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palazzo Arata di via Settembrini
"Modi di vivere" e quindi anche "modi di lavorare":
se questo è il nostro tema, è giusto essere trasparenti nei
confronti dei lettori su come noi viviamo nella redazione di Casa Oggi.
La nostra non è una casa qualsiasi, perché Di Baio Editore occupa
gli spazi immaginosi creati nel 1910 per la sede italiana della Pathé,
la famosa casa di produzione e distribuzione dei films muti fondata dall'inventore
del cinema Charles Pathé.
Le fotografie sono già di per sé eloquenti, ma per parlarvi
del palazzo abbiamo preferito ricorrere alla maggiore specialista di storia
dell'architettura italiana di quel periodo: Rossana Bossaglia, docente
di storia dell'arte moderna all'Università di Pavia.
Come si può definire lo stile della casa dove
lavoriamo?
L'architetto che l'ha costruita, Tullio Ulisse Arata, era un piacentino
venuto a Milano nel 1907 quando lo stile liberty, dopo aver toccato il
suo apice l'anno prima con la grande Esposizione del Sempione, era in
decadenza e si cercavano strade nuove. A Brera, che lui frequentava, operava
l'architetto Boito che era un punto di riferimento importante e il cui
stile medioevaleggiante all'italiana influenzò sia lui che Sommaruga.
Arata aveva prima lavorato a Napoli, lasciandovi alcune costruzioni liberty,
poi ha girato l'Italia ed è approdato a i
Mi uno dove per prima cosa costruìnel 1907 il palazzo Carugati
Felisari in via Mascheroni.
Arata non è mai rigorosamente identificabile con uno stile: ha una
fantasia esuberante, monumentale, ama molto gli apparati grandiosi. Quando
nel 1913 a Milano costruìla casa Berri Meregalli di via Cappuccini,
che segna l'apice della sua produzione lombarda, venne salutato dalla
critica come colui che aveva affossato il liberty, che chiudeva la stagione
art nouveau superandola.
Il liberty a Milano aveva avuto il suo clou tra il 1902 e il 1906, poi
si fece soprattutto del modernismo generalizzato con punte secessioniste
dovute all'influenza viennese, mentre s'insinuava il ritorno strisciante
dell'eclettismo medioevaleggiante. Anche nelle opere più liberty
che Arata diede a Napoli, casa Mannaiuolo per esempio, si ha sempre questo
riferimento storicistico, che era molto forte in Lombardia.
In che temperie culturale vivevano questi palazzi?
Milano era quella della tarda scapigliatura, in pittura c'erano i divisionisti;
la città era in forte crescita, con una borghesia imprenditoriale
in piena evoluzione, quindi si respirava un'atmosfera molto aperta alle
sperimentazioni. In letteratura siamo in una situazione di decadentismo,
ma alle soglie dell'esplosione futurista. In quanto alla cultura architettonica
gli architetti italiani erano molto informati, avevano una cultura internazionale,
tenevano in biblioteca le riviste tedesche e austriache allora all'avanguardia,
non erano dei provinciali, anche se in Italia non vi era una forza propositiva
tale da permettere cose straordinariamente nuove.
Arata queste riviste viennesi o di Lipsia se le guardava molto, è
documentato (ho fatto dei riscontri precisi tra le sue opere e quelle
pubblicate in queste riviste). Ma Arata non ha il rigore di quegli esempi,
tende sempre a are dell'eclettismo con una grande forbitezza esecutiva.
La vostra casa ad esempio, progettata sontuosamente come un castello ed
eseguita da maestranze di grande raffinatezza, risulta un oggetto squisito
che si accetta cosìcom'è, senza fare questioni di coerenza.
Nel 1910 data di fondazione della casa di via Settembrini, siamo in una
fase che io chiamo "dell'eclettismo di ritorno". L'eclettismo
vero e proprio che esplose intorno al 1880 venne combattuto sia dal liberty
che da tutti i movimenti modernisti successivi in nome della coerenza
stilistica. Con Arata, passato il momento liberty, si assiste al ritorno
di fiamma dell'eclettismo, che ormai non copia più, ma si sfrena
in fantasie sontuose e composite.
Probabilmente il liberty non aveva convinto del tutto i committenti milanesi,
che come gusto tendevano semmai al castello medioevale realizzato con
una sontuosità alla quale il liberty non era predisposto. Nelle grandi
case milanesi di quest'epoca si trova una eccezionale cura dei particolari,
un uso quasi bizantino dei mosaici e dei marmi, un trionfalismo esotizzante
che mescola l'estremo oriente con l'assirobabilonese, con il romanico
o il gotico. Ma vi sono mescolate anche valenze moderniste, per esempio
l'uso spregiudicato dei materiali più vari, l'accostamento di piastrelle
e cotto, le tessere d'oro e il ferro battuto, i disegni geometrici del
mosaico di gusto secessionista. Parte anche da qui una certa strada verso
l'art déco, come da tutte le versioni semplificate e geometrizzate
del modernismo.
Dall'Arata prende l'avvio l'opera dell'architetto Andreani,
quello di palazzo Fidia in via Cappuccini, e anche Sant'Elia si forma
in questa temperie, vedi per esempio il suo progetto del cimitero di Monza.
Al Sant'Elia futurista io non credo molto, è un'idea che i futuristi
si sono inventata, lui era un modernista che ha guardato ai grattacieli
di Chicago e di Manhattan.
C'è da dire a questo proposito che Arata nel 1914 era l'architetto
di forza del gruppo 'Nuove Tendenze", che si può definire "futurista
di destra" essendosi staccato dal gruppo propositivo (facente capo
a Marinetti) con programmi più moderati. Nuove Tendenze ebbe l'adesione
di Sant'Elia, e questa fu l'unica sua vera connessione col Futurismo.
Questo gruppo poi ritornò all'ordine attraverso vie novecentiste:
il pittore Funi è stato uno dei suoi componenti più esemplari.
Nella cultura d'oggi come vengono vissute
queste opere che fino a ieri erano considerate negativamente?
Devo dire che da studiosa ho sempre lamentato che la persona genericamente
colta facesse confusione tra queste opere e le chiamasse tutte insieme
"il liberty"; cosa che anche adesso avviene nonostante l'atteggiamento
sia cambiato e si guardino con simpatia. E un atteggiamento dissennato,
perché se si ama il vero liberty tipo Guimard, non vedo come si possa
amare anche Arata che è il suo opposto!
Prima si odiavano entrambi i fenomeni perché erano contrari alla
linea razionalista vincente... ora che la linea razionalista è perdente
tutti cercano di recuperarli.., ciascuno con le sue ragioni o i suoi equivoci.
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