| Intervista
a un maestro del Post Moderno
Nato a Roma e profondamente romano, Paolo
Portoghesi ama vivere tutte le stratificazioni culturali dell'antica capitale
facendole riesplodere con nuova vita nelle sue opere, come in questa sua
casa che ricorda la Roma Bizantina.
di Maurizio De Caro
Paolo Portoghesi, 54 anni, Presidente della Biennale di Venezia, Professore
di Storia dell'Architettura presso la Facoltà di Roma, Direttore
di Eupalino. Molti lo identificano con la Po- lemica, operatore culturale
instancabile, poliedrico e mondano, eclettico e decadente. Romano come
nessuno. Ha scritto venti libri e pubblicato centinaia di arti- coli.
Controcorrente per vocazione, amato ed odiato in egual misura rappresenta
comunque per epigoni e detrattori un
punto di riferimento.
Prof. Portoghesi, vorrei che lei si presentasse ai lettori della
nostra rivista.
Sono nato in una strada molto stretta del centro storico di Roma, in un
palazzo, dal quale si gode una bella vista della Cupola di S. Ivo alla
Sapienza. Sono un architetto innamorato del proprio mestiere, lavoro dalle
dieci alle quattordici ore al giorno, occupandomi di architettura nei
modi più diversi: progettando, scrivendo, andando a spasso a vedere
le architetture, parlando con i giovani. Aiuto mia moglie nella galleria
Apollodoro, che vorrebbe stabilire un legame tra la cultura degli architetti
e quella degli artisti. Faccio l'architetto da 30 anni, ho costruito parecchio
agli inizi e poco complessivamente. Ho molti amici, ma anche molti nemici
che sono probabilmente il frutto di questa mia battaglia che sto combattendo
dal giorno che ho cominciato ad occuparmi di architettura, cioè da
quando ho voluto riprendere discorsi interrotti tanti anni o tanti secoli
fa.
Ecco forse il paradosso dell'architettura: per poter progredire deve tornare
indietro, come è successo per l'ecologia.
Vivo in due città Roma e Venezia, non ho figli, ma amo i giovani
perché ho bisogno di interlocutori.
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Uno dei primi schizzi dello moschea di Roma
commissionata a Paolo Portoghesi dalla comunità mussulmana.
E evidente la ricerca parallela di pattern decorativi e di strutture
portanti. |
Ci può parlare del suo progetto più
famoso e cioè la Moschea di Roma?
Fu bandito un concorso nel 1974, cui parteciparono 54 gruppi di architetti.
I progetti vincitori risultarono 4, che furono affidati ad un esperto
di architettura islamica che ne scelse due per il progetto definitivo.
Ho dovuto fondere il mio progetto con quello dell'architetto iracheno
Sawi Moussawi, che aveva fatto un progetto profondamente diverso dal mio,
quindi nessuna collaborazione ma piuttosto un duello all'ultimo sangue
da cui è nato il pubblicatissimo organismo finale che, per quanto
riguarda il linguaggio architettonico, è integralmente mio.
Quando sarà ultimata?
Tra due anni circa sarà inaugurata la sala di preghiera.
Qual è stata la prima cosa a cui ha pensato iniziando a
progettare un organismo così complesso come una moschea?
Innanzi tutto il progetto è nato da
una lettura attenta del Corano e da uno studio della tradizione culturale
islamica. Io mi ero già occupato di architettura islamica progettando
la reggia di Re Hussein di Giordania in cui c'era anche una piccola moschea.
Naturalmente una moschea è un edificio molto diverso da una chiesa.
Ho cercato di progettare un edificio che appartenesse sia alla tradizione
islamica sia a quella romana e quindi mi sono ispirato a quelle architetture
italiane che risentono maggiormente dell'influenza islamica come la Cappella
dei Re Magi del Borromini a Roma e la Chiesa di S. Lorenzo del Guarini
a Torino. Ho ripreso lo schema ad archi intrecciati già adottato
dal Guarini, già in passato quindi c'era stato un elemento di scambio
dialettico tra le culture tradizionali italiana ed islamica. C. Jenks
ha definito questa moschea l'opera di un Nervi in vacanza. In effetti
la struttura ricorda qualcosa di Nervi, ma le nervature strutturali non
obbediscono rigidamente alla disciplina costruttiva, anzi rappresentano
un paradosso statico in quanto le membrature hanno il compito di portare
il peso e contemporaneamente suggeriscono l'idea di qualcosa che sta per
liberarsi verso l'alto: zampilli d'acqua o elementi vegetali, come le
palme che sono state le strutture analogiche utilizzate per il progetto.
Credo di aver capito che questo è il progetto che, lei
ha amato di più tra quelli fino ad ora realizzati.
Anzitutto io sono un architetto nato a Roma, che ama moltissimo la sua
città, che ha dedicato a Roma un gran numero di libri, tuttavia
a Roma ho costruito soltanto due o tre cose a distanza di dieci anni l'una
dall'altra e tutte di scarso rilievo quantitativo: una villa per un amico
regista (1959-61), la trasformazione di un villino nel 1969-70, poi l'agenzia
di una Banca e per finire la Galleria Apollodoro ultimata in questi giorni.
Lei è il presidente della Biennale di Venezia e credo che nessuno
meglio di lei possa rappresentare l'interesse per una maggiore interdisciplinarietà
tra le. arti. Quando è stato eletto che cosa ha provato, e che
cosa pensa di fare in futuro per la Biennale?
Io credo non tanto di meritare, quanto di avere le carte in regola perché
ho sempre visto con interesse le parentele tra i vari campi della cultura,
le tangenze e le divergenze, questa radice comune che sta nell'Humanitas,
La Biennale è una grande istituzione, che avendo settori che si
occupano di tutti i campi della cultura artistica, puòoperare questa
sintesi.
Prima di diventare presidente ero stato per quattro anni direttore del
settore architettonico, anzi lo avevo tenuto a battesimo nel 1979. Ciòche
mi ha reso particolarmente soddisfatto è stata la mia elezione,
avvenuta con i voti degli esponenti di tutti i partiti politici, senza
distinzione, questo mi permette di gestire questa istituzione senza eccessivi
condizionamenti nell'interesse della cultura.
Se non avesse fatto l'architetto che cosa avrebbe fatto?
Prima di fare l'architetto sono stato molto in dubbio perché avevo
la passione per la letteratura, pensavo contemporaneamente di fare il
pittore e per una mostra avevo fatto molti disegni che ho perduto tutti
insieme. Ho pensato che fosse un ammonimento del destino a cambiare mestiere.
In principio frequentavo le lezioni della Facoltà di Architettura
e quelle di Lettere.
Quali sono gli architetti del passato e suoi contemporanei che
l'hanno influenzata di più?
Del passato sicuramente Borromini, fin dall'infanzia; per quanto riguarda
gli architetti contemporanei direi Ridolfi: il personaggio in cui ho creduto
di più. La cosa strana è che questi due architetti siano
finiti suicidi, anche se nelle loro architetture si manifesta una grande
gioia di vivere.
Lei è stato preside della facoltà di architettura
di Milano negli anni Settanta. Fu eletto perché era il più
giovane docente del consiglio. Come ricorda quegli anni?
Con grande passione, con entusiasmo; sono stati anni di battaglia, di
scambi, di grande comunicazione con gli altri.
Adesso lei insegna a Roma, quali sono le differenze sostanziali
tra le due epoche?
Effettivamente più che il luogo conta l'epoca. Milano era una Facoltà
in ebollizione, che cercava di trasformarsi con l'aiuto e il concorso
di tutti, una comunità che cercava di trasformare l'istituzione.
Viceversa Roma è tornata ad essere come probabilmente era Milano
30 anni fa: equilibrata, in cui tutto è rituale, lezioni, esercitazioni,
esami, e dove lo sforzo di trasformazione creativa sembra appartenere
al passato. Anche il Movimento dell'85 ha interessato poco l'università.
Ii '68 è fallito perché era un movimento rivoluzionario,
gli studenti volevano mettere in crisi la scuola per cambiare la società,
ma solo una S ola parte di essi credeva in questo piccola no politico.
Diverso spazio potrebbe conquistare un movimento riformista che avesse
obiettivi reali di cambiamento reale delle strutture universitarie.
Qual è la differenza tra moderno e post-moderno?
Il post-moderno non è altro che il moderno di un'epoca in cui l'aggettivo
moderno, invece di significare psicologicamente il gusto del tempo che
cambia, ha finito per cristallizzarsi sugli schemi degli anni venti senza
significative trasformazioni fino agli anni '70. Il post è la reazione
al moderno quando questi si è fermato e ha smesso di essere dinamico.
Prof. Portoghesi che cos'è il potere?
Direi che è una delle parole più chiare del vocabolario
italiano in bocca alla gente comune, mentre in bocca ai filosofi diviene
materia di lunghe discussioni. Io penso che esista un aspetto del potere
che èla libertà. Chi ha potere ha la possibilità
di scegliere, che èl'aspetto affascinante del potere. Poi c'èil
rovescio della medaglia, che èquello di chi non ha potere, per
cui il potere degli altri èuna minaccia, un pericolo.
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Alcuni scorci del soggiorno della casa abitata
da Paolo Portoghesi a Roma, dove negli spazi tradizionali di un
vecchio palazzo sono collezionati alcuni eccezionali oggetti fin-de-siede. |
Lei ha sempre considerato l'architettura sotto
l'aspetto del piacere, del buon vivere. Che cos'èla mondanità?
Della mondanità ho sempre colto l'aspetto di legame con la concretezza
delle cose. In questo senso la mondanità coincide con la socialità
ed èun fatto assolutamente positivo, anche sotto l'aspetto rituale
del tèdelle cinque e di tutti quegli aspetti spesso eccessivamente
demonizzati.
Lei ha cominciato a studiare architettura negli anni '50. Quali consigli
le davano allora e quali darebbe ad un giovane in procinto di intraprendere
studi di architettura?
Già prima di frequentare la facoltà ero diventato un autodidatta,
mi interessava poco la scuola, mi rendevo conto che quello che si può
assimilare dai professori època cosa rispetto a quello che si può
assorbire da quella meravigliosa invenzione che sono i libri, i dischi,
le rappresentazioni teatrali, diciamo la cultura in azione. A tutt'oggi
continuo a credere in questo.
Chiunque abbia un duraturo interesse culturale personale, intorno a quello
deve costruire la sua formazione, non a scuola. Secondo me i giovani devono
capire che possono trasformare la scuola in meglio, ma non sperare di
costruire una struttura perfetta, in grado di formare grosse personalità.
Oggi la scuola èin una condizione tristissima, perché non riesce
a risolvere nemmeno i problemi minimali, fornire cioèle basi informative,
spazi per lavorare, biblioteche, luoghi dove riunirsi e stare insieme.
Nel 1980 con la strada Novissima a Venezia, lei rivoluzionò
il modo di esporre i materiali dell'architettura, ricostruendo una strada
composta da venti facciate progettate da altrettanti architetti di tutto
il mondo. Perché quei venti così diversi tra loro e così
diversi da lei?
L'idea ha le sue radici nella storia, penso alla Weissenhof Colonie di
Mies van der Rohe, che non era altro che un piccolo quartiere formato
dalle architetture di diversi architetti; non potendo fare questo, ricorsi
allo stratagemma della finzione scenografica. L'ispirazione nasceva da
una visita a Berlino, dove nella Alexanderplatz in occasione del Natale
erano stati allestiti alcuni padiglioni, simili a quelli delle fiere di
piazza Navona, dove si vendevano i generi di regalo più diversi
in piccole case nordiche.
UN ARCHITETTO INNAMORATO DELLA STORIA
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Il tema del minareto a spirale del IX secolo
viene rivisitato da Portoghesi per il suo progetto di moschea. |
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Per quanto riguarda i nomi, la scelta fu fatta da una commissione composta
da sei persone, dotata quindi di una certa eterogeneità. Non ero
contrario a nessuna delle inclusioni, però ero contrario ad alcune
delle esclusioni, per esempio Canella e Gabetti.
Quella mostra come lei scrisse segnava la fine del proibizionismo.
Direi che questa esperienza èstata fondamentale per me, cambiò
la mia posizione all'interno della cultura architettonica internazionale
anche in seguito alla pubblicazione del catalogo della mostra.
Quanti libri ha scritto?
Una ventina.
Se non l'avesse fatta nel 1980, come sarebbe la mostra domani? Avrebbe
scelto gli stessi architetti?
L'esperienza si esaurì allora, nel momento in cui varcando l'oceano
a S.Francisco dimostrava alla cultura americana (in quel momento all'avanguardia)
la potenzialità e la centralità creativa dell'Europa. Oggi non
c'èbisogno di fare una strada, la mostra di quest'anno prosegue
in quella direzione, evidenziando quei caratteri di eclettismo indispensabili
all'architettura contemporanea. Probabilmente èancora presto per
fare la mostra degli anni '90.
E' piuttosto difficile immaginarla lontano da un tavolo da disegno o da
una macchina da scrivere. Quando Paolo Portoghesi non fa l'architetto,
come occupa il suo tempo?
Innanzitutto c'èil problema dello scrivere, che per me èuna
grossa fatica, ma che faccio perché, se ci si vuol battere sul terreno
della cultura non si può solo disegnare. Del resto la mia generazione
ènata con la penna in mano, basti pensare a Rossi o a Gregotti.
Ognuno di noi scrive molto. Il resto del tempo èdedicato all'organizzazione
culturale della Biennale.
Una larga fetta la dedico alla mia passione per la musica, molto privata,
con un rapporto personale e diretto.
Cosa pensa di Bruno Zevi?
Penso che sia stato un uomo che per un certo periodo ha dato grande impulso
alla cultura architettonica italiana e poi si èvendicato per non
essere stato abbastanza ascoltato, diventando un conservatore del moderno,
tradendo completamente le sue giovanili preferenze.
Qual èl'ultimo film che ha visto?
Paris-Texas di Wenders e avevo visto Ginger e Fred di Fellini, che mi
èsembrato un film scontento del presente.
Un po' come lei?
Un film che nutre un certo rimpianto per un passato molto vicino a noi.
Se dovesse salvare una cosa che ha fatto: la presidenza, un tavolo,
una casa o la moschea, cosa salverebbe?
Casa Baldi perché èl'opera che ha fatto il suo ingresso nella
storia dell'architettura, la casa più rappresentativa; ma penso anche
a cose più recenti come l'Accademia di Belle Arti a L'Aquila.
E un suo libro?
"Inibizioni dell'architettura moderna" del 1974, una specie
di autobiografia, e naturalmente i libri su Borromini; ma ricordo anche
il De Re Edificatoria di Alberti e il mio primo libro sul Guarini, scritto
a 24 anni, tutto ciò rappresenta una graduatoria di affetti.
Lei èdirettore di Eupalino, che sicuramente si colloca in
una posizione assolutamente anomala nel panorama internazionale delle
riviste di architettura, per ricchezza estetica e per i contenuti. Che
cosa significa un'operazione di questo tipo, oggi?
é una rivista che vuole affermare in questo momento storico la
possibilità di riaprire il colloquio tra le discipline artistiche
e vuole riproporre un'immagine di rivista come opera d'arte, che èstato un tema importante all'inizio del secolo. Sono modelli di questa
rivista Ver Sacrum, Pan, Moderne Bauformen, un ritorno dovuto al fatto
che siamo alla vigilia della fine del secolo, con una nuova disponibilità
al colloquio da parte degli artisti di estrazione diversa. Inoltre credo
molto al ruolo dei catalizzatori che sono in grado di accelerare le reazioni.
Se c'èun ruolo a me congeniale èproprio questo. La rivista
vuole essere un invito ad accelerare i processi in atto.
Mi risponda sinceramente: non le dispiace non essere nato in quegli
anni, non aver operato all'interno dell'Art Nouveau per intenderci?
No, non ho mai sentito il desiderio di appartenere ad un altro periodo
storico, forse perché le cose che mi piacciono di quei momenti si
possono rivivere anche oggi. Viceversa allora non sarebbe stato possibile
vivere quelle cose del nostro tempo che èvalsa la pena aver vissute.
Sono sempre per il dopo, che ècomunque più ricco del prima.
Di lei Zevi ha detto: èbravo, ma quando scrive ècome se pensasse
di incidere direttamente il marmo della storia.
Il dovere di ciascuno èdi cambiare il mondo per quanto gli èpossibile. Uno dei miei primi maestri fu Rimbaud, su un banco di scuola
in quarta ginnasio avevo scritto la frase "changez la vie".
Quali riviste di architettura legge, a parte la sua?
Lotus, Casabella, Architectural Review, Dedalos.
Qual èl'ultimo libro che ha letto?
Una biografia di Mozart e la trilogia sugli antenati di Calvino.
E il prossimo libro che scriverà?
Un libro sugli ordini architettonici esaminati sotto il profilo della
logica formale e in funzione della elaborazione del computer, un libro
per specialisti. Poi sto lavorando da anni ad un libro sulla Roma del
'500,
Mi parli di una sua follia.
La Galleria Apollodoro, quando avevamo già tante cose da fare...
Sulla copertina di una sua biografia,lei compare in una foto con
Topolino, perché?
Mi hanno fotografato a Disneyland, che èun immenso gioco inventato
da un grande raccontatore di favole, una importante tappa verso la riconquista
del piacere dell'architettura. A Disneyland si èconcentrato tutto
quello che fa parte del sogno collettivo: dai paesaggi dei romanzi agli
scenari western. Gli architetti hanno molto da imparare a Disneyland.
Quando mi sono trovato Topolino come una persona reale, ho sentito il
desiderio di abbracciarlo. A parte il fatto che èstata una gag organizzata...
Quando potrà dirsi conclusa la sua funzione di architetto?
Per fortuna gli architetti non si arrugginiscono presto. Penso che possano
continuare a lungo anche perché con l'esperienza il lavoro acquista
solidità. Ho detto molte volte che prima di morire vorrei vedere
un pezzo di periferia riprogettato, cioèarricchito di quegli spazi
collettivi che adesso mancano: piazze, fori. Ho progettato molte di queste
cose, ma èmolto difficile trovare i mezzi e le volontà politiche
per realizzarli.
Questo èun rimpianto...
Certo, il rimpianto èla quantità di tempo necessaria per
realizzare un'idea, per trasformarla in architettura.
Senta, a che cosa ha pensato durante tutta l'intervista?
Cercavo di rispondere nel modo più sincero a queste domande, direi
che èaltrove che uno cerca il centro dei propri pensieri. Ovviamente
il pensare presuppone un guardare lontano, soprattutto quando si discute
di cose che non interessano solo noi stessi. Direi che un'evasione dalle
domande era un tentativo di trovare le risposte allargando lo sguardo.
Lei è felice?
Sono felice di fare il mestiere che faccio, però dietro questa felicità
c'èl'aspetto tragico di quello che non si riesce a fare rispetto
a ciò che si vorrebbe. Mi considero una persona felice per quanto
lo si possa ragionevolmente essere, ma mi considero compagno di Borromini
e Ridolfi che hanno deciso di smettere di vivere. Troppe sono le sconfitte,
e poche le occasioni per gioire delle cose realizzate.
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