FARE

Come un campo gravitazionale


Costruita nel 1938-40, la chiesa del Sacro Cuore di Gesù ha un impianto planimetrico tradizionale, con orientamento Nord-Sud e con un presbiterio singolarmente profondo. Rinnovata nel 1970 (architetti Nardelli e Solano) con mensa posta “versus populum” e ambone spostato in avanti. L’intervento attuale ha teso a valorizzare anzitutto l’altare,
realizzato in forma perfettamente cubica, privo di connotazioni direzionali così da porsi come segno generatore di tutto l’ambito ecclesiale e liturgico. Onde evitare il rischio di un’aula di “spettatori”, non si è individuato un luogo presbiterale, ma piuttosto uno spazio entro il quale è posto l’altare (opportunamente sopraelevato) e intorno al quale è raccolta l’assemblea. Entro tale spazio gli altri segni liturgici si pongono in un proprio luogo, definito con risoluzione
formale che mantiene l’espressione del mistero sotteso al segno anche fuori dalla celebrazione.

La chiesa ristrutturata. In basso, la pianta: si notano
la disposizione avvolgente delle sedute e la paretina
absidale aperta verso il tabernacolo.

Chiesa del Sacro Cuore di Gesù a Garniga (Trento)
Progetto architettonico: Arch. Michele Anderle, Trento
Consulenza liturgica: Mons. Ambrogio Malacarne
Elaborazione poli liturgici: Paul Moroder Doss, scultore
Vetrate artistiche: Progetto Arte Poli, Verona

Dall’alto: vista dalla zona d’entrata verso l’altare:
a sinistra sullo sfondo la sede; vista verso l’ingresso:
si nota la continuità delle sedute lungo il perimetro.

Ambone, sede e battistero sono in relazione con l’altare, non per prossimità, ma per coerenza formale e tramite la trama di percorsi processionali.
L’ambone, inteso come “nobile ed elevata tribuna” (Sacrosanctum Concilium, n 7) collocato lateralmente in corrispondenza della parete meridionale, per ricevere luce dalle finestre frontali, raggiungibili mediante due scale contrapposte che permettono la comodità di accesso sia ai lettori, sia al salmista.
Accanto all’ambone, è predisposto il grande candelabro per il cero pasquale.
La sede del presidente è il “luogo liturgico che esprime il ministero di colui che guida l’assemblea e presiede la celebrazione nella persona di Cristo” (cit. par. 19). È collocata entro l’assemblea, rivolta al pari di quest’ultima verso l’altare ma individuata in modo particolare, per la specificità del segno che esprime.
La cappella per la conservazione e l’adorazione del Santissimo Sacramento è stata posta nel profondo vano absidale, separata dall’aula da una doppia parete che nel prospetto verso l’assemblea assume l’aspetto di un piccolo emiciclo absidale.
Tra porta di ingresso e altare si pone l’asse centrale che si prolunga verso la cappella del Santissimo, la cui presenza si manifesta visivamente nell’aula, seppure come qualcosa di separato. Ambone e cero pasquale assumono una rilevanza (anche dimensionale) importante, privilegiata, ma pur sempre defilata rispetto al protagonismo assoluto dell’altare, a fronte del quale sia l’assemblea, sia gli altri luoghi liturgici appaiono periferici ma al contempo equidistanti.
Così che il dialogo tra i vari ambiti della chiesa avviene tramite la mediazione dell’altare che è centro gravitazionale del tutto.

In alto: il tabernacolo.
In basso, l’altare sulla pedana,
l’ambone e il cero pasquale.

Se l’architettura – semplice, linda, strettamente tradizionale e coerente con l’intorno montano – sembra “arretrare” nell’impatto visivo proprio in virtù della propria semplicità, i luoghi liturgici acquistano ancora maggiore evidenza grazie alla loro elaborazione in forma artistica. L’altare poggia su una serie di colonne elaborate come ceppi d’albero fortemente radicati che reggono una mensa in marmo bianco.
L’ambone offre una presenza corposa in cui prevale l’anelito di un gesto quasi offerente di innalzare il leggio, il quale si innesta come in una spaccatura del marmo. Lo stesso marmo di tutti gli altri elementi, tra i quali – già solo per la semplice consistenza materica – si instaura naturalmente un rapporto di contiguità. Ancora più grande la parete marmorea che sostiene il tabernacolo.
Nell’interpretazione dell’artista, il marmo, materia di proverbiale durezza, si plasma morbidamente e si fende per ospitare i luoghi liturgici. Resta invece puro, cristallino, luminoso nella mensa.

 

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