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Casa Oggi n°148
Modi di Vivere

UN PRESIDE NATO DALLA CONTESTAZIONE
Di Baio Editore

In un posto chiave dal 1982

Un informale colloquio con Cesare Stevan, preside della Facoltà di Architettura del Politecnico di Milano, qui ritratto nel suo ufficio tra i nuovi spazi della Facoltà di Architettura realizzata da Vittoriano Viganò.

di Maurizio De Caro

Cesare Stevan, 47 anni, architetto dal 1965, docente di Architettura sociale dal 1968, preside della Facoltà di Architettura dal 1982. Riconfermato nel mandato con ii 90% dei consensi nello scorso luglio. Sposato, senza figli (la moglie è Capo Ufficio Stampa della Rizzoli Editori); serio, concreto, coniuga brillantemente le doti di manager e quelle di public relations man. Siede su una delle più scomode poltrone del mondo universitario italiano. Secondo alcuni meritatamente, secondo altri invece è strumento dei potentati storici della Facoltà. Alla malizia lui risponde con i fatti: primi fra tutti la qualificazione e il rinnovamento degli studi e l'ampliamento della Facoltà ad opera dell'architetto Vittoriano Viganò.

Quale è stata la sua formazione, il suo itinerario scolastico-culturale?
"Risposta non semplicissima, poiché devo ritornare agli anni che reputo formativi: quelli del liceo classico. Ritengo molto importante rifarmi a quel periodo in seguito al quale lo sbocco più significativo, ma anche integrativo a cui avevo pensato fu proprio architettura. Avevo individuato negli studi che mi apprestavo ad intraprendere, la confluenza di istanze che fossero propositive-progettuali (concrete) con un precedente mondo di idee, un mondo letterario. Nella scelta della facoltà non ho sicuramente privilegiato gli aspetti professionali, ho sentito invece la necessità di un completamento culturale. Devo dire che ho trovato, pur nelle strettoie della Facoltà degli anni '50, ciò che mi aspettavo di trovare. Ho incontrato persone interessanti, dalle quali ho imparato molto, ma non posso evincere una figura particolare, un maestro se si eccettua Ernesto Rogers. Ho maturato una stima profonda per Franco Albini e Lodovico Belgioj oso che giunsero a Milano nel '63, ma al di là delle figure specifiche ho visto nell'università il luogo della socializzazione, ho imparato dai professori, ma anche e soprattutto dai compagni di corso, ho imparato dalle rivendicazioni sindacali del personale non docente, dai muri e dagli spazi non sempre perfetti, e non sempre architettonicamente definiti del Politecnico".

Lei si laurea in che anno?
"Nel 1965, con Lodovico Menghetti su un progetto architettoni co/urbanistico situato nella zona di Rogoredo. E
curioso che molti studenti anche oggi siano intenti a trovare una soluzione progettuale per quella zona. Allora come oggi, i punti nodali della progettazione della nostra città rimangono immutati. L'attualità del campo di quel lontano progetto di laurea definisce concretamente la lentezza con cui vengono affrontati e risolti i problemi della nostra città".

Foto di Roberto Martelli

Quando ottiene il primo incarico d'insegnamento?
"Nel 1968, dopo tre anni di attività didattica gratuita. Da allora ho sviluppato il mio lavoro all'interno del corso di architettura sociale che, occupandosi della progettazione di edifici pubblici quali ospedali, scuole, centri sociali etc. affronta evidenziandola, la contraddizione fondamentale dell'architettura: la funzione ordinativa e spesso repressiva in contrapposizione con le sue caratteristiche creative ed espressive e l'istanza di libertà presente in ogni architetto. Gli architetti amano la trasgressione, gli atteggiamenti liberi e non conformisti, ma contemporaneamente aspirano ad un ordine, una regola spesso molto rigida per gli spazi e per i comportamenti umani".

Lei ha vissuto in qualità di docente gli anni della contestazione (gestione Portoghesi); come li ricorda?
"Gli anni che vanno dal 1970 al 1973 sono un periodo molto fertile per la Facoltà, in cui si fonda una nuova immagine della Facoltà di Architettura dopo le prime avvisaglie di disagio degli anni 60 (gli anni caldi hanno quindi una gestazione di un decennio) e matura il convincimento che l'architettura non si può fare senza una stretta integrazione con la realtà sociale, politica ed economica. Paolo Portoghesi interpreta un ruolo di disponibilità e di apertura nei confronti di queste istanze di rinnovamento, spesso magmatiche, incerte. La ricerca di soluzioni era complicata dalla posizione anomala della Facoltà su cui gravavano i pregiudizi di molti. L'ospitalità data dalla Facoltà agli sfrattati di Via Tibaldi è la goccia che fa traboccare il vaso e rappresenta un momento di tensione, culminato con la sospensione di numerosi docenti del Consiglio di Facoltà (come Rossi, Belgiojoso, Viganò, Canella) e di altri docenti (tra cui il sottoscritto) e col commissariamento di Corrado Beguinot. Il ricordo è di anni molto intensi di esperienze.
La Facoltà di Architettura ha quindi una storia e non deve rinunciare a nulla della propria storia senza tuttavia diventare nostalgica".

Quali sensazioni prova raggiungendo la Presidenza, cioè dopo quasi vent'anni di insegnamento e di carriera accademica?
"Mi sono formato in questa Facoltà, ne ho vissuto i momenti di trasformazione condividendo le istanze di rinnovamento, il poter arrivare alla Presidenza è stato non solo lo sbocco desiderato ma l'occasione per una visione critica, la possibilità di dare risposte ai problemi. Responsabilità e coronamento di un impegno protrattosi nel corso degli anni".

Allora quale è l'immagine dell'architetto del '90?
"Gli anni novanta sono così vicini che l'immagine resterà simile, non ci saranno trasformazioni spettacolari, ci sono però indicatori di tendenza che ci permettono di delineare una figura culturale e professionale: il mantenimento di una matrice culturale e formativa comune, sulla quale si potrà innestare una pluralità di figure professionali (anche maggiori di quelle che attualmente sono rappresentate dagli indirizzi del corso di laurea). Maggiore interesse per le scuole di specializzazione che dovranno essere più attente alle indicazioni del mercato del lavoro, alle nuove domande di professionalità".

Potrebbe parlarci della trasformazione dell'immagine dell'architetto negli anni '80, e di come sarà negli anni '90?
"In questi anni sono accaduti all'interno della Facoltà di architettura numerose e significative trasformazioni; nel 1982 è stato varato il D.P.R. n. 806 che ha indicato le nuove linee di ordinamento, immutate dagli anni '30. L'articolazione per indirizzi in corso di laurea (progettazione, restauro, design, urbanistica, etc)".
Mi parli di una qualità che dovrà avere questo nuovo architetto.
"Indubbiamente la capacità di adattarsi alla trasformazione e di trasformare i propri strumenti di intervento: la duttilità. Una grande capacità di passare dalle analisi alle proposte. Negli anni '50 e '60 gli strumenti progettuali acquisiti avevano una certa durata nel tempo, oggi questo non esiste più".

L'architetto degli anni '90 lavorerà in gruppo o individualmente?
"Già negli anni '70 la Facoltà di Architettura era stata all'avanguardia nello sviluppare il lavoro di gruppo, allora
considerato dai più spersonalizzante, capace di massificare le volontà eterogenee dei singoli. Quell'esperimento precorreva i tempi, se consideriamo che oggi non si può prescindere dall'ampia cooperazione creativa e culturale di operatori della stessa disciplina e di discipline diverse, che contribuiscono interagendo, alla definizione del progetto. Va tuttavia ammesso che spesso questa possibilità innovativa (il lavoro di gruppo) ha nascosto anche un certo opportunismo di alcuni che vedevano nel gruppo il luogo privilegiato per appiattirsi; il gruppo in quel caso serviva a lavorare di meno, non a lavorare meglio, ma in generale fu una esperienza positiva che ci ha consentito di modificare il modo di operare".

Scambi culturali, scambi internazionali? L'attuale politica della Facoltà finalmente ha scoperto l'estero.
"Dallo scambio tra diverse componenti sociali si passa alla necessità di scambio tra diverse culture, con seminari internazionali frequentati da studenti che confrontano idee diverse di architettura, esperienze, numerose forme di attività caratteristiche di diverse formazioni universitarie".

Quale è la sua idea di pubblico?
"Il pubblico è visto spesso come utente. Partiamo allora dal presupposto di abolire la parola utente. Ritengo infatti che non bisognerebbe porsi in maniera totalmente passiva rispetto ad un organismo architettonico, sento l'esigenza di una partecipazione, i ruoli dell'architetto come professionista, e del pubblico sono interattivi ed articolati. Il progetto è un'offerta, non siamo innamorati della nostra creatura, anzi essa deve essere trasformata dalla società nel rispetto delle reciproche responsabilità".

Quali sono le tendenze all'interno della Facoltà di Architettura?

"La Facoltà non ha preclusioni di fatto per alcuna tendenza, va intesa come sede di confronto libero ed aperto di idee e di proposte, di contributi tendenti a sviluppare una dialettica positiva e concreta. Bisogna eliminare la tendenza a distruggere l'avversario e autodistruggersi: nella realtà complessa della nostra società c'è spazio per tutti".
Si parla tanto di creatività, che cosa rappresenta secondo il suo giudizio?
"Creatività significa soprattutto originalità, innovare idealmente rispetto alla tradizione, misurandosi con essa. Gli studenti hanno una grossa capacità creativa, devono comunque essere sottoposti ad una verifica e ad un controllo di quanto questa capacità sia realmente innovativa, e tale da aggiungere qualche cosa alla nostra conoscenza. Insomma bisogna abolire la strumentalizzazione della creatività".

Che cosa pensa dello stile Memphis?

"La Facoltà per quanto riguarda il design ha una sua linea di tendenza, legata ad una tradizione rappresentata da docenti di grande qualità, fra essi spiccano ad esempio Zanuso, Castiglioni e Maldonado, attenti alla evoluzione degli stili ma saldamente vincolati ad espressività sicuramente distanti da quelle del gruppo di Sottsass. Questo non significa in concreto che si voglia imporre agli studenti alcuna preclusione per Memphis. Nessuna censura; anche in questo caso ciò che non è auspicabile è la facile imitazione".

Cosa le chiedono i ragazzi dell'85?

"Soprattutto qualità nella formazione, anche se purtroppo il rapporto qualità/quantità in una scuola di grandi numeri, come la facoltà di Architettura, è spesso problematico".

Quale è il rapporto docente/studente?
"1/96".

Parlavamo di qualità?

"Lo studente che si iscrive ad architettura deve avere conoscenze molto ampie e un bagaglio culturale interdisciplinare. Storia, filosofia, pensiero sociale e politico, sono conoscenze preliminari, fondamentali per coltivare, nei 5 anni di università, la progettazione

Quale è il peggior architetto italiano?
"?!?"

Ci dica almeno chi è il migliore?
"é difficile rispondere: bisognerebbe avere una possibilità di scelta superiore alla solita lista dei 27. Ce ne sono molti, al di fuori, tra i giovani e anche giovanissimi".

Se fosse per un giorno ministro dell'istruzione quale provvedimento adotterebbe immediatamente?
"Vorrei garantire l'assoluta autonomia in campo culturale e gestionale di ogni sede universitaria".