte - però rendono la sensazione della
piazza, rendono il valore delle quinte, dei volumi, degli spazi. Si utilizza
tutto il materiale, dal cartoncino al legno, al polistirolo, al vetro,
al perspex e questo libro serve per dare un semplicissimo manuale di istruzioni
per chi non sa come farlo. Ci sono state soluzioni anche incredibilmente
avveniristiche. Per esempio uno studente ha pensato di fare il plastico
che riguardava una piazza, non facendolo, ma mettendo semplicemente delle
quinte su cui aveva applicato una fotografia di come si vedeva la piazza
arrivando da quel punto e sul rovescio che cosa succedeva vedendola dall'altra
parte: quindi il plastico non era altro che una serie di sequenze, di
immagini fotografiche montate su quinte, per cui uno percettivamente vede
la piazza, ma il plastico non c'è. Altri hanno tentato soluzioni
diverse, lavorando attentamente col cartoncino, con le tecniche miste.
La partenza del libro è abbastanza curiosa: gli studenti hanno fatto
i plastici e noi come laboratorio abbiamo dato la spiegazione di come
sono stati fatti, quindi una ricostruzione a rovescio, che si è rivelata
uno strumento di uso facile, di sicura utilità.
Si tratta di un manualetto, quasi un ricettario, inserito in questa collana
di libri che vorrebbero affrontare sia i problemi di carattere sperimentale,
sia i sistemi pratici per risolverli. Per esempio ce ne sarà un altro
dedicato a come si fa un disegno in prospettiva, con vari tipi di prospettive,
come si fanno le assonometrie, come si disegnano gli alzati e le sezioni.
Perché con questo accesso completamente liberalizzato io mi trovo
di fronte a delle provenienze talmente diverse, talmente difformi degli
studenti, per cui da un lato c'è la necessità di dar loro dei
libri che indichino delle strade metodologiche in continuo avanzamento,
dall'altro lato non mi devo dimenticare di offrire, anche a coloro che
sono meno provveduti, strumenti semplici per acquisire un minimo di acculturamento
con il quale poter poi sperimentare. Altrimenti uno ha delle idee ottime
da un punto di vista della sperimentazione, ma rimane indietro perché
gli manca la strumentalità, gli manca la conoscenza delle tecniche.
Per quanto riguarda i modelli che afferiscono al design, ci saranno altri
quaderni dedicati al settore in cui invece si vedrà come costruire
un modellino di studio il più preciso possibile, prima che passi
poi nelle mani di qualche grande modellista.
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