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Vivimilano
La Nostra città |
Monumenti simbolo - Un testimone di due
imperi
Voluto da Napoleone, trasformato
poi in monumento flloaustriaco, l'Arco della Pace sta per "risorgere"
da un lungo degrado. Grazie a un'iniziativa patrocinata anche da ViviMilano
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L'area dell'Arco della Pace a metà
dell'800: il monumento coronava la vasta Piazza d'Armi su cui
si affacciavano anche Arena e Castello. Sopra, la stessa zona
nel 1570: unico protagonista il Castello, ancora cinto dalle mura
e dal fossato.
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di Valerio Massimo Visintin
Illustrazioni Giò Tavaglione
Provate a immaginare che una volta tanto, per assurdo,
anche le statue abbiano diritto di parola. Cosa direbbe della ingrata
sua Milano la Pace che sta in cima all'Arco di corso Sempione? In cambio
del simbolico ramoscello d'ulivo che ci porge con indomita fierezza da
un secolo e mezzo, non ha incassato altro che decenni di corrosivo oblio
e di colpevole incuria. Che cosa direbbe, quindi? Ci risparmierebbe forse
le ingiurie più gravi, ma soltanto per rispetto del proprio ruolo.
Per fortuna, dopo una rincorsa meditata per qualche anno, sta per spiccare
il definitivo slancio, una attesa operazione di restauro, tenacemente
sostenuta dalla Associazione amici dell'Arco della Pace. Appena in tempo,
a quanto pare, per abolire l'ombra di una fatale consunzione, che si era
allungata minacciosa sul suo sontuoso gruppo bronzeo.
Fin dalle origini, del resto, pesa un ambiguo destino sulle alterne sorti
dell'Arco. Una vocazione pacifica, intorbidita prima ancora del tardivo,
trafelato debutto di 155 anni fa.
Era stato addirittura Napoleone Bonaparte a ordinare che l'opera fosse
costruita, in modo tale da poter fruire anche a Milano - capitale del
Regno d'Italia - di una scenografia adeguata alle sue megalomani entrée.
Ecco perchè l'Arco doveva necessariamente sorgere in dirittura
della strada del Sempione, accesso parigino alla nostra città.
Della realizzazione si prese carico l'architetto Luigi Cagnola, ispirandosi
a un precedente modello in legno che era stato innalzato nel 1805 per
celebrare le nozze del vicerè Eugenio Beauharnais e quasi certamente
disegnato da un altro Luigi, Canonica. Detto, fatto: il marchese Cagnola,
puntuale al proprio compito, avviò la macchina dei lavori nel 1807.
In un'incisione d'epoca, l'ingresso trionfale
di Vittorio Emanuele!! e Napoleone III sotto l'Arco della
Pace: Milano saluta la definitiva liberazione dagli austriaci. Accanto,
il tiro a sei che trama la Pace: opera del Sangiorgio, in origine doveva
rappresentare la Vittoria in omaggio a Napoleone. Il gruppo bronzeo -
collocato in cima
all'Arco, che - alto 25 metri e largo 24.
L'architetto selezionò con eccezionale scrupolo i materiali da
adottare. Senza far troppo caso alle spese (che sarebbero
ammontate alla fine a quattro milioni di lire austriache), scelse tre
tipi differenti di marmo (di Crevola, di Ornavasso, di Candoglia).
In bronzo, invece, sarebbe stata la solenne effigie della Vittoria trainata
da una quadriga, da porre sulla sommità, ed emblematicamente rivolta
verso la Francia.
Gli esosi costi di una simile impresa architettonica, al solito, gravarono
sul ritmo dei lavori, che sette anni più tardi rischiavano il naufragio.
L'anno 1814 dissipava il napoleonico Regno d'Italia, restaurando a Milano
il governo austriaco. Appariva ben chiaro, a questo punto, che un Arco
inneggiante a Bonaparte non poteva augurarsi alcun futuro sotto gli scudi
di Francesco I.
Per salvare in qualche modo la propria nascente creatura, Luigi Cagnola,
in veste di consigliere comunale, le tentò tutte. Giunse a suggerire,
fra l'altro, di smontarla e traslocarla all'ingresso della Porta Orientale
dalla parte cioè di chi arrivava dall'Austria per blandire i nuovi
padroni.
Ma non ci fu bisogno di arrivare a tanto. I lavori ripresero quota grazie
all'insperato senso artistico dell'imperatore, il quale, però,
pretese una completa (e ovvia) inversione ideologica. Gli altorilievi
che rammentavano i successi bellici del suo predecessore furono modificati
in modo da ricordarne le sconfitte; la Vittoria, ancora in cantiere, fu
privata del suo tronfio lauro, armata di ulivo e perfettamente travestita
da Pace.
Al marchese Cagnola il fato negò il privilegio di condurre in porto
il proprio progetto: l'architetto morì nel 1833. Lo sviluppo dell'Arco
non ne risentì, dato che celermente, e con fedele coerenza stilistica,
il Cagnola fu rimpiazzato da Francesco Peverelli.
Ben trentun anni - in mezzo alle burrasche francoaustriache
- sono stati necessari al Cagnola e ai suoi successori per completare
l'Arco della Pace. Il disegno abilmente tracciato dalla matita di Già ;
Tavaglione ci mostra gli ambienti interni al monumento, che, nel progetto
degli Amici dell'Arco, verranno utilizzati per mostre o eventi culturali.
Il povero Cagnola, che non fece in tempo a vedere completato il suo progetto,
tuttavia fa capolino tra gli altorilievi che impreziosiscono la fronte
del carro (mentre sul fondo, quasi irraggiungibile allo sguardo, compare
la scrofa medio-lanuta, alla quale si aggancia la leggendaria fondazione
di Milano). Da circa un anno è; possibile osservare da vicino i particolari
del gruppo bronzeo elaborato dal Sangiorgio (considerato uno dei più;
notevoli d Europa), grazie a un ascensore che nei weekend conduce fino
alla terrazza.
La sestiga del Sangiorgio. Sotto, una stampa che mostra le ultime
fasi della costruzione dell'Arco.
L'INIZIATIVA
LANCIATA DAGLI "AMICI DELL'ARCO DELLA PACE"
Un restauro galoppante
Lo slogan è; eloquente: restauriamo i cavalli di Milano. Obiettivo
dell'iniziativa è; infatti il restauro del gruppo bronzeo che
ancora scalpita, benché; malconcio, in cima all'opera del Cagnola.
Ma il percorso studiato a questo scopo dall'Associazione Amici dell'Arco
passa per altre significative tappe. Una resurrezione a suo modo
emblematica, amplificata oltre l'aspetto artistico.
Vi persuade la premessa? C'è; da augurarsi che sia così;,
dato che un ruolo fondamentale in questo progetto è; affidato
proprio alla disponibilità ; dei cittadini milanesi. Occorre
a questo punto affrontare nel dettaglio la proposta elaborata dagli
Amici dell'Arco in collaborazione con la Egg. società ; di -;immagine
e comunicazione integrata”;, e con il patrocinio di Vivimilano.
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Definito un piano di restauro dalla ditta Formica,
si è avviata, con il concorso di numerosi partner commerciali,
una medita sottoscrizione popolare. Chiunque potrà diventare
sponsor dell'operazione, aderendo all'associazione Amici dell'Arco,
e ricevendo in cambio della quota (20 mila fino a 26 anni, 30
mila dai 26 in su) un pacchetto di agevolazioni.
Si tratta di sconti su biglietti o abbonamenti teatrali (Nazionale,
Smeraldo, Parenti, Litta), riduzioni o ingressi omaggio a musei
(Poldi Pezzoli, Nazionale della scienza e della tecnica), discoteche
(Lizard, Rolling Stone), agli ippodromi di San Siro, al Forum,
al Palatrussardi. E se non basta ancora si potrà pagare
il 30 per cento in meno su abbonamenti a periodici (Casa Oggi,
Di Baio Editore, tutta la produzione Disney) e il 50 per cento
sul costo della visita sul tetto dell'Arco della Pace. |
Per rendere più leggibile e lineare il peso delle spese
necessarie, è stato calcolato il costo esatto di ogni pezzo
del gruppo: 150 milioni per salvare uno dei quattro cavalli condotti
dalle Vittorie, 700 milioni per il sontuoso calesse e la sua "pacifica"
passeggera.
A braccetto con il restauro vero e proprio, gli Amici dell'Arco
hanno previsto una serie di iniziative con le quali reintegrare
il monumento del Cagnola al suo antico ruolo di polo cittadino.
Un accordo con il Provveditorato condurrà, per esempio, scolaresche
di ogni ordine di studi a spasso tra cavalli e Pace per lezioni
straordinarie sulla storia della città, in compagnia di Topolino,
Pippo e altri personaggi disneyani. Sono allo studio anche concerti,
conferenze, letture di poesie. E in tempi più lunghi l'Arco
e i due caschi dovranno diventare preziose vetrine della nostra
metropoli.
v.m.v. |
Tuttavia, prima che il prezioso monumento risultasse
compiuto, subentrava - a ostacolarne ulteriormente la già; travagliata
realizzazione - un'accesa polemica.
Secondo le prescrizioni del progetto originario, il gruppo di bronzo avrebbe
dovuto mostrare il volto alla strada del Sempione e la schiena alla città.
Ma questa soluzione era politicamente passata di moda, benchè Peverelli
e altri continuassero a sostenerla. Lo stesso Abondio Sangiorgio, che
aveva modellato il gruppo, vi si opponeva con strenua convinzione.
Persino i poeti si cimentarono nella questione, portando argomentazioni
di questo tono: "Da sei corsieri rapidi - tratta è la pace
all'estero - volge a Milano il tergo, - sdegna l'insubre albergo - e il
sano ulivo recasi altrove a rifiorir". Di fronte a tanta mobilitazione,
Peverelli dovette arrendersi. Difatti il giorno della inaugurazione, al
cospetto di Ferdinando I, i cavalli della mirabile sestiga idealmente
mostravano altezzosi le poderose natiche agli odiati transalpini: era
il 10 settembre del 1838.
Si sa, in ogni caso, che i milanesi detestavano con identica prodigalità
anche gli austriaci. Così, fallito l'eroico, ma caduco tentativo
di sommossa nelle cinque storiche giornate del '48, Milano si liberò;
del tutto degli oppressori nel 1859.
Chi aveva sollevato la nostra città dal tenace giogo asburgico?
Ancora i francesi, sia pure in coppia con i piemontesi. Vittorio Emanuele
TI e Napoleone III transitarono sotto l'Arco della Pace, sul quale erano
tempestivamente rifiorite le antiche insegne napoleoniche.
Quel che resta da quel giorno in poi - lo abbiamo detto - è la
storia senza più storia di un monumento immalinconito, che' soltanto
al suo centocinquantesimo genetliaco rintraccia finalmente dei veri Amici.
Valerio M. Visintin
L'architetto dilettante tra Francia e Austria
Cagnola servitore di due padroni
L uigi Cagnola, protagonista di un'esistenza
intensa e volubile: una fotocopia di quella della sua opera di maggior
prestigio, l'Arco della Pace appunto.
Nacque proprio a Milano, nel 1762. Visse perciò; in un periodo
particolarmente florido per l'architettura meneghina. Suo coetaneo e quasi
omonimo era, per esempio, Luigi Canonica, allievo di un altro grande dell'epoca,
Giuseppe Francesco Piermarini. Ma oltre che per il fatto d'essere il solo
dei tre a poter vantare l'effettiva cittadinanza milanese sin dalla nascita
(Piermarini era di Foligno, Canonica di Lugano), il Cagnola si differenziava
dagli illustri colleghi per via del graduale, timido approccio alla professione.
Aveva cominciato in tutt'altro territorio, infatti, laureandosi in giurisprudenza
per assecondare le volontà paterne secondo le quali sarebbe dovuto
diventare un diplomatico. Tuttavia, durante gli studi a Roma, si rafforzava
la sua passione per l'architettura. Il suo pallino dovevano essere davvero
gli ingressi cittadini, che divennero un po' la sua specialità
e forse anche la sua ossessione. Non a caso uno dei primi progetti da
lui firmati riguardava la risistemazione di Porta Orientale. Ai suoi disegni
furono preferiti quelli del quotatissimo Piermarini. Ma va detto che a
quei tempi il Cagnola si definiva, con grande pudore, "dilettante
in architettura".
Il fiume Po raffigurato sul fronte dell'Arco rivolto
verso il Castello.
Sopra, il monumento ligneo eretto per le nozze di Eugenio Beauharnais,
e un ritratto di Luigi Cagnola
I sottili
meccanismi della diplomazia, comunque, gli furono utili per mantenersi
costantemente a galla indipendentemente dal grottesco avvicendarsi degli
invasori. Crebbe e morì (nel 1833) sotto il rigoroso dominio austriaco,
ma si adattò perfettamente alla lunga parentesi francese. Tanto
che Napoleone gli affidò la stesura di un piano regolatore che
abbellisse la città, divenuta capi tale del Regno.
v.m.v.
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